La nuova puntata di Fragranze racconta la storia di Claudio: più di quarant'anni di pratica buddista, tra lutti e una domanda che non lo ha mai abbandonato: che cos'è la morte?
Non è un episodio facile. Ma è uno di quelli in cui si sente, con chiarezza, cosa può succedere quando la sofferenza smette di essere qualcosa da subire e diventa il punto di partenza di una rinascita.
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TRASCRIZIONE
(N.b: il seguente testo è la fedele trascrizione del podcast, che diventa così accessibile a tutti e tutte, anche a chi non può ascoltarlo)
Bentornati su “FRAGRANZE” un podcast di IL NUOVO RINASCIMENTO che racconta storie di vita quotidiana di chi, grazie al Buddismo, è riuscito a trasformare la propria vita e a farla fiorire.
«Il ciliegio ha un tronco robusto, il susino un profumo delicato e il pesco un colore meraviglioso. Quando arriva la primavera ciascuno di loro sboccia a modo suo, producendo dei fiori unici».
Mi chiamo Elena Cavallone e questo non è un podcast sul giardinaggio, ma sulla saggezza del Buddismo praticato dalla Soka Gakkai, una scuola laica che si basa sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin, vissuto nel tredicesimo secolo.
In questo spazio parleremo degli ostacoli che ognuno di noi può incontrare lungo il cammino; che si tratti di relazioni complicate, difficoltà sul lavoro, sogni che faticano a realizzarsi o semplicemente di quel senso di rassegnazione che ci accompagna, ecco il Buddismo permette di affrontare in maniera diversa quelle situazioni che ci fanno soffrire.
Perché siamo tutti dei Budda, ma spesso ce lo dimentichiamo.
Che cos’è la morte? Nel buddismo, ma non solo, questa è l’unica domanda che conta. E la risposta che diamo a questo quesito determina il modo in cui viviamo. Nel buddismo la morte è considerata una delle quattro sofferenze fondamentali insieme a nascita, malattia e invecchiamento. È fondamentale perché è inevitabile, ed è una sofferenza perché l’idea della nostra morte può gettarci nella disperazione, così come la morte degli altri. Ma in che modo la visione buddista della morte ci permette di vivere pienamente la nostra vita? Per Nichiren Daishonin comprendere la morte è la chiave per assaporare pienamente la vita. Nei suoi scritti afferma che occorre “[…]studiare prima di tutto ciò che riguarda il momento della morte e poi tutto il resto". (L’importanza del momento della morte, RSND, 2, 714).
La società moderna, però, tende a distogliere lo sguardo dalla più fondamentale delle preoccupazioni, cercando di ricacciarla nell’ombra. La vita viene identificata con ciò che è bene, l’essere, la razionalità, la luce, mentre la morte è considerata il male, il nulla, l’oscurità. Ma nel Buddismo vita e morte non sono separate. Oggi vi racconto l’esperienza di Claudio, un uomo che pratica il Buddismo di Nichiren da più di 40 anni. Claudio si trasferisce a Torino negli anni ’60 quando è ancora un bambino. La sua è una famiglia numerosa, ma anche molto povera. Adattarsi alla nuova realtà torinese non è facile, soprattutto per via dei soldi che scarseggiano. Dopo aver finito il collegio frequenta le scuole superiori e già da giovane affronta una prima esperienza di dolore nella sua famiglia. A Massimo, il figlio di sua sorella, viene diagnosticata una malattia infettiva.
Claudio: Dopo due giorni che era al primo ospedale l'hanno spostato. Poi hanno detto no, guardi, vi siete sbagliati. Ma nel frattempo in questi quattro giorni era stato bombardato come medicine per malattie infettive. Quindi poi al 5º al 6º giorno l'hanno portato all'ospedale dei bambini. E lì gli hanno detto “guardi suo figlio ha tutti gli organi vitali bruciati”. Domenica è morto. In pratica in tre ospedali importanti di Torino è stato praticamente avvelenato e ucciso. Massimiliano aveva dieci anni. Io ero molto legato a lui perché in realtà mia sorella, la più grande della famiglia, siccome lavorava, io in pratica facevo da baby-sitter per guadagnare qualche soldino. E quindi praticamente l'ho cresciuto io Massimo.
Questo evento pianta un seme di sofferenza nel cuore di Claudio che inizia a chiedersi il perché di quella perdita così ingiusta. L’eco di questo evento arriva fino a delle persone del suo entourage che fanno parte di movimenti estremisti. Fuori scuola viene quindi avvicinato da alcuni di loro e incitato a vendicarsi nei confronti di chi aveva commesso gli sbagli. Nonostante Claudio rifiuti la violenza, la sua condotta a scuola gli impedisce però di terminare le superiori. Così abbandona gli studi e inizia a guardarsi intorno. Comincia a sperimentare delle filosofie che potessero dare un senso alla grande sofferenza che aveva segnato la sua famiglia. Il suo è uno spirito di r icerca assetato di risposte.
Claudio: Pensavo a mia madre perché mia madre ha fatto solo la seconda elementare. Non sapeva né leggere né scrivere. Non potevo spiegare a mia madre che cosa voleva dire il terzo occhio o l’aura. Cioè mi diceva "tu sei matto”! Dovevo trovare qualcosa che arrivasse alla mia famiglia.
Anche perché il fratello di Claudio, Maurizio, iniziava a manifestare segnali di disagio. Da quando era tornato dal servizio militare le sue condizioni psicologiche erano peggiorate.
Claudio: È ritornato che era molto depresso cioè aveva una sorta di psicosi maniacale di persecuzione. Lui riteneva che eravamo spiati, che la CIA ci sta spiando. Aveva questo senso di frustrazione e quindi continuava a dichiarare che si voleva uccidere, si voleva uccidere. Io per due tre anni l'ho seguito. Scappava, andava praticamente sotto i ponti o ai piedi nelle chiese però non si non si è mai ucciso.
Quando Claudio parte per il militare, però, arriva una notizia devastante.
Claudio: Era il tre gennaio 1983, mi ricordo che ero in caserma, che stavo suonando la chitarra e appunto il colonnello lì di servizio mi ha chiamato mi ha detto “deve ritornare immediatamente a Torino perché è successa una cosa grave nella tua famiglia”. Gli ho detto cosa è successo di così grave alle due di notte che devo ritornare immediatamente a Torino.
Proprio quella notte lì che ho saputo che Maurizio ehm praticamente si era tolto la vita. Mi ricordo che allora c'erano le cabine telefoniche nelle stazioni. Praticamente ho preso a testate una cabina telefonica. Ero pieno di sangue, piangevo.
Elena: Immagino che la perdita di tuo fratello ti abbia sconvolto un po’ tutta la tua vita. Come hai provato a reagire?
Claudio: A un certo punto mi sentivo veramente come una nave senza meta, come una persona che viaggiava così nel vuoto.
Ho detto mi devo finire di diplomare perché devo dare un senso a tutto questo no e quindi mi sono iscritto a una scuola serale. E lì praticamente un mio amico che non vedevo da tanti anni ex tossicodipendente, in pratica mi ha detto sai che io ho cominciato a recitare una frase e puoi cambiare il tuo destino. Mi ha portato a un meeting a uno dei primi gruppi di Torino.
Elena: Che cosa stavi cercando quando hai sentito parlare del Buddismo di Nichiren Daishonin? E che cosa ti ha convinto a iniziare a praticare?
Claudio: Mi ha colpito Roberto perché se uno lo guardava diceva: fricchettone eccetera eccetera. Mi ha colpito il fatto che tu puoi cambiare il destino in questa vita no. E allora ho cominciato a recitare subito immediatamente perché intanto come ti avevo detto prima, avevo provato tante cose, anche molto confuse. Ho detto voglio provarci anch'io a cambiare il destino.
Elena: Che cosa voleva dire per te cambiare il destino?
Claudio: Voleva dire praticamente uscire fuori da questo ciclo di morti. Dentro di me c'è sempre stato quel desiderio molto forte della morte. E poi è un combattimento con la morte e con la vita. Difatti io mi sono sempre trovato vicino ad un burrone e ho sempre combattuto. In pratica ho sempre detto che si poteva cambiare il destino e che poteva esserci qualche cosa. E tutti i miei amici mi hanno sempre detto eh che io sono un pivello che non si può cambiare il destino no.
La pratica buddista che Claudio inizia a sperimentare consiste nella ripetizione di Nam-myoho-renge-kyo, ovvero quello che nel Buddismo di Nichiren viene chiamato Daimoku. Recitare Daimoku, quindi, permette di far emergere la propria Buddità. I praticanti del buddismo di Nichiren recitano Daimoku davanti al Gohonzon, che è definito anche come “l’oggetto di culto per l’osservazione della mente”. Si tratta della rappresentazione grafica di Nam-myoho-renge-kyo, scritto al centro della pergamena. Osservare la mente significa percepire la Buddità inerente alla nostra vita.
Elena: E quando hai iniziato a praticare che cosa hai sentito che succedeva nella tua vita?
Claudio: Lavoravo con il papà di un mio amico che faceva montare porte corazzate. Il mio obiettivo era aiutare la mia famiglia perché era povera. Quindi ho cercato di trovare un lavoro e facevo tanti lavoretti. Montavo porte corazzato con questo mio amico e mi dava 100.000 lire ogni porta corazzata che montavano. Un giorno mi ha chiamato. Dovevo tirare giù un muro in una cantina …che era spesso 20 o 30 centimetri e mi ricordo, mi ha detto “Claudio guarda c'è una mazza di ferro, ma di quelle grosse qui c'è il bugliolo, qui ci sono un po’ di attrezzi. Te la senti di buttare giù tutto questo muro e portare sulle macerie? Ti pago come se avessero montato una porta... A un certo punto ho finito in tempo record di buttare giù questo muro …. ho cominciato a recitare con tutte le mie forze. Facevo già tanto, tantissimo Daimoku e ho detto "Io voglio trovare un lavoro stabile, io troverò un lavoro stabile per aiutare la mia famiglia". Mi ricordo che a un certo punto... ho sentito un'energia... era di una gioia infinita, una gioia pazzesca, ma proprio una cosa incredibile. Mi sono avvicinato al bancone della ferramenta dove c'era il mio amico Piero e mi ha detto “Senti Claudio, una grande azienda di Torino che monta serrature ha bisogno di un uomo di fiducia. Vuoi venire a lavorare a tempo indeterminato?” Io con la testa ho detto Sì, sì, mi interessa questa cosa.
Per comprendere l’esperienza di Claudio bisogna fare una premessa: Il Buddismo di Nichiren è una religione umanistica che non colloca l’oggetto di culto al di fuori dell’essere umano. Il Gohonzon è un oggetto di culto intrinseco alla vita. Rappresenta sia la Legge mistica, sia la condizione vitale della Buddità inerente a ogni persona. Non vi è raffigurata una divinità, né qualcosa di esterno a noi che esaudisce dall’alto i nostri desideri: è un oggetto di culto che serve a far emergere la nostra innata natura di Budda. Nichiren è assolutamente esplicito su questo punto quando in uno scritto afferma:
«Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te. Il Gohonzon esiste solo nella carne di noi persone comuni che abbracciamo il Sutra del Loto e recitiamo Nam-myoho-renge-kyo» (Il reale aspetto del Gohonzon, RSND, 1, 738)
Il Buddismo ha come scopo aiutare l’individuo a manifestare la propria natura di Budda e afferma che l’illuminazione è possibile grazie al potere del Daimoku e della fede. L’atteggiamento di Claudio è proprio quello descritto anche da Daisaku Ikeda terzo presidente della Soka Gakkai, chiamato anche “Sensei” che vuol dire maestro. Lui scrive: “C'è, in questa lunga lotta, un momento fondamentale: è l'attimo in cui il potere del Gohonzon si sostituisce al potere della mente, il potere della Legge si sostituisce alle proprie capacità”.
Claudio: In quel momento lì che poteva essere banale magari per 1.000.000 di persone per me non era banale. Era l'ultimo istante della mia vita.
Quella di Claudio, quindi, non è una preghiera rivolta all’esterno, un’invocazione verso qualcuno o qualcosa che rispondesse alle sue richieste. Riguardo all’atteggiamento quando si pratica Ikeda scrive:
«La recitazione del Daimoku è la base di tutto l’insegnamento del Daishonin. […] Quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo con spirito di ricerca, il suo beneficio infinito si dispiega nella nostra vita. Far emergere il mondo di Buddità significa questo» (Daisaku Ikeda, BS 119, pp. 15-16)
La trasformazione interiore attraverso la pratica comporta come conseguenza una trasformazione anche della realtà circostante. Il vero scopo della pratica però è far accadere quel cambiamento dentro di noi, di percepire la natura di Budda, anche nelle circostanze più dure. Ed è proprio anni dopo, in occasione della malattia del padre che Claudio, grazie alla pratica, ne fa esperienza. Quando i medici comunicano a lui e ai suoi fratelli che non c’è molto da fare per salvarlo, Claudio, comprensibilmente, viene assalito dalla disperazione.
Claudio: Io sono entrato in un mutismo. Già mio fratello Giorgio diceva “ci penso io alla bara”. Anna diceva “i fiori ci penso io”. E io dentro di me ho detto “ma non è ancora morto. Perché pensano alla morte? Il dottore ha detto che non sapeva se avrebbe passato la notte. Ha detto non possiamo operarlo perché non ha più piastrine; quindi, se lo operiamo muore per emorragia. Era talmente grave che ha detto “proviamo a curarlo con degli antibiotici in modo che l'infiammazione nella cistifellea si riduce”. Però poi l'infiammazione non si era ridotta. E quella notte lì mi ricordo che era tipo un Natale o un giorno dopo Natale e ho detto “La faccio io la notte con papà.” Ho continuato a recitare tutta la notte e la cosa è che ho continuato a piangere per metà della notte. Perché dicevo, insomma, abbiamo tutti questi Gohonzon a casa, ho lottato tutta la vita per cambiare il destino e adesso mio papà sta morendo. Perché deve morire?
E quindi continuavo a lamentarmi di questa cosa, che io pratico da tanto tempo, tante esperienze tante cose e mio papà aveva una malattia che adesso non si può guarire, non può vivere. A un certo punto è come se fosse successo qualcosa, è sempre quell'attimo. In quel momento si è trasformata la mia lamentela in gratitudine. Ho detto ma che cavolo sto dicendo io? Non ha importanza se papà morirà. Continuerò a recitare qualunque cosa succeda. E ringrazio il Gohonzon per essere nato in questa famiglia. Ho percepito proprio questa continuità della vita e della morte, che però non è una condizione, come dire, ci arrivi e sei a posto. È una condizione che tu in pratica la puoi percepire ma non è una cosa costante. È una cosa che quando tu l'hai impari a vivere. Impari anche, come dice Nichiren Daishonin a capire meglio la vita.
Ma che cosa si intende nel buddismo per eternità della vita? Il Daishonin afferma che il carattere “myo” di Nam-myoho-renge-kyo significa morte e il carattere “ho” vita. Vita e morte fanno quindi intrinsecamente parte della Legge mistica, la Legge fondamentale dell’universo, e ne costituiscono il ritmo eterno.
Per il buddismo la relazione tra la vita, la morte e la Legge mistica può anche essere descritta come un'onda che appare sulla superficie dell'oceano e poi si inabissa nuovamente. Ikeda spiega che “L'oceano rappresenta la Legge mistica, l'onda sta a indicare una singola vita o fenomeno. Il movimento delle onde che emergono dall'oceano e poi vi ritornano corrisponde al ciclo di nascita e morte. Tuttavia, quando muoiono le singole vite non scompaiono nell'oceano della Legge mistica, come accade normalmente alle onde marine. Così come in fondo all'oceano fluiscono numerose correnti invisibili alla superficie, si può affermare che la differenza fra vita e morte è simile a quella fra le onde che appaiono in superficie e le correnti che scorrono nelle profondità dell'oceano. L'essenza vitale di un individuo non si estingue con la morte; vita e morte non sono altro che le fluttuazioni della Legge mistica. Le correnti che scorrono nelle profondità dell'oceano emergono in superficie sotto forma di onde, poi si inabissano nuovamente, tornando a essere invisibili. Similmente, un'onda di vita che emerge nella superficie dell'oceano della Legge mistica, nel morire si fonderà nuovamente con quell'oceano e continuerà le sue fluttuazioni invisibili. Quando le condizioni saranno appropriate, quell'essenza vitale apparirà un'altra volta sotto forma di una nuova onda.”
(D. Ikeda, lezione su L'eredità della Legge fondamentale della vita, esperia, pag. 10)
In pratica, in quella stanza di ospedale Claudio, mentre suo padre combatte tra la vita e la morte, grazie al Daimoku compie un’altra volta quella trasformazione interiore, adottando così la prospettiva dell’eternità della vita.
Claudio: Mio padre non è morto. Mio padre ha vissuto ancora un anno, ha prolungato la sua vita e di questo ne sono sicuro. E io per un anno intero, quasi tutti i giorni, sono andato a trovarlo recitando Daimoku con lui e lui mi ha raccontato di questo senso di solitudine e di rinuncia della vita che ha avuto e di senso di colpa. Io gli ho detto ù2non ti preoccupare papà, tu non sei stato un padre splendido ma comunque sei sempre mio padre".
Elena: Hai parlato di lamentela che si è trasformata in gratitudine, che cosa intendi?
Claudio: Questa gratitudine nasce non più da un ragionamento razionale ma da, come dire, una sensazione, un atteggiamento. Io comunque sono in vita, sono nato in questa famiglia, io ho avuto l'opportunità immensa, a questo gran casino, a questo fango terribile che è successo nella mia famiglia, questa terribile situazione di incontrare il Gohonzon. E quindi questa sofferenza mi ha permesso di arrivare a capire qual è il metodo per diventare felici e quindi anche accettare il fatto che si possa morire. Il significato più profondo di MYOHO vuol dire morte e vita, allora è accettare e la morte come un fatto che fa parte della vita. E come sentire che la vita è preziosa. Non è un'accettazione, diciamo supina. Ma è l'accettazione del fatto che si può anche morire. È bello continuare a vivere fin quando si vive, non so come dire, vivere anche un secondo di più.
Elena: Come cambia la visione della vita quando percepisci l’eternità come tu l’hai descritta?
Claudio: Io quello che ho percepito è che tutte le cose sono unite. La mia percezione in questi tre quattro momenti della mia vita di questi 43 anni di pratica era che non c'è nessuna differenza. C'è questa interconnessione della nostra vita con tutte le cose della vita, compresa anche la morte. Praticamente la commozione e la gioia di vedere la vita.
Claudio parla di attimi, istanti densissimi in cui appare chiara la prospettiva dell’eternità della vita, della coesistenza di vita e morte e di un profondo senso di connessione da cui ricava una gioia profonda. La cosa che mi colpisce, però, è che lui stesso ammette che la pratica non cancella le sue tendenze verso la distruzione né cambia la sua personalità. La pratica, quindi, gli permette di vincere su quegli aspetti della sua vita e di creare valore intorno a lui. Nonostante gli anni di pratica, però, durante un viaggio in Giappone per incontrare proprio Daisaku Ikeda, Claudio sente tornare a galla tutta la sua sofferenza.
Claudio: È venuto questo, questa condizione, questa sensazione proprio di soffocamento totale, è come se mi fosse ritornato tutto il karma di dolore.
Ed ero lì che mi chiedevo: perché devo continuare a sentire sto dolore dentro di me adesso, in questo momento? Non ho dormito quasi niente. Il giorno dopo ho incontrato il presidente Ikeda e ho fatto Gongyo con lui, intorno a lui. E lì, appunto, ho detto “aiutami sensei, perché devo soffrire così tanto? Perché devo stare così male?" Ecco, io a un certo punto non avevo più la consapevolezza del tempo. Poi ho detto dentro di me "ma che cavolo sto facendo?" Sto supplicando e sto chiedendo aiuto a un altro essere umano. Ma sono matto. Io non chiedo aiuto al presidente Ikeda. Io lotterò al suo fianco. Vi giuro, è come se fosse arrivata una spada che arrivava proprio con tutta la sua forza. E il presidente Ikeda ha cominciato a recitare Nam-myoho-renge-kyo. E come per dire era ora che ti svegliassi. Cioè, come devo fare per farti capire che cosa devi fare. Cioè la mia vita è cambiata in quell'istante è proprio stato un momento di trasformazione totale. Ed è stata una consapevolezza silenziosa, invisibile.
Elena: Per noi occidentali è difficile concepire la figura del maestro. Che rapporto è quello tra il maestro e il discepolo?
Claudio: È un rapporto orizzontale di lottare a fianco non di subalterno. E quando ho deciso e ho capito questa cosa proprio ho incontrato proprio fisicamente Sensei. L'ho incontrato nel Gongyo. L'ho incontrato proprio fisicamente. Nel senso che mi ha stretto la mano e mi ha abbracciato. Perché il maestro non è colui che sta al di sopra di te, ma è colui che incarna la legge e la mette in pratica. Lui è un punto di riferimento, perché? Perché ha incarnato nel suo sangue, nella sua carne, nella sua vita Nam-myoho-renge-kyo, l'ha incarnato nella sua esistenza con tutte le sue difficoltà da essere umano, così come Nichiren Daishonin o Toda, Makiguchi o anche Shakyamuni. Nam-myoho-renge-kyo è la vita. La chiave che apre questa vita è l'accordatore che ti permette di metterti in perfetta sintonia con questa vita che si chiama Myo-renge-kyo, che è la Buddità. E lui l'ha sperimentato, quindi è un punto di riferimento. Essere discepolo del presidente Ikeda vuol dire una sola cosa avere esattamente il suo stesso desiderio.
Adesso l'unico l'unico modo per avere questo legame con Sensei è avere esattamente lo stesso voto di Sensei. Io per esempio tutte le mattine leggo dalla sera e prima di addormentarmi al mattino le guide di Sensei e le vado proprio a cercare e vado proprio ad analizzare i punti in cui ci sono continui incoraggiamenti.
Vado a cercare sempre questo cuore di Sensei tutti i giorni. Ed è molto difficile, non è semplice.
Elena: Quindi nel concreto la pratica che cosa ti ha insegnato?
Claudio: Innanzitutto volermi bene per come sono io adesso. Quindi un'accettazione di te, stessa di te stesso così come sei no in questa vita in questa famiglia, in queste condizioni. E questa cosa qua non è che capita sempre, capita quando io ho una o un'alta condizione vitale. Quando le cose vanno un po’ male allora ho imparato a usarle come occasione, non come una difficoltà. Questo problema non è più un problema, è un'occasione per andare davanti al Gohonzon, per dire cosa devo imparare. Ho imparato a dire le cose, mentre che prima magari mi arrabbiavo e magari producevo anche delle situazioni negative, adesso riesco ad avere il coraggio a dire le cose, anche a parlare. E non turbare il mio cuore. Il mio cuore resta sereno e felice, anche se sono in mezzo alla tempesta. Sento il dolore o la sofferenza che sto provando ma questa cosa qua non mi turba. Mentre che prima dicevo le gambe mi tremavano, adesso non mi tremano più le gambe. Devi comprendere dentro di te che devi essere felice tu e che la pratica non serve per diventare più ricco economicamente, ma serve per tirare fuori una condizione vitale, stabilire una libertà dentro di te.
Elena: Tu hai parlato di gioia di vedere la vita, ma in un momento storico come quello attuale e guardando anche intorno tutta la sofferenza che dilaga…come si fa a sentire ancora gioia?
Claudio: La felicità che Toda ci dice sempre non è una felicità legata alle situazioni esterne. Fa piacere avere soldi, stare bene, avere una bella macchina, insomma stare in buona salute. Chi è che non avrebbe piacere? Ma è una felicità compassionevole. È una felicità che nasce dalla compassione. Per questo ti dico quando vedo gli esseri umani io mi commuovo e sento una felicità che è una felicità indipendente, libera. Allora il punto è proprio propagare questo tipo di umanità e di sensibilità che, come dire, nasce dal rispetto per la vita e per gli esseri umani.
Elena: Perché per te è importante parlare agli altri del Buddismo?
Claudio: Nasce dall'esigenza del fatto che io appunto ho trovato questa gioia diciamo incontaminata e quindi ho capito dagli scritti di Nichiren Daishonin che il miglior modo per ringraziare questa cosa, Nam myoho renge kyo, è quella di trasmetterlo, di condividerla con gli altri. Quando è successo con mio padre che il dolore e il pianto si è trasformato praticamente in una gioia infinita, la chiave di volta è stato il senso di gratitudine per il Gohonzon.
Nel buddismo c’è un principio, quello di “Trasformare il veleno in medicina”. Significa imparare a guardare a una situazione dolorosa non solo come qualcosa da subire, ma come un’occasione per conoscersi più a fondo, sviluppare coraggio e far crescere la propria compassione. È un processo interiore: quanto più riusciamo ad attraversare le difficoltà senza lasciarcene schiacciare, tanto più diventiamo forti, saggi e capaci di vivere con uno stato d’animo ampio, profondo, meno dipendente dalle circostanze esterne. In questa prospettiva, la sofferenza può diventare il punto di partenza per una felicità più autentica. Ma questo potenziale non si manifesta automaticamente: emerge quando scegliamo di reagire in modo costruttivo, trasformando il dolore in consapevolezza, responsabilità e crescita. Se invece ci lasciamo dominare dalla sofferenza, oppure rispondiamo con rabbia, chiusura o distruttività, il “veleno” resta tale e continua a produrre sofferenza.
Claudio: Nella mia nella mia vita mi è capitato quello che Baudelaire chiama lo spleen. Questo desiderio, questa oscurità della morte in pratica è stato un po’ un filo conduttore di tutta la mia esistenza. Questo desiderio di morte questa sofferenza che poi l'ho vissuta anche con la mia famiglia e con le mie esperienze di mio fratello mio padre insomma tutte le altre cose è diventata non più, come dire, una nuvola scura impenetrabile ma è diventata veramente un punto di forza di trasformazione. Posso dire anche paradossalmente che grazie a questo dolore così profondo che ho provato.. che sono state una sorta di strada percorso che mi hanno fatto arrivare a questa gioia infinita che appunto è il come dire la gioia del daimoku.
Elena: Come pensi adesso alla morte?
Claudio: Io penso a che cosa sarà il momento della mia morte. E non riesco a capire cioè non riesco a immaginare che cosa sarà perché vorrei vivere il più lungo possibile. Quante volte ci viene detto non ha importanza che cosa ci sarà dopo. Cioè questo istante ora, quello che stiamo vivendo per esempio ecco questo è il momento Eterno, questo istante. Qui io non percepisco nient'altro. Non so come dire. Nella mia testa non c'è nient'altro se non questo istante qui, questo momento, qui, questo momento. Il buddismo ci spiega che è l'eternità, cioè da qui nasce tutto. Il beneficio della pratica è avere esattamente l'istante presente. Cioè, vivi esattamente il presente in modo assoluto, in modo profondo. Recitando Nam-myoho-renge-kyo lo senti. Lo percepisci. Ci si allena a vivere questo momento presente che potrebbe essere diverso ma è unico.
L’esperienza di Claudio parla di una gioia illimitata nel percepire l’eternità della vita ma che non cancella la sofferenza, la trasforma. Sappiamo bene come un lutto possa essere devastante e farci perdere il senso della nostra stessa esistenza. Possiamo praticare da anni, eppure sentire che il nostro Daimoku non stia funzionando, né per noi, né per le persone che sono scomparse. Vi lascio quindi con un incoraggiamento di Richard Causton, Primo direttore generale della Soka Gakkai britannica, scomparso nel 1995. In questo estratto risponde a un praticante che aveva perso il padre a causa di un cancro e che diceva di non riuscire a sentire il potere del daimoku. Ecco la sua riposta. Le persone care che sono venute a mancare sono in comunicazione con noi attraverso la relazione karmica che abbiamo con loro: per aiutarle è importante mantenere sempre uno stato vitale alto, perché loro sentono quando noi stiamo bene e noi sentiamo il loro benessere. È meraviglioso poter stabilire con i nostri cari un ciclo eterno di Daimoku che passa continuamente dalla vita di una persona a un'altra e che ci permette di proteggerci a vicenda. Noi recitiamo per una persona a noi vicina o per un nostro familiare perché possa incontrare il Gohonzon nella prossima vita e iniziare a praticare. Io trovo tutto ciò molto incoraggiante.
(Tratto da: Il Nuovo Rinascimento 140, ottobre 1993, pagg. 14-15)
