Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

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2 marzo 2024 Ore 00:21

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Un cambiamento necessario

Intervista ad Adriana Piampiano

In occasione del 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, abbiamo intervistato Adriana Piampiano, psicoterapeuta e una delle fondatrici del centro antiviolenza “Le Onde ETS”, che da più di 30 anni lavora a Palermo a fianco delle donne vittime di violenza di genere. Il centro conta su una rete inter istituzionale di riferimento territoriale e coordina la rete anti violenza della città di Palermo. Ha gestito e ad oggi gestisce progetti locali, regionali e nazionali che intervengono nel contrasto alla violenza

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Adriana Piampiano, psicoterapeuta e una delle fondatrici del centro antiviolenza “Le Onde ETS”

Il Centro Antiviolenza “Le Onde” nasce, come progetto politico e femminista, nel 1992 all’interno dell’Unione Donne Italiane, dall’incontro di un gruppo di giovani donne provenienti da percorsi differenti e con lo stesso desiderio di costruire un luogo di forza e libertà per le donne. Era un periodo particolare per Palermo, quello delle stragi, della mafia, avevamo voglia di fare qualcosa, di costruire per il bene comune, soprattutto per le donne.
Non siamo state prese in considerazione subito, le forze dell’ordine avevano cose più urgenti di cui occuparsi, queste erano “storie di femmine”, un problema privato, non c’era ancora una visione pubblica e sociale della violenza.
“I panni sporchi si lavano in famiglia”: questa è la cornice entro cui abbiamo cominciato a lavorare, a partire dall’esperienza maturata da gruppi di donne a Bologna e a Milano, dove alla fine degli anni Ottanta erano nati i primi centri antiviolenza. Alcune di noi avevano una formazione psicanalitica e la nostra scommessa è stata cercare di coniugare femminismo e psicanalisi nella metodologia di intervento a contrasto della violenza.
Non è stato facile. Siamo partite con uno sportello d’ascolto, due pomeriggi a settimana, come volontarie. Abbiamo cominciato a tessere relazioni con gli operatori e le operatrici dei servizi per costruire quella trama che darà vita, successivamente, alla rete antiviolenza, istituita ufficialmente nel ’99 in seguito a un femminicidio che ha scosso la nostra città.
Da lì è emersa la necessità, anche con la questura, di mettersi attorno a un tavolo per cominciare a ragionare su come intervenire in maniera sistematica sulle situazioni di violenza di genere. Infatti, è essenziale un sistema di intervento complesso e molteplice che necessita della collaborazione di tutti i nodi di rete, di tutti i servizi del territorio, per garantire l’efficacia stessa dell’intervento, in un’ottica d’integrazione: non si lavora mai da soli sulle situazioni di violenza. Lavorare in solitudine, infatti, fa correre il rischio di lavorare sull’emergenza senza determinare una reale soluzione del problema.

Una volta arrivati nelle strutture protette, in una situazione di sicurezza, i bambini possono, finalmente, esprimere quei sintomi che a casa non potevano manifestare perché in pericolo, perché impegnati a proteggere la madre, perché impegnati a sopravvivere. Lavoriamo con loro in tutti i passaggi educativi, pedagogici, clinici, legali, istituzionali attivando anche per le donne il supporto alla funzione genitoriale e all’autorità materna per i bambini e le bambine, i supporti psicoterapeutici per l’elaborazione del trauma che hanno subìto. Perché gli effetti del trauma sono anche a lungo termine.
Conosco bene la fatica di portare avanti nelle case rifugio i percorsi d’uscita e quanta cura occorra per poter sanare i danni che nel tempo la violenza determina, non solo sul corpo, ma anche sulla mente: sono danni nelle capacità cognitive, nella memoria, nella concentrazione, nella distorsione emotiva e cognitiva che riduce la capacità stessa di valutare le situazioni di pericolo e quindi causa una tendenza a riesporsi a situazioni di pericolo.
Nei bambini la violenza determina problemi emotivi, cognitivi, di comportamento e di salute (disturbi di peso, di alimentazione o del sonno), difficoltà a scuola, difficoltà a sviluppare relazioni intime e positive e, soprattutto, il rischio di una ripetizione del modello relazionale violento.

Spesso questi bambini, quando diventano adolescenti, ripetono determinati comportamenti violenti e le donne provano molta sofferenza nel rivedere nei propri figli maschi la ripetizione del modello del partner; questa è la cosa che più le addolora, perché affermano di essere rimaste nella relazione, a subire per tanto tempo, per garantire un padre ai loro figli, per garantire il meglio per loro. Il risultato invece è tutt’altro.
Ormai è assodato che è di gran lunga preferibile vivere con due genitori separati, piuttosto che in una situazione di violenza, ci sono molti studi a riguardo.
Lo vediamo anche nelle storie delle donne che arrivano al nostro centro che spesso raccontano di infanzie difficili, caratterizzate dall’incuria e dal maltrattamento. C’è una ripetizione, il susseguirsi di una genealogia imperniata sulla violenza, un femminile negativo, perdente, battuto, violentato: è una catena che deve essere spezzata, interrotta per fare emergere un modello femminile diverso.
Perché se c’è un problema legato alla violenza è proprio quello della trasmissione trans-generazionale di modelli che devono essere modificati, trasformati, sia nei ruoli che nelle convenzioni, nel modo di intendere l’essere donna e l’essere uomo in questa società.
Non è facile ma bisogna scardinare questi modelli profondamente interiorizzati per evitare che la violenza si perpetui ulteriormente. Per fare ciò occorre attivare un processo trasformativo che vada in profondità.
Spesso si parla di raptus, di patologia, e anche il modo di esprimersi dei media non aiuta: “era un bravo ragazzo, era una coppia perfetta”, definizioni che spesso sminuiscono, banalizzano. Ma dietro quel presunto raptus quasi sempre c’è una relazione che per anni è andata avanti con la sopraffazione di un sesso su un altro. Perché la violenza di genere si nutre del potere che un sesso ha su un altro sesso e di una cultura che giustifica, perpetua tutto questo e si rifiuta di riconoscerlo come problema. È in questa disparità tra i sessi che si annida la violenza. Per questo parliamo di violenza di genere.
Per prevenire tutto questo bisogna costruire un nuovo maschile e femminile e de-costruire ruoli e stereotipi che riportano a una struttura patriarcale asfissiante.
Per questo nel nostro centro antiviolenza donne lavorano con altre donne, per costruire relazioni positive con altre donne (le operatrici) che possono essere oltre che “competenti” anche canali di accesso a un femminile diverso, al riconoscimento della propria autorità riferita alla libertà.
Per questo, nelle scuole, lavoriamo con i ragazzi e le ragazze sulla possibilità di essere uomini e donne diversi dagli stereotipi, con la possibilità di valorizzare le differenze, per uscire da certi schemi codificati che fanno solo male.
In trent’anni abbiamo visto tante donne che riescono a cambiare partner, ma si ritrovano sempre dentro uno schema relazionale violento in una ripetizione della configurazione carnefice-vittima. Quindi il punto è che occorre avviare un percorso di cambiamento che passa da una visione diversa di sé.
Ecco perché lavoriamo molto a partire dal desiderio, dalla possibilità di ricontattare una parte di sé che deve diventare il motore, la forza per arrivare a una nuova progettualità, per creare una prospettiva, per riattivare la speranza. Perché la violenza appiattisce in una dimensione in cui non c’è progettualità, non c’è futuro, non c’è speranza. E questi sono gli elementi che portano alla depressione.

A livello nazionale negli ultimi anni il numero di femminicidi è più o meno costante, alto, ma costante. Sicuramente oggi arrivano al nostro centro donne molto più giovani. Questo significa che la consapevolezza, il riconoscimento della violenza arriva prima.
In trent’anni sono cambiate tante cose, intanto oggi se ne parla mentre prima il fenomeno non veniva neppure rilevato.
Quando abbiamo cominciato a lavorare a Palermo, abbiamo chiesto ai servizi presenti sul territorio (comune, consultori, Forze dell’ordine) quante fossero le situazioni di donne che subivano violenza da loro seguite: ebbene non risultavano casi di violenza, perché non c’erano dati, perché non venivano rilevati gli interventi effettuati, perché non esisteva una categoria riconosciuta come “violenza di genere”. Gli interventi venivano catalogati e definiti, genericamente come casi di “lite in famiglia”. E se non c’è un dato statistico, quel fenomeno non esiste.
Bisogna innanzitutto dare visibilità a un fenomeno che altrimenti scompare. Da questo punto di vista la prima indagine Istat del 2006 è stata una svolta significativa.
È in aumento lo scontro perché le donne non si arrendono, sono più forti. Una donna viene picchiata, viene uccisa perché si sta ribellando, e in quel momento sta esprimendo la sua forza. Questo alzare il livello – rispetto a prima, quando si abbassava la testa, in silenzio – porta allo scontro su un piano corpo a corpo.

Inizialmente le donne che si rivolgevano al nostro centro non raccontavano, non parlavano, non avevano le parole per dirlo perché non sapevano riconoscere cosa fosse violenza. Allora abbiamo imparato a dire noi, a nominare la violenza, a fare domande dirette laddove loro erano mute. Perché la prima cosa importante da fare è dare un nome: uno schiaffo è violenza. E se io operatrice che ti accolgo, se io psicologa la nomino e ti dico, per esempio: “imporre un atto sessuale senza desiderio è violenza”, nominando la violenza sto già attuando un processo di riconoscimento, di significazione della sua esperienza e di cambiamento, una trasformazione soggettiva dell’altro, nella possibilità di riconoscere la violenza.
Bisogna partire dalla consapevolezza, bisogna aiutare chi è in queste situazioni a sviluppare consapevolezza. Non avere paura di nominare la violenza, soprattutto per chi è nella posizione di figura di riferimento, operatori e operatrici a tutti i livelli, il primo punto è quello di nominare la violenza, e prendere una posizione netta di condanna dei comportamenti violenti, perché non si può essere neutri. La neutralità non aiuta e smarrisce il senso del discorso sulla violenza di genere e sugli squilibri che la presuppongono, è controproducente e riproduce stereotipi. Educare alla consapevolezza è un punto indispensabile.
Per le donne che vivono queste situazioni è fondamentale allontanarsi dalla situazione di pericolo, dalla relazione, dal partner violento e non tentare ancora di cambiarlo.
L’esperienza di maltrattamento produce una grave erosione del senso di autostima e una grave esperienza di impotenza che dà luogo a un processo difensivo che determina nelle donne, un’oscillazione tra il senso di impotenza, il non poter fare nulla, e un’onnipotenza illusoria, l’idea di poter riuscire a cambiare il partner violento. “Il mio amore lo salverà”, “Io lo cambierò”, “se evito di fare questo non mi picchierà”.  Il senso di impotenza non può essere tollerato e allora la mente finge, si illude di avere il potere di cambiare le cose e chiaramente questo innesca i sensi di colpa: “se questo accade è colpa mia, sono io che non ho saputo cucinare, che non so gestire i figli… ecc”.
Per questo bisogna lavorare sull’autostima, sul senso di sé, sul desiderio, sulla possibilità di sentirsi e pensarsi in maniera diversa.
Aiutarle a volgere lo sguardo a sé, perché nelle relazioni di violenza lo sguardo è costantemente rivolto verso l’altro, per accontentarlo ma anche per proteggersi, perché se riesco a capire cosa vuole l’altro mi proteggo, mi salvo la vita, quindi è anche un discorso di auto difesa, di accomodamento, di possibilità di sopravvivere.
Se c’è una cosa che noi dobbiamo fare è alimentare la speranza, la possibilità di pensare che le cose possono cambiare, e crederci veramente. Non bisogna abbandonare la volontà di trasformare, di cambiare per uscire da queste situazioni di violenza. 

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