
Come è nato e di cosa si occupa il progetto “Giovani al centro”?
La cooperativa A&I da tanti anni ha aperto all’interno degli Istituti penitenziari di Milano e provincia dei centri diurni socio riabilitativi per utenti con fragilità psichica. Recentemente gli Istituti ci hanno richiesto di porre particolare attenzione all’utenza più giovane, in costante aumento, che presenta un progressivo aggravamento sia sotto il profilo dei comportamenti che portano al reato sia sotto quello della fragilità psichica. Il tema del disagio psichico è una tendenza che interessa sempre di più la popolazione detenuta in generale.
Il sostegno dei fondi dell’8x1000 della Soka Gakkai prevede la possibilità di continuare a tenere aperti i centri diurni in tre Istituti: CC San Vittore, IPM Beccaria e la CC di Monza.
La nostra metodologia si basa sulla convinzione che un giovane detenuto non possa essere trattato come un adulto, si basa pertanto sulla volontà di creare delle attività specifiche per i giovani.
L’obiettivo generale del centro diurno è quello di configurarsi come un ambiente sicuro e protetto per giovani detenuti in condizioni di fragilità e disagio psichico, all’interno del quale possano avviare un percorso di sviluppo delle competenze relazionali.
Il centro è condotto da uno psicologo, un educatore e un docente di discipline artistiche, e il sostegno dei fondi 8x1000 della Soka Gakkai dà un valore aggiunto perché supporta un tipo di attività artistiche focalizzate su un target giovanile che prima non esistevano.
Si ritiene che un percorso finalizzato al potenziamento delle risorse personali e relazionali di base possa essere un primo passo per porre le basi verso opportunità di inserimento scolastico, formativo e lavorativo di questi giovani.
Nei centri diurni i giovani hanno la possibilità di sperimentare condizioni di vita improntate alla normalità anche in un contesto detentivo, recuperando una dimensione evolutiva adeguata alla loro età. Tali spazi consentono di condividere esperienze culturali e formative, di acquisire nuove competenze e di sviluppare interessi personali. Attraverso queste opportunità si favorisce l’avvio di relazioni sia con il contesto esterno sia tra pari, contribuendo al contempo ad attenuare gli effetti più critici della condizione detentiva e del disagio psichico.
Quali sono le maggiori difficoltà che i giovani affrontano dentro i centri detentivi e una volta usciti? Il termine “reintegrazione” è adeguato a descrivere percorsi di riabilitazione sociale?
Il carcere rappresenta un luogo di profonda deprivazione, in cui vengono meno anche gli elementi più essenziali della vita quotidiana. Tutto ciò che un giovane possiede in un contesto domestico viene improvvisamente a mancare. La condizione di sovraffollamento costituisce inoltre una criticità di primaria importanza. Una delle maggiori difficoltà che i giovani incontrano al momento della dimissione è il ritorno a una realtà sostanzialmente invariata rispetto a quella precedentemente vissuta. Qualora l’esperienza carceraria si traduca esclusivamente nell’aver instaurato relazioni con altri soggetti dediti alla criminalità, spesso più adulti e recidivi, che finiscono per rafforzare e orientare ulteriormente la condotta deviante, ciò rappresenterebbe un fallimento collettivo.
Diviene pertanto imprescindibile che i giovani escano dal percorso detentivo dotati di strumenti aggiuntivi, capaci di favorire l’interruzione dei comportamenti precedenti e di offrire una prospettiva di vita alternativa. In tal senso, il concetto stesso di “reintegrazione” risulta inadeguato, poiché si tratta spesso di giovani cresciuti ai margini delle periferie urbane, che non hanno mai avuto una reale opportunità di integrazione sociale. Si tratta di soggetti che non studiano né lavorano e per i quali la scelta delinquenziale risulta, pur senza alcuna giustificazione, più accessibile.
Una parte significativa dell’utenza è composta da minori stranieri non accompagnati, privi di una rete familiare di riferimento. Si tratta di persone che vivono una condizione di profonda e opprimente solitudine, fattore che ha contribuito alla commissione dei reati.
Per queste ragioni, appare fondamentale ricostruire la capacità di instaurare legami significativi. Il centro diurno rappresenta un passaggio propedeutico essenziale nella costruzione di un percorso successivo, in quanto consente di ridurre il senso di isolamento e la percezione di esclusione sociale. L’adesione a regole condivise e ad attività strutturate, così come la sperimentazione di modalità relazionali più sane con i pari, costituiscono elementi fondamentali per avvicinarsi a una dimensione di vita ordinaria e socialmente integrata.
Quali sono le “cause” che spingono i più giovani a commettere reati?
Dai fatti di cronaca vediamo che ci sono situazione complesse con più cause che portano al fenomeno. Non c’è una risposta vincente purtroppo.
Facciamo l’esempio di un minore non accompagnato che arriva sul nostro territorio e non ha una situazione di accoglienza. Un ragazzo di quindici anni che viene dall’Africa subsahariana, attraversa il deserto e, se riesce a sopravvivere, viene trattenuto in una prigione, torturato e rilasciato dopo due anni, attraversa il mediterraneo e finalmente arriva in Italia. Dopo un soggiorno nel centro di accoglienza viene rilasciato senza un programma di accompagnamento che lo aiuti. Queste persone sono sopravvissute a una serie di eventi traumatici che incidono sulla loro condizione psichica.
Vi è inoltre un ulteriore fenomeno che riguarda non solo gli MSNA (minori stranieri non accompagnati), ma ragazzi che, almeno in apparenza, non hanno vissuto esperienze di marginalità o vicissitudini tali da poter spiegare il loro comportamento. Emblematico, in tal senso, è il recente episodio di cronaca avvenuto a Monza, in cui un adolescente è stato brutalmente aggredito da un gruppo di coetanei. Un evento che evidenzia un profondo deficit affettivo e un’apparente fatica nel controllo degli impulsi.
Il denominatore comune che abbiamo trovato è sicuramente l’incapacità di costruire un tessuto relazionale.
A seguito di una pena e soprattutto in una società come la nostra, lo stigma sociale è molto forte. Cosa può permettere a questi giovani di condurre una vita di valore una volta scontata la pena?
Qualora la società non sia in grado di offrire una seconda possibilità, la perdita ricade sull’intera collettività. Gli operatori impegnati nei settori rieducativi dell’ambito penale possono elaborare i progetti più efficaci e fornire tutti gli strumenti necessari affinché una persona abbia concrete possibilità di riscatto; tuttavia, se al termine del percorso detentivo essa si trova di fronte esclusivamente a rifiuti e preclusioni, tali sforzi risultano vani.
La stessa Costituzione italiana riconosce alla pena una funzione rieducativa. È pertanto fondamentale che la persona detenuta esca dal carcere avendo acquisito competenze e consapevolezze utili e che, una volta tornata in libertà, possa accedere a un’occupazione, a un’abitazione dignitosa e alla possibilità di costruire relazioni sociali significative. Qualora il contesto circostante si presenti come un “terreno bruciato”, ogni prospettiva di integrazione risulta compromessa.
Emblematico è il caso dei giovani stranieri: coloro che commettono un reato difficilmente ottengono un permesso di soggiorno e si trovano nell’impossibilità di permanere legalmente sul territorio italiano. Spesso queste persone finiscono per diventare soggetti invisibili, privi di qualsiasi reale alternativa, che si muovono ai margini delle città.
Diviene quindi essenziale continuare a credere e investire in progetti di questo tipo. Sostenere un centro sperimentale finalizzato alla riduzione della recidiva nei giovani autori di reato comporta una quota di rischio e rappresenta una sfida significativa; tuttavia, accettare tale sfida significa generare un beneficio per l’intera comunità.
PER CONOSCERE MEGLIO IL PROGETTO CLICCA QUI: https://ottopermille.sokagakkai.it/progetto/giovani-al-centro/
