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17 febbraio 2026

Un’altra possibilità per i giovani detenuti

Abbiamo intervistato Claudio Cazzanelli, direttore di A&I, e Vera Tommasoni, responsabile del progetto “Giovani al centro” sostenuto con i fondi dell’8x1000 della Soka Gakkai. Il progetto ha come obiettivo quello di offrire servizi socio riabilitativi e di supporto psicologico alla popolazione detenuta giovane adulta con fragilità psicologiche negli Istituti di Milano san Vittore, IPM Cesare Beccaria e presso l’Istituto di Monza

immagine di copertina

Dai fatti di cronaca vediamo che ci sono situazione complesse con più cause che portano al fenomeno. Non c’è una risposta vincente purtroppo. 
Facciamo l’esempio di un minore non accompagnato che arriva sul nostro territorio e non ha una situazione di accoglienza. Un ragazzo di quindici anni che viene dall’Africa subsahariana, attraversa il deserto e, se riesce a sopravvivere, viene trattenuto in una prigione, torturato e rilasciato dopo due anni, attraversa il mediterraneo e finalmente arriva in Italia. Dopo un soggiorno nel centro di accoglienza viene rilasciato senza un programma di accompagnamento che lo aiuti. Queste persone sono sopravvissute a una serie di eventi traumatici che incidono sulla loro condizione psichica. 
Vi è inoltre un ulteriore fenomeno che riguarda non solo gli MSNA (minori stranieri non accompagnati), ma ragazzi che, almeno in apparenza, non hanno vissuto esperienze di marginalità o vicissitudini tali da poter spiegare il loro comportamento. Emblematico, in tal senso, è il recente episodio di cronaca avvenuto a Monza, in cui un adolescente è stato brutalmente aggredito da un gruppo di coetanei. Un evento che evidenzia un profondo deficit affettivo e un’apparente fatica nel controllo degli impulsi. 
Il denominatore comune che abbiamo trovato è sicuramente l’incapacità di costruire un tessuto relazionale. 

Qualora la società non sia in grado di offrire una seconda possibilità, la perdita ricade sull’intera collettività. Gli operatori impegnati nei settori rieducativi dell’ambito penale possono elaborare i progetti più efficaci e fornire tutti gli strumenti necessari affinché una persona abbia concrete possibilità di riscatto; tuttavia, se al termine del percorso detentivo essa si trova di fronte esclusivamente a rifiuti e preclusioni, tali sforzi risultano vani. 
La stessa Costituzione italiana riconosce alla pena una funzione rieducativa. È pertanto fondamentale che la persona detenuta esca dal carcere avendo acquisito competenze e consapevolezze utili e che, una volta tornata in libertà, possa accedere a un’occupazione, a un’abitazione dignitosa e alla possibilità di costruire relazioni sociali significative. Qualora il contesto circostante si presenti come un “terreno bruciato”, ogni prospettiva di integrazione risulta compromessa.
Emblematico è il caso dei giovani stranieri: coloro che commettono un reato difficilmente ottengono un permesso di soggiorno e si trovano nell’impossibilità di permanere legalmente sul territorio italiano. Spesso queste persone finiscono per diventare soggetti invisibili, privi di qualsiasi reale alternativa, che si muovono ai margini delle città. 
Diviene quindi essenziale continuare a credere e investire in progetti di questo tipo. Sostenere un centro sperimentale finalizzato alla riduzione della recidiva nei giovani autori di reato comporta una quota di rischio e rappresenta una sfida significativa; tuttavia, accettare tale sfida significa generare un beneficio per l’intera comunità. 

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