Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione · Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione ·Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·

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15 dicembre 2025

Sulla veste sfoderata

Lezione su il Gosho "La veste sfoderata" per le riunioni di studio di gennaio 2026

immagine di copertina

Testo integrale su Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 2, p. 565 e al link https://biblioteca.sgi-italia.org/rsnd/sulla-veste-sfoderata

Il Gosho, vale a dire la Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, spiega i mezzi che consentono a tutti di raggiungere l’Illuminazione; rappresenta l’insegnamento eterno. Si tratta di scritti pervasi di una speranza senza limiti, e continuando a studiarli e a metterne in pratica il contenuto si è certi di non trovarsi mai a un punto morto. Alcuni sono molto dottrinali e complessi, ma non è necessario comprenderli tutti.
Ciò che importa è l’ardente desiderio di leggere il Gosho e di esporre ogni giorno la propria vita, anche solo per un poco, alle parole di Nichiren Daishonin.
Una ricerca di questo tipo permette di “ancorarsi” saldamente all’orbita della vera felicità, lungo la via del conseguimento della Buddità in questa esistenza. E diventa il motore per far avanzare kosen-rufu.

Poco più di un anno dopo il ritiro sul monte Minobu, Nichiren Daishonin scrisse questa lettera a una coppia di credenti che non aveva mai incontrato e che gli avevano inviato un indumento leggero, adatto alla stagione calda, forse perché preoccupati delle difficili condizioni di vita in cui si trovava; da quel loro dono traspare un affetto toccante e quanto mai sincero.
Probabilmente il Daishonin approfittò del breve intervallo di tempo tra l’arrivo e la partenza del messaggero inviato dalla coppia per scrivere una lettera di ringraziamento, che è poi il Gosho che stiamo esaminando. Non conosciamo né il nome del marito né quello della moglie, ma si suppone fossero imparentati con la famiglia Nanjo, oppure seguaci che vivevano a Kamakura.
Dal momento che non avevano mai incontrato il Daishonin di persona, si può presumere che non fossero seguaci di spicco, ma appare evidente dal contenuto della lettera che mantenevano una fede costante. Sono le persone comuni quelle che contano di più. L’essenza stessa del Buddismo brilla nel loro impegno concreto per manifestare la fede nella vita di ogni giorno.
Dalla lettera appare chiaro che il Daishonin risponde alla coppia con altrettanta sincerità, un atteggiamento da non scordare mai. Lo scritto è permeato della compassione del Daishonin che li rassicura che tutti i Budda conoscono la loro sincerità e che sicuramente i due coniugi conseguiranno la Buddità. Gli avevano donato un abito, ma non si trattava soltanto di questo: in quell’offerta il Daishonin percepiva il cuore e la vita stessa dei due credenti. Non conosco altre figure religiose che abbiano scritto lettere così premurose a chiunque inviasse offerte. Quasi tutte le lettere che il Daishonin inviò ai credenti erano di ringraziamento per i doni ricevuti. Rispondeva con il cuore e con grande sincerità al cuore e alla sincerità degli altri. E rispondeva subito. Anche Josei Toda, il secondo presidente della Soka Gakkai, si comportava così e lo svilup po attuale della Soka Gakkai si fonda su quello stesso spirito.
Nel leggere le risposte del Daishonin i credenti saranno stati certamente commossi dall’umanità che queste comunicavano. E non furono pochi a seguirlo malgrado le grandi persecuzioni, grazie al legame sincero che il Daishonin aveva con loro.
Quel profondo, invisibile legame che unisce i cuori rappresenta ancora oggi la vera forza della Soka Gakkai.

Nel paese di Kirokoku (Abbandonare i Vecchi) ci si sbarazzava degli anziani per ridurre le bocche da sfamare. Secondo le scritture buddiste erano diversi i paesi in cui gli anziani venivano abitualmente trattati molto male. Un sutra racconta di come un regno pose fine a questo uso crudele: un ministro, trasgredendo la legge del paese, rifiuta di cacciar via il vecchio padre e lo tiene con sé, nascosto. In seguito il regno – in preda a una calamità che nessuno sa come risolvere – si salva grazie alla saggezza del vecchio genitore. Il sovrano decide quindi di cambiare le leggi e di stabilire il rispetto nei confronti degli anziani.
Nichiren dice che il Giappone ha rigettato il devoto del Sutra del Loto propriovcome in questo antico paese si allontanavano gli anziani saggi. Nessun paese è più stupido di quello che si libera dei saggi, che possono salvarlo dai disastri. La morte in carcere di Tsunesaburo Makiguchi, il fondatore della Soka Gakkai, ebbe per il Giappone in guerra lo stesso significato di un rifiuto nei confronti del devoto del Sutra del Loto. Perciò il Giappone andò dritto verso la rovina. Come dice il Daishonin in questa lettera, nessuno è mai stato odiato quanto lui a causa del Sutra del Loto. Era odiato persino dalle persone comuni, sebbene lottasse per la loro felicità. Sembra assurdo, eppure proprio questo è il destino di tutti coloro che cercano di svelare nuovi orizzonti. Qualcuno una volta chiese al presidente Toda: «Se la mistica Legge è corretta, perché è così difficile propagarla?» Egli spiegò: «Per la gente è difficile accettarla proprio perché è giusta. Per esempio, è giusto che i bambini nutrano rispetto nei confronti dei genitori. Ma voi siete davvero così rispettosi verso i vostri genitori? La maggior parte delle persone raramente riesce a esserlo. E ancora: non sempre studiamo con impegno, anche se sappiamo che è importante. Ci sono persone senza denaro che talvolta decidono di dissipare nell’alcol tutto quello che guadagnano, anche se sanno che è sbagliato farlo. Analogamente, il Daishonin spiega che quanto più corretto è l’insegnamento, tanto più numerosi saranno i suoi oppositori».
Le persone spesso non fanno ciò che è corretto, e tendono anche a reagire emotivamente e negativamente nei confronti di chi è nel giusto. Questa è la natura umana. Gli uomini arroganti e di potere, in particolar modo, non sopportano che qualcuno esiga giustizia, perché si considerano superiori a tutti gli altri: è un principio immutabile.

«In questi venti e più anni non ho mai goduto di un’ora o di un solo momento di pace», dice il Daishonin. Lo ha fatto per noi. Che compassione! La sua grande lotta per la rivoluzione spirituale è stata più impegnativa di qualsiasi combattimento.
A trentadue anni proclamò il suo insegnamento e da allora grandi persecuzioni continuarono ad abbattersi su di lui, ma egli non retrocedette di un solo passo.
Esaminiamo le persecuzioni che il Daishonin menziona in questo scritto, e che peraltro rappresentano solo una parte delle difficoltà che si trovò ad affrontare: fu allontanato dal Seichoji (il tempio in cui era stato educato come prete e dove aveva proclamato il suo insegnamento); fu scacciato da Awa, dove era nato; i suoi genitori e parenti furono costretti a subire numerose angherie; fu assalito di notte in un eremo; fu attaccato a Komatsubara. Inoltre su di lui circolavano voci infondate e fu spesso oggetto di insulti. Durante la persecuzione di Komatsubara ebbe il braccio sinistro fratturato e ricevette una ferita di spada sulla fronte. Molti suoi discepoli furono uccisi. Quando Hei no Saemon venne per arrestarlo, il Daishonin fu colpito da Sho-bo con un rotolo del Sutra, e durante la persecuzione di Tatsunokuchi fu quasi decapitato. Fu anche esiliato due volte, a Izu e nell’isola di Sado.


Il Daishonin resistette coraggiosamente. «E tuttavia non sono scoraggiato»,3 dice. «Mi rallegrai dicendo che da tempo mi aspettavo che saremmo arrivati a questo».4 «Nichiren lo aveva previsto da tempo».5
Tutto ciò è stato fatto per l’umanità: il Daishonin ha sopportato ogni cosa per il nostro bene, senza mai volere nulla per sé. Avrebbe potuto condurre una vita pacifica e tranquilla, se soltanto lo avesse desiderato, e aveva ben chiaro che affermando le sue idee sarebbe andato incontro a dure persecuzioni, ma osò farlo. Non c’è il minimo accenno di amarezza o di lamento in questa lettera in cui enumera le persecuzioni subite. Anzi, ne era immensamente fiero: sentiamo, in questo orgoglio, il palpito del cuore dell’indomito re leone.
Noi siamo i discepoli del Daishonin e portiamo avanti la sua grande lotta: è un onore senza pari. In confronto alle terribili persecuzioni che affrontò il Daishonin, ricevere qualche insulto è ben poca cosa. Così Toda descrisse il periodo della guerra, quando il governo militarista era deciso a sopprimere, senza pietà, ogni voce di dissenso: «La sorpresa e la confusione dei credenti e la perplessità degli affiliati al Tempio principale erano addirittura comiche da sentire e imbarazzanti da immaginare. I pellegrinaggi al Tempio principale erano stati vietati al presidente Makiguchi, a me e a tutti i membri dell’associazione, ed eravamo calunniati in lungo e in largo in quanto nemici della nazione. Nonostante fosse un chiaro sintomo delle condizioni dell’epoca, questa assurdità era persino ridicola. E coloro che erano stati incarcerati furono patetici. Alcuni videro crollare i loro affari; le loro famiglie erano perseguitate dai creditori o non erano in grado di provvedere al proprio sostentamento per mancanza di mezzi. I prigionieri e le loro famiglie non sapevano più cosa fare.
Così le famiglie abbandonarono la fede o cominciarono a dubitare, mancavano di fiducia e possedevano solo una vaga conoscenza degli insegnamenti del Daishonin. E uno dopo l’altro anche coloro che erano in prigione abbandonarono la fede, era gente senza spina dorsale e senza coraggio. La loro fede era debole. Questa era la pietosa situazione in cui si trovavano coloro che non avevano riconosciuto il Daishonin come Budda originale».
Persino in tali circostanze Josei Toda sentiva una profonda riconoscenza verso il suo maestro, Makiguchi, di cui più tardi avrebbe detto, in un’epigrafe: «Nella tua vasta e illimitata compassione mi hai permesso di seguirti persino in prigione». Queste parole riassumono eloquentemente la relazione tra maestro e discepolo, solenne e magnifica, che esisteva fra loro. Anche in questo breve Gosho è chiaro che il Daishonin era forte e impavido di fronte all’arroganza del potere e infinitamente gentile verso le persone sincere: sono entrambe manifestazioni della sua compassione. Un simile comportamento riassume tutta la sua umanità, nobile e sublime.

«Il Buddismo esiste perché io esisto» questa è la grande convinzione del Daishonin. In un certo senso, le parole del Budda si dimostrarono vere proprio perché il Daishonin, da solo, soffrì grandi persecuzioni.
Per dimostrare la correttezza del Buddismo, il Daishonin fece deliberatamente in modo che le forze negative si manifestassero e le sfidò. Senza questa strenua lotta anche la scrittura più importante non sarebbe stata, alla fine, nient’altro che un libro, anche il sutra più profondo si sarebbe limitato a essere solo un cumulo di parole. Queste parole diventano Buddismo, diventano una vera religione, soltanto quando la vita ne dimostra la veridicità.
Ogni anno commemoriamo il 2 aprile, anniversario della morte di Josei Toda.
Josei Toda era il mio maestro, e lo ricorderò per tutta l’eternità. Egli ha dedicato la sua intera vita a dimostrare la verità delle parole di Nichiren, ha utilizzato ogni attimo per trasformare in realtà l’ideale di kosen-rufu: due parole che per settecento anni erano rimaste solo tali.
Il Daishonin afferma: «Se non vi fosse Nichiren, le parole del Budda non esisterebbero più». La Soka Gakkai, le sue attività e il suo spirito si basano essenzialmente sul forte desiderio di non permettere che le parole del Budda originale, Nichiren Daishonin, siano state proferite invano. Tale era lo spirito del fondatore della Soka Gakkai, Tsunesaburo Makiguchi, e di Josei Toda. E ogni discepolo dovrebbe ispirarsi a questo stesso principio. Makiguchi era profondamente addolorato per la deplorevole condizione in cui versava il clero a quel tempo. Preoccupati soltanto di difendere i propri interessi, i preti si erano inchinati all’autorità militare e affondavano nel fango dell’offesa. «Di che cosa avete paura?» gridava Makiguchi. «Per noi questo dovrebbe essere il momento di protestare contro lo Stato!» E divenne un martire, immolandosi per affermare l’insegnamento del Daishonin.
Ricordandolo, Toda un giorno raccontò: «L’ultima volta che vidi il presidente Makiguchi vivo fu nel 1943. Sapevo che si trovava al secondo piano dell’ufficio della Polizia Metropolitana e che stava per essere trasferito alla prigione di Sugamo a Tokyo, dove più tardi avrei dovuto seguirlo. Dissi all’ufficiale che desideravo andare a salutarlo. Ma quando lo vidi non riuscii a parlare: guardavo il suo volto e piangevo. Riuscii a dirgli soltanto: “Abbiate cura di voi” e furono le ultime parole che gli rivolsi. Per parecchio tempo, in seguito, restai all’oscuro della sua morte. Non dimenticherò mai il giorno – l’8 gennaio 1945 – in cui per la prima volta fui convocato davanti al procuratore. Costui mi disse senza mezzi termini: “Makiguchi è morto”. Restai immobile, stordito, incapace anche di piangere. Più tardi, in cella, piansi fino all’ultima lacrima.
«In tutta la mia vita non avevo mai provato un dolore così grande come quello che sentii allora. In quello stesso luogo e in quell’attimo decisi: “Dimostrerò a tutto il mondo, senza ombra di dubbio, l’onestà del mio maestro! Se mai dovessi usare uno pseudonimo mi chiamerei Conte di Montecristo. Voglio ripagarlo con una grande e nobile azione. Il presidente Makiguchi non ha ricevuto il riconoscimento che gli spetta: sono determinato a dedicare il resto della mia vita a provare la legittimità delle sue azioni»9.
Ogni anno, quando il 2 aprile si avvicina, il mio cuore si riempie di identici sentimenti verso il mio maestro, il presidente Toda. Il nome di Makiguchi è oggi ampiamente conosciuto in tutto il mondo. In Brasile, a San Paolo, gli è stata dedicata un’autostrada; nella città di Curitiba sono in costruzione il «Parco Tsunesaburo Makiguchi» e il «Josei Toda Boulevard».
Josei Toda sarebbe davvero contento degli onori resi al suo maestro. Mi par quasi di vedere il suo volto sorridere nell’azzurro cielo primaverile.

Più di un anno era trascorso da quando il Daishonin si era stabilito nei recessi del monte Minobu, e queste che descrive erano le condizioni in cui viveva. Su Wu10 e Li Ling11 erano antichi generali cinesi che, sebbene si fossero impegnati in favore del proprio paese, furono catturati dai nemici e finirono per condurre vite assai misere.
Il Daishonin mangiava neve, si vestiva di paglia e viveva in una piccola capanna, eppure conduceva il movimento per la propagazione della Legge mistica.
Con lui vivevano i suoi discepoli, e ogni tanto ricevevano la visita di uccelli e di daini. Il freddo invernale era così intenso che stentavano a dormire e il cibo non era sufficiente. Non avevano né il miso né il sale necessario. Si racconta che il Daishonin raccogliesse noci, prezzemolo e legna per preparare da mangiare per sé e i suoi discepoli. Si dice anche che il Daishonin si vestisse della pelle di un daino che era morto per cause naturali.
Avrebbe avuto diritto al trattamento riservato a un maestro dell’intera nazione, ma il Giappone lo ripagava soltanto con persecuzioni, al punto che gli mancavano sia il cibo sia le vesti.
Gli occhi del presidente Toda si riempivano sempre di lacrime quando, nel Gosho, leggeva delle situazioni in cui si era trovato il Daishonin. Spesso osservava: «Il Budda originale ha sofferto tanto. Qualunque cosa accada, noi che siamo i suoi seguaci dobbiamo perseverare. Dobbiamo far conoscere al mondo intero la sua immensa compassione».
Pur vivendo così, il Daishonin continuava a crescere e a incoraggiare i suoi discepoli, lasciando molti Gosho. Era interamente dedito a tracciare il cammino per la realizzazione di kosen-rufu nell’Ultimo giorno della Legge. La sua compassione non conosceva limiti. Siamo davvero fortunati a essere suoi discepoli.
Nichiren ci ha descritto la sua esistenza quotidiana molto sinceramente. Se sentiva freddo o se soffriva la fame, lo scriveva; il Budda non è un essere speciale, è del tutto umano. Spesso Toda definiva il Budda come «un grande comune mortale» e per la stessa ragione detestava essere chiamato, magari con un filo di voce, “il fondatore”. Il Buddismo non è una religione che produce dei cosiddetti “Budda viventi”. È piuttosto una religione che permette alle persone comuni di manifestare la luce della suprema umanità.
Così il Daishonin, pur trovandosi ad affrontare durissime difficoltà, offre ai destinatari di questa lettera incoraggiamenti calorosi e sinceri. Lo stesso faceva quando si trovava a Izu o a Sado; sebbene fosse in esilio le angustie altrui lo preoccupavano più dei suoi stessi problemi.
Un episodio molto commovente, ad esempio, si verificò in occasione della visita di alcuni suoi discepoli nell’isola di Sado. Questi avevano intrapreso un lungo viaggio per informarsi della salute del Daishonin, ma egli, dal canto suo, si preoccupava così tanto delle spese che avrebbero dovuto sostenere per il ritorno, che arrivò persino a chiedere in prestito dei soldi a qualcuno per poterli dare a loro. Anche di fronte a condizioni difficilissime Nichiren era talmente generoso e aperto da pensare sempre al benessere altrui. Un comportamento, il suo, che rivela la vera forza e bellezza dell’essere umano.

Il Daishonin dice che la coppia che ha fatto questa offerta al devoto del Sutra del Loto sarà protetta da 69.384 Budda. Che gradita promessa! Uno spettacolo al di là di ogni immaginazione: con una protezione così grande per tutte e tre le esistenze, non avrebbero avuto niente da temere. In un altro scritto Nichiren dice: «è solamente il cuore che conta» (RSND, 1, 844). Il cuore è davvero misterioso e imperscrutabile, come ben dimostra la storia del bambino che offrì a Shakyamuni una torta di fango e in seguito rinacque come re Ashoka.
La Legge mistica ne chiarisce i meccanismi e la dottrina di ichinen sanzen (tremila regni in un singolo istante di vita) ne spiega l’immenso potere. Un Budda è colui che li comprende entrambi al livello più profondo.

In accordo con un passo del Sutra del Loto che recita: «Godranno di pace e sicurezza nell’esistenza presente e nasceranno in circostanze favorevoli nelle successive» (pag. 155), il Daishonin garantisce alla coppia che essi non dovranno temere alcunché, sia nella loro vita attuale sia in quelle future. Dice che nella vita presente la loro offerta diventerà una preghiera e un tesoro. Con queste parole intende innanzitutto spiegare che la loro fede sincera nell’offrire un abito diventerà, tramite la funzione protettiva di tutti i Budda, una causa per realizzare tutti i loro desideri e accumulare benefici immensi. Inoltre afferma che, per quel che riguarda il viaggio dopo la morte, saranno protetti da tutti i Budda e non dovranno aver paura di niente. La loro offerta, basata su una fede sincera, si trasformerà in un sole e una luna per illuminare il viaggio, in un grande sentiero e in un ponte per spianare il cammino. Saranno dolcemente condotti per mano da una madre e da un padre amorevoli. Potranno viaggiare degnamente cavalcando un bue o un cavallo, oppure lasciarsi trasportare su una lettiga o su un carro. Prenderanno con sé il fiore del Loto, il fiore per i Budda e i bodhisattva, e giungeranno infine alla montagna del tesoro, la Pura terra del Picco dell’Aquila dove dimora il Budda.
Per l’offerta di un solo abito sfoderato il Daishonin promette alla coppia fortuna e benefici per l’eternità, perché percepisce la sincerità di cui l’abito è impregnato. Ogni centimetro di stoffa era intessuto della loro sincerità, e il
Daishonin poteva sentirne tutto il calore. Il cuore di queste due persone era veramente nobile e puro: credevano nel Daishonin, gli erano dediti in un momento in cui l’intero paese voleva perseguitarlo a ogni costo.
Chi più di una volta si è trovato in bilico tra la vita e la morte comprende il vero valore dell’umanità. Né il potere né la fama rendono grande una persona. La luce della vera grandezza umana risplende tra la gente comune, tra coloro che vivono con sincerità e onestà, senza inseguire onori né ricchezze. Possiamo ben immaginare la gioia della coppia nel ricevere questo scritto.
Il Daishonin conclude incoraggiandoli a riunirsi con altri seguaci per leggere insieme la lettera. In altri termini, li invita a organizzare quel che oggi chiameremmo uno zadankai. Finché studieremo il Gosho e discuteremo argomenti di fede insieme ai nostri compagni, non correremo il rischio di smarrire la strada.
Così, in questo conciso poscritto, il Daishonin tocca un punto essenziale: è importante progredire nella fede insieme a quanti credono nella Legge mistica. Essere così sollecito, preoccuparsi di ogni dettaglio, è una caratteristica del Daishonin, cioè del Budda originale.
Dobbiamo preoccuparci di ogni persona, in tutto e per tutto. Questo è lo spirito del Gosho e lo spirito della Soka Gakkai.
Il Gosho cristallizza l’umanità di Nichiren Daishonin, rendendola chiara come la luce di un diamante: è il gioiello dell’umanità. In un’epoca di malessere spirituale come quella attuale è ancora più importante per noi studiarlo e ritornare all’umanesimo di Nichiren Daishonin.


Note

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