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Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione · Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione ·Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·

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25 giugno 2025

Senza più maschere: la storia di Aleandro

Che cosa vuol dire, davvero, comportarsi da esseri umani? In questa puntata di Fragranze, vi raccontiamo la storia intensa e autentica di Aleandro. Cresciuto in un quartiere difficile, attraversa il dolore familiare, la rabbia e la solitudine, fino a trasformare radicalmente la propria vita grazie alla pratica buddista. Questa è una puntata che parla di coraggio, responsabilità e trasformazione. Di quella scintilla che, quando viene accesa dentro di noi, cambia anche il mondo attorno

immagine di copertina

Bentornati su “FRAGRANZE” un podcast di IL NUOVO RINASCIMENTO che racconta storie di vita quotidiana di chi, grazie al Buddismo, è riuscito a trasformare la propria vita e a farla fiorire.

«Il ciliegio ha un tronco robusto, il susino un profumo delicato e il pesco un colore meraviglioso. Quando arriva la primavera ciascuno di loro sboccia a modo suo, producendo dei fiori unici».

Mi chiamo Elena Cavallone e questo non è un podcast sul giardinaggio, ma sulla saggezza del Buddismo praticato dalla Soka Gakkai, una scuola laica che si basa sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin, vissuto nel tredicesimo secolo.

In questo spazio parleremo degli ostacoli che ognuno di noi può incontrare lungo il cammino; che si tratti di relazioni complicate, difficoltà sul lavoro, sogni che faticano a realizzarsi o semplicemente di quel senso di rassegnazione che ci accompagna, ecco il Buddismo permette di affrontare in maniera diversa quelle situazioni che ci fanno soffrire.

Perché siamo tutti dei Budda, ma spesso ce lo dimentichiamo.

Che cosa vuol dire davvero comportarsi da esseri umani?

È una domanda che potrebbe sembrare semplice, quasi banale. Ma nel buddismo la questione tocca un nodo profondo. Se, infatti, il cuore della pratica buddista è risvegliarsi alla propria natura di Budda, qualcuno potrebbe pensare che per farlo si debba rinunciare alla propria umanità. E invece è vero il contrario.

Oggi voglio raccontarvi la storia di Aleandro, e di come, grazie agli insegnamenti buddisti, sia riuscito a spogliarsi di tutte le maschere che aveva imparato a indossare. E a scoprire dentro di sé un’umanità che pensava di non avere. Aleandro è cresciuto a Siracusa, in un quartiere complicato. Un luogo dove, come mi ha detto lui stesso, “o sei preda o sei predatore”. Fin da bambino ha imparato che la rabbia poteva essere una forma di difesa, uno scudo per ottenere rispetto. Ma vivere così ha un prezzo. A ventidue anni decide di trasferirsi a Milano, lasciandosi alle spalle tutto : la città, quel mondo in cui sembra non esserci spazio per la fragilità e una famiglia difficile.

ALEANDRO: I miei erano separati già da un bel po’, ma gli ultimi tre anni sono stati molto più pesanti perché mio fratello aveva incontrato la depressione in maniera molto, molto forte. Mio padre non era presente in quel momento e la mia mamma era molto impaurita e io diciamo ero il filtro di tutta quella situazione.  Il problema maggiore era questa sofferenza di mio fratello che trasmetteva paura a tutti.

A Milano per Aleandro i soldi sono facili, grazie alle movida notturna e guadagni non sempre legali.  La sua infelicità, però, si fa sentire attraverso il corpo. 

ALEANDRO: Io somatizzavo tutto. Vivevo sempre in un mondo di collera, non ero tranquillo per niente a causa dei problemi familiari che stavo affrontando. Inoltre io stesso avevo un tenore di vita molto squilibrato, quindi, tutto quello che era dentro di me lo manifestavo sotto forma di tic, era uno sfogo che avevo. 

Durante uno dei suoi rientri a Siracusa, Aleandro conosce Laura, che gli parla della pratica buddista. Per la prima volta viene a conoscenza della recitazione del Daimoku, ovvero Nam myoho renge kyo. Più avanti capirete meglio di che cosa si tratta. Laura gli spiega che questa pratica quotidiana l’aiuta ad affrontare la sua vita, nonostante la perdita di entrambi i genitori e una situazione economica precaria. Ma non sono le sue parole a colpirlo.

ALEANDRO: Io fui veramente molto, molto influenzato più che altro dal suo atteggiamento, dal suo modo di affrontare la vita. Perché lei attraversava dei momenti molto pesanti per quello che mi riguardava ma con un atteggiamento totalmente diverso, con questo senso di missione, con questo senso di responsabilità. Le chiesi: "Ma come fai ad affrontare tutto questo in maniera così bella"? Perché lei, comunque, era sempre con un sorriso, con questa grande forza. E lei mi parlò appunto della pratica. Da lì io ho "legato" subito con gli scritti. Qualsiasi cosa leggessi, qualsiasi cosa lei mi leggeva, poi io lo approfondivo. tutto era legato a quello che stavo vivendo... tutto,! Non c'è nemmeno una pagina o un qualcosa che mi facesse pensare: “ Va beh... questa cosa non mi appartiene”. Era a 360 gradi diretto sulla mia vita.

ELENA: Qual è stato l’approccio, una cosa che ti ha incuriosito?

ALEANDRO: Il Buddismo crede che siamo noi che influenziamo l'ambiente e non l'ambiente che influenza noi. Cioè questa capacità che noi abbiamo di influenzare l'ambiente e decidere noi che verso dare sia alla famiglia, che al lavoro e via dicendo.  Questa cosa per me era impensabile. Io sono cresciuto in un quartiere molto crudo, dove naturalmente mi mettevo varie "maschere" quindi magari quando andavo là sotto avevo una maschera proprio per protezione, poi andavo magari da scuola e ne avevo un'altra. Cioè noi siamo cresciuti con l'educazione che ci mettiamo la maschera in base a quello che abbiamo davanti e per noi è una legge, ecco. Perché non vuoi farti trovare preda in un quartiere bello tosto, no? E quindi devi vestire quella maschera di forza.

Nel Buddismo esiste un principio affascinante chiamato esho-funi, che si traduce con “non dualità di vita e ambiente”, dove funi vuol dire “due, ma non due”. A prima vista può sembrare un paradosso, ma in realtà racchiude un’idea potentissima: noi e l’ambiente in cui viviamo siamo distinti, ma inseparabili. Quando decidiamo di orientare diversamente il nostro cuore, accade qualcosa di straordinario: iniziamo a generare nuove possibilità. Per il buddismo di Nichiren Daishonin, il modo per far avvenire questo cambiamento interiore è recitare Nam Myoho Renge Kyo, che letteralmente vuol dire “Mi dedico alla mistica legge di causa ed effetto attraverso il suono della voce”.

ALEANDRO: Io appena ho iniziato a praticare ho sentito subito questo cambio di stato vitale.  Ho sentito che la recitazione è andata proprio nell'essenza di quello che era il mio sistema nervoso. Ho sentito questa cosa e mi sono sciolto e da quel giorno lì, da quando io ho iniziato a praticare non ho mai avuto più tic. Sì, al massimo magari quando sono appesantito dall'aver letto tanto, studiato, gli occhi mi danno fastidio ma non è più legato a un tic nervoso.

Mi accorsi di questa grande differenza e la legai all'impatto che aveva la recitazione sulla mia tranquillità, già l’effetto lo stavo sentendo. In primis mia mamma e le persone che erano attorno a me lo notarono subito dicendomi : “Ale, ma ne hai molti di meno tic!”, perché con il tic io muovevo il collo, gli occhi quindi cose che per forza notavi.

Mi colpisce molto il termine che ha usato Aleandro. Quando parla dell’effetto del Daimoku sulla sua condizione fisica, sostiene che qualcosa si è “sciolto”. Come se tutta quella collera, accumulata da anni nei muscoli facciali, avesse trovato un canale nuovo per defluire. 

La ricerca scientifica ha ampiamente dimostrato che la meditazione in generale può ridurre anche i sintomi fisici di condizioni legate allo stress. Ma Nam-myoho-renge-kyo non è una semplice forma di meditazione. È qualcosa di più radicale. Per capirlo, serve fare un passo in più.

Essere consapevoli di sé può senz’altro contribuire al nostro benessere. Le pratiche di mindfulness, ad esempio, ci aiutano a restare presenti, a osservare il nostro stato fisico ed emotivo. Ma il Buddismo ci invita ad andare oltre questa osservazione e farci domande fondamentali:
Chi siamo davvero, quando parliamo di “sé”? È possibile trasformare il nostro karma, il nostro destino?

Il Buddismo parla di “Piccolo Io” e “Grande Io”.
Il primo è dominato dall’ego, dai desideri, dalle reazioni istintive. È facilmente influenzato dal mondo esterno e, proprio per questo, spesso fonte di sofferenza.

Il secondo, invece, è consapevole delle interconnessioni che ci legano agli altri e all’ambiente. È un sé radicato nella compassione, nella lucidità, nella responsabilità.

Dal punto di vista del buddismo, limitarsi ad osservare il piccolo io non è sufficiente. Allo stesso tempo la pratica buddista non punta a reprimerlo, né a combatterlo. Ma superarlo. Di non farci governare da esso. Come scrive Nichiren Daishonin citando un sutra: «Si deve diventare maestri della propria mente e non lasciare che la mente sia la propria maestra» (Lettera ai fratelli RSND, 1, 447).

E come si fa? Si parte dal Daimoku, una parola che in giapponese significa “Il contenuto di un libro o di un trattato espresso in sintesi”. Nam-myoho-renge-kyo è infatti il titolo del Sutra del Loto, ma anche il cuore del Buddismo stesso. È il nome della Legge che permea l’universo e le nostre vite e risvegliarsi a essa permette di manifestare il nostro più grande potenziale, ovvero la buddità.

Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, si recita Nam-myoho-renge-kyo davanti al Gohonzon, una rappresentazione simbolica e grafica della legge universale. 

Su Aleandro i benefici del daimoku hanno un primo impatto visibile sul suo sistema nervoso, ma vanno più a fondo. Da quel momento, Aleandro inizia una vera e propria rivoluzione umana, che investe tutti gli aspetti della sua vita. A partire dal lavoro.

ALEANDRO: Proprio perché venivo da un ambiente dove guadagnavo in maniera illegale a Milano, quando iniziai a praticare naturalmente la pratica mi portò a percepire quello che stavo vivendo in quel momento, quindi a capire: "Ma io che tipo di vita sto facendo? Ma io come sto guadagnando, ma io come sto vivendo?". Quindi già da subito il Buddismo mi ha lucidato il cuore, mi ha fatto prendere consapevolezza che dovevo iniziare a lasciare andare tutto quello che non creava valore. La prima cosa era il livello economico. Partendo da lì decisi di smettere con quel mondo e quindi, recitando davanti al Gohonzon, di trovare un lavoro comunque legale, cosa che non avevo fatto prima.

Mettendo lo scopo del lavoro davanti al Gohonzon, in realtà l'esperienza che feci fu un percorso interiore. Mi domandavo: "Ma scusami Ale, ma che lavoro vorresti trovare? Non sei nemmeno diplomato e non sai accendere nemmeno un computer!". Quindi, in realtà, il Daimoku stava pulendo le mie illusioni, e a farmi fare chiarezza su quello che era la mia posizione in quel momento della mia vita. Quando capii la potenza e l'effetto che stava avendo il Daimoku, che era quello di vedere le cose in maniera saggia, così come sono, mi sono detto: "Questa è l'esperienza, questo sta facendo la pratica nella mia vita”. Ecco, in quel momento, quando io mi illuminai su questa cosa legata al lavoro, quel pomeriggio stesso ho avuto una proposta di lavoro.

Quel pomeriggio ero uscito con un amico e incontrammo un imprenditore di zona. Loro due parlavano e l'imprenditore disse: “Noi stiamo assumendo le nuove squadre per la zona industriale". Io pensai: "Non ci sto credendo, ma può essere che si sta parlando di lavoro?”.

Ad un certo punto, continuando a parlare, feci questa domanda: “Ma scusa, state cercando qualcuno per lavorare?”. E lui mi disse: “Sì, perché vuoi lavorare?” . Dentro di me mi sono detto che questo era un momento cruciale, unico nella mia vita, che ricorderò per sempre. Io gli dissi così: "Io vorrei lavorare" e lui mi disse “Ma cosa sai fare?”.

Certamente potevo inventare, potevo dire di tutto, invece sono stato sincero, come il Buddismo mi ha trasmesso da subito. Quindi ho detto “Niente!” e lui mi disse: “Allora inizi come aiutante a pulire la zona industriale”. E io gli risposi “E qual è il problema? Con piacere!”. Da lì la mia vita è cambiata perché avevo iniziato ad essere veramente sincero e avevo iniziato la mia rivoluzione umana.

Ascoltando Aleandro, capisco che per una persona cresciuta in un ambiente come il suo, in cui per sopravvivere è necessario fingersi più forti, la pratica gli da il coraggio di dire la verità, innanzitutto a sé stesso. Nel momento in cui si toglie quelle maschere di cui parlava prima ed è sincero con sé stesso e con il mondo, a quel punto l'ambiente risponde. 

ALEANDRO: Quel "sì" in realtà era la cosa migliore, più ricca che potevo dire in quel momento. Magari a volte accettiamo delle cose che non vanno e non sono a ritmo con quello che siamo realmente, magari le accettiamo per paura o per altri motivi. Ma lì in quel momento il "sì" l'avevo accettato il cuore. Perché spesso noi magari prendiamo delle decisioni in base alle nostre insicurezze, fragilità, paure. Io invece sentivo che avevo detto "sì" perché non l'aveva detto la mia testa, l'aveva detto il mio cuore, che era la cosa migliore che potevo fare come inizio.

ELENA: Come hai affrontato questo nuovo lavoro?

ALEANDRO: L'ho affrontato partendo prima di tutto dal Daimoku. E mi ricordo la frase che mi rimarrà incisa nel mio cuore che "Non ci sono terre pure o impure di per sé: la differenza sta unicamente nella bontà o malvagità della nostra mente". Quindi quando ho visto quel luogo di lavoro, che era un luogo dove non regnava la sacralità della vita... ecco, grazie al Daimoku in realtà l'ho iniziato a vedere come un'esperienza, come una missione. Noi la differenza la facciamo non dove va tutto bene, dove sono tutte rose e fiori, ma la facciamo dove ci sono delle difficoltà. Era un'occasione per far conoscere la pratica, sperimentare quello che è poi la potenza e l'essenza del Buddismo e io in quel momento percepii che era una grande occasione.

Compresi l'importanza del dialogo, quindi iniziai ad essere sincero nel parlare. In realtà ho trasformato quello che era il mio modo di farmi rispettare, nel modo di cui parla il Buddismo, cioè creando valore, il che non è stato molto semplice. però ho mantenuto la costanza in questo dialogo a cuore aperto, raccontando la mia vita e tutto quello che comunque stavo vivendo. E in realtà ormai andavo lì anche il sabato ed ero felice di quello che mi aspettava.

Nel raccontarmi la sua esperienza, Aleandro sostiene che una grande fonte di incoraggiamento sono stati non solo gli scritti di Nichiren Daishonin, ma anche i numerosi testi del terzo presidente della Soka Gakkai, Daisaku Ikeda. Spesso ci si riferisce a lui come Sensei, che ha l'accezione di "maestro" o "insegnante".  Nel Buddismo, la relazione tra maestro e discepolo è fondamentale.
Eppure, per noi che siamo cresciuti in una cultura occidentale spesso diffidente verso ogni forma di autorità spirituale, questo concetto può suonare distante, perfino scomodo. Allora mi viene spontaneo chiedermi e chiedergli perché è così importante questo legame con Ikeda.

ELENA: Come si fa a costruire una relazione con una persona che non conosci? Di fatto di persona che non ti conosce. Non c'è il rischio che diventi una mitizzazione o non si crei comunque un’immagine diciamo falsata no? 

ALEANDRO: Quando ho iniziato a fare Daimoku la mia vita è cambiata in una maniera pazzesca. Da persona che non credeva - ero ateo, quindi non avevo un legame con le religioni -, volevo appunto testarla. Stessa cosa quando mi parlarono del maestro ho pensato le stesse parole: “Ma come si fa a creare un legame con una persona che non vedi, con una persona che non ti vive?". Quando poi ho iniziato ad approfondire tutti i libri, le guide di Daisaku Ikeda, le proposte di pace e tutta “La rivoluzione umana”, tutto quello che lui ha scritto, in quelle parole non avevo mai incontrato un uomo con tanta umanità. Io ogni pagina che giravo in realtà era un uno scavare più a fondo nella mia vita e un vedere le cose in maniera più limpida. Io ho iniziato ad avere una fiducia estrema perché poi ogni parola che vivevo in quel periodo comunque poi l'ho messa in pratica.

Per esempio Sensei mi incoraggiava ad essere il faro della mia famiglia e a non farmi influenzare da quelle che erano le tendenze dei miei familiari, ma di vedere il cuore di mio padre, il cuore di mia mamma, il cuore di mio fratello e vedrai che prima o poi si illuminerà tutta la tua famiglia. Quando ho letto quelle parole, era per impossibile vedere il cuore di mio padre, perché mi chiedevo "Ma come ha fatto mio padre a fare determinate cose?" E da quando ho iniziato a vedere solo me stesso, ad assumermi la responsabilità di me stesso, in primis, ho iniziato proprio a vedere mia mamma, mio fratello e mio padre come esseri umani e quindi a dare il massimo per quelle che potevano essere le mie azioni senza chiedere niente a nessuno.

In realtà tutto quello che leggevo, che Sensei mi diceva, tutto quello che poi mettevo in pratica in realtà poi sbocciava. Quindi questo legame in realtà cresce sempre di più come appunto è cresciuto il legame col Buddismo, quindi se c'è la fede è perché tu vedi la prova concreta.

Forse è proprio qui che si gioca il senso profondo di questa relazione: non nell’imitare un maestro perfetto, ma nel trovare qualcuno che, prima di noi, ha tracciato un sentiero attraversando le stesse difficoltà. 

Un altro degli aspetti della vita di Aleandro che cambia è quello familiare. Il rapporto con suo padre è ancora una grande fonte di sofferenza ma Aleandro decide di affrontarla in maniera diversa.

ALEANDRO: Il rapporto con mio padre nasce due anni fa. Pensando a mio padre mi emergeva sempre rabbia perché avrei voluto andare a parlare con lui. Diciamo la crescita davanti al Gohonzon, gli step sono stati: prima mi emergeva rabbia nei confronti di mio padre, poi in realtà ho iniziato a sentire la sua sofferenza e poi ho sentito che era arrivato il momento e che io avevo trasformato questa rabbia ed ero pronto a dialogare con lui. Mi ricordo che gli mandai un messaggio, lui mi chiamò direttamente e così ci siamo incontrati. C'è stato un dialogo profondissimo e sincero, da padre a figlio e da essere umano. Da quel momento di due anni fa due anni a questa parte ho un rapporto con mio padre molto sincero molto bello, molto schietto.

Con il fratello, invece, Aleandro continua ad avere difficoltà. Gli scontri e le provocazioni sono frequenti tanto da portare i due a non parlarsi per diverso tempo.

ELENA: E tuo fratello invece, che stava attraversando quel periodo così difficile in che modo la tua pratica ha cambiato la relazione con lui?

ALEANDRO: Quando noi incontriamo una persona la cosa importante non è armarci anzi disarmarci più che possiamo proprio perché quella persona pian pianino non ci vede più come una minaccia. Con mio fratello feci questo percorso qui e quando lui ha constatato che ormai non c'era più una reazione da parte mia è iniziato il silenzio. Quindi non mi attaccava più, non c'erano degli scontri verbali. La cosa più importante, più di ogni singola parola è proprio come noi decidiamo di fare Daimoku. E io ho iniziato e fatto lo stesso percorso con mio fratello come con mio padre. Quando recitavo Daimoku per lui in realtà dentro di me ancora avevo tanti nodi da sciogliere nei suoi confronti, lo percepivo chiaramente. Poi ad un certo punto è "esploso" di nuovo tutto davanti al Gohonzon e ho sentito il cuore di mio fratello.

Qualche giorno dopo, Aleandro riceve anche dal fratello un messaggio inaspettato.

ALEANDRO: Mi ha mandato un messaggio pieno di complimenti nei miei confronti e pieno di gratitudine, ringraziandomi di tutto quello che io sto facendo per la mia famiglia e mi disse “Sono orgoglioso di avere un fratello così e spero che i nostri rapporti possano ritornare, cioè possano in realtà brillare e recuperare tutto quello che abbiamo perso”. Io non ho aspettato neanche un secondo e gli ho risposto subito e ad oggi con mio fratello in realtà ci sentiamo ed è la persona a cui tengo più di tutti.

Una delle cose che Aleandro ripete più spesso, è che questo processo di rivoluzione lo porta ad abbandonare la sua tendenza alla rabbia. Davanti a un conflitto non reagisce più con esplosioni d’ira, ma la rabbia degli altri lo ferisce ancora. Ed è proprio un incontro, apparentemente casuale, a spingerlo a fare un passo ancora più profondo in questo processo. Un incontro che lo porta a trasformare non solo il modo in cui reagisce ma anche il modo in cui accoglie.

ALEANDRO: Una sera ero al bancone in un locale e c'era una persona prima di me. Io avevo lo scontrino per prendere da bere e mi sono messo accanto a questa ragazza e lui ha servito questa ragazza. Contemporaneamente era appena arrivato un altro ragazzo e gli ha dato lo scontrino e lui ha servito l'altro ragazzo, poi l'altro ancora, ma io in realtà ero lì e quindi gli dissi “Scusami, c’ero io”. E lui mi ha risposto in maniera molto collerica, toccandomi in quello che erano le mie tendenze. in altri tempi la mia rabbia sarebbe esplosa però in realtà, ho visto che era un'opportunità e quindi gli dissi. " Va bene, ok". Poi comunque ho preso da bere, ma talmente mi aveva influenzato questa cosa che me ne tornai a casa. Non ho nemmeno continuato la serata con le persone con cui ero uscito; quindi feci Daimoku legato a questa cosa qui, a quanto questa cosa mi facesse soffrire. Ma in realtà proprio ho sentito in quel Daimoku che io comunque stavo iniziando ad "allenarmi". Dopo dieci giorni dall'accaduto - io già ero diventato all'industria il responsabile di un'area - venne il caposquadra dicendomi: "Aleandro c'è una nuova assunzione nella tua squadra" ed era proprio Daniele, il barman. Quando lui mi ha visto si è percepito il terrore nei suoi occhi perché ha detto “Ora lui mi massacra di lavoro” e invece anche lì, veramente grazie al Daimoku e grazie al legame con Sensei, percepì che era una grandissima occasione, unica, imperdibile. Dovevo dimostrare l'umanità di chi pratica il buddismo.

Allora: in tutta onestà, davanti a una mancanza di rispetto, la mia reazione tipica è quella di congelarmi. Resto zitta, ma dentro ribollo. E poi, per ore — a volte per giorni — ripenso a quello che è successo. Mi torturo con pensieri su come avrei potuto rispondere per non farmi mettere i piedi in testa. O su come, prima o poi, troverò il modo di “fargliela pagare”. È un meccanismo umanono? È una trappola, un ciclo che si ripete, e che aumenta la frustrazione. 

In uno scritto, Nichiren Daishonin dice «Il vero significato dell’apparizione in questo mondo del Budda Shakyamuni, il signore degli insegnamenti, sta nel suo comportamento da essere umano» (I tre tipi di tesori RSND, 1, 752)

Il passo si riferisce a una figura che compare nel Sutra del Loto chiamata Bodhisattva Mai Sprezzante. Si racconta che vivesse in tempi antichi, e che la sua pratica fosse molto semplice, quasi disarmante: ogni volta che incontrava qualcuno, si inchinava con profondo rispetto e ne lodava l’inerente natura di Budda. Tuttavia, ciò provocava come risposta solo violenze e insulti.  Mai Sprezzante però non si arrabbiava, né scappava. Faceva solo una cosa: si allontanava quel tanto che bastava per mettersi al sicuro, e da lì, si inchinava di nuovo. E, col tempo, quelle stesse persone, che lo avevano deriso e disprezzato, si avvicinarono. Lo ascoltarono. Attraverso il suo esempio, anche loro iniziarono un percorso verso l’illuminazione. Mai Sprezzante in sostanza non cercava di convincere nessuno con la forza. Non aveva bisogno di grandi argomentazioni. 

Per Nichiren, quindi, il modo per reagire a una mancanza di rispetto è attingere al nostro immenso potenziale: la nostra natura di Budda. E se riusciamo, anche solo per un istante, a percepire quella natura non solo in noi, ma anche nella persona che ci sta mancando di rispetto qualcosa cambia. Non ci lasciamo più trascinare nel vortice del risentimento. Il modo per onorarla ed esprimerla è coraggiosamente ringraziare la persona che abbiamo di fronte. È una prospettiva totalmente diversa, che invece di portarci a cadere nella sofferenza può generare un cambiamento nell’altro. Certo, non è facilema è quello che prova a fare Aleandro.

ALEANDRO: L'ho accolto proprio con tutto l'amore, la gentilezza. E io e Daniele abbiamo legato da subito, proprio da quel giorno lì. E infatti lui si è aperto dicendomi “Io sono rimasto colpito, scioccato da questa cosa qui perché mi aspettavo altro” e io in realtà sono stato sincero dicendo: "Sì, è vero, perché se io non avessi praticato il Buddismo, in realtà avveniva tutto quello che tu hai pensato". Da lì lui si è aperto e Daniele dopo due mesi ha ricevuto il Gohonzon in un ambiente dove era, diciamo tra virgolette, impensabile. Oggi naturalmente non dico impensabile, anzi dico è un'opportunità gigante illuminare dei posti bui.

ELENA: Perché hai questo desiderio di trasmettere il Buddismo agli altri?

ALEANDRO: Perché mi ha salvato la vita e me la salva ogni giorno. Ogni giorno quando recito davanti al Gohonzon provo sempre questa gratitudine. Questa cosa la voglio trasmettere agli altri perché non sono io bravo ad usare la pratica e a legare con Sensei ma in realtà tutti sono capaci di realizzare delle vite felici. Ma dobbiamo deciderlo profondamente.

Il Buddismo ad un certo punto ti mette a nudo davanti il Gohonzon, quindi ti fa scendere nelle profondità della tua vita. Quindi decidere di avere una famiglia armoniosa, decidere di fare un lavoro che veramente vuoi fare e ti porterà ad una vita splendida, con tutte le difficoltà che poi includi. Perché quando decidiamo realmente una cosa poi dobbiamo includere tutto quello che ci sta dentro.

Noi abbiamo questo strumento che è il Daimoku che ci fa emergere il coraggio, la saggezza, l'amore di poter decidere con il cuore e non con le nostre insicurezze, paure e quindi lo voglio trasmettere.

La vita di Aleandro si espande e dopo un anno dall’inizio del nuovo lavoro, sente emergere un desiderio profondo.

ALEANDRO: Dopo sei mesi, sette mesi così, davanti al Gohonzon percepii l'importanza di quell'esperienza, che stava per concludersi. Mi era servita per sciogliere qualcosa di profondo dentro di me, è stata un primo passo per aprirmi nuove porte. Davanti al Gohonzon percepii che lavorare all'interno delle industrie non era la cosa che volevo per il resto della mia vita. E ad un certo punto emerse questo desiderio di avere un locale, un locale pieno di giovani, un locale dove a tutti i tavoli potessero parlare appunto di pace. E quindi tutte queste cose mi portarono a decidere di concludere quel periodo lavorativo nelle industrie ma non è stato semplice perché comunque io lì ero economicamente protetto perché avevo un contratto e in più guadagnavo molto bene. Quindi quando pensai questa cosa naturalmente emerse anche la paura.

Quando sono andato per dare le dimissioni, anche il datore di lavoro era sorpreso. Mi disse: "Tu per fare questo passo vuol dire che vedi lungo. Sei una persona capace". Io diedi il massimo in quell'anno, infatti sono cresciuto lavorativamente parlando, avevo la sua stima totale. Mi disse anche che sicuramente avrei avuto successo. Ho concluso questo rapporto ringraziandolo profondamente tanto che mi sono anche commosso.

E così Aleandro compie un passo che, visto da fuori, può sembrare azzardato. Rinuncia alla stabilità offerta dal lavoro nelle industrie, per lanciarsi in un progetto suo dove poter creare valore nel modo più adatto a lui, assecondando le sue passioni e i suoi talenti.

ALEANDRO: Tutti i miei locali sono stati per costruire. Ho donato i miei spazi, tutto quello che potevo dare e continuo a darlo. Ecco, quest'anno nel locale nuovo sto facendo delle giornate dedicate appunto alla creazione di valore contro il femminicidio e ai diritti umani. Tutti possiamo avere locali, tutti possiamo essere dei dottori, tutti possiamo essere qualsiasi ruolo, no? Ma la differenza poi la facciamo a livello umano quindi io nel mio locale voglio che la differenza non la faccia il cocktail ma la faccia proprio l'umanità che vi regna.

ELENA: Quale messaggio lasceresti a una persona che si trova in un momento di difficoltà, di sconforto di sfiducia, che sta attraversando veramente magari uno dei periodi più bui della sua vita?

ALEANDRO: Quando arrivano dei momenti molto profondi e bui della nostra vita, in realtà saranno i momenti che ringrazieremo di più. Perché veramente è un segnale forte che in quel momento della nostra vita dobbiamo capire. Faccio un esempio: ogni volta che ho vissuto un momento dove ho toccato il fondo, in realtà è stato il campanellino d'allarme che mi ha detto da qui in poi puoi svoltare.

Perché magari quando viviamo nello stagno, un piede dentro e un piede fuori, in realtà quella è la vera sofferenza, quella è la vera morte. Perché noi continuiamo a vivere queste vite così. Invece in realtà quando cadiamo è veramente un'opportunità che ci sveglia e ci fa vedere le cose come stanno andando. E quindi da lì abbiamo una grande opportunità se, naturalmente, decidiamo ecco.

ELENA: Quali sono i programmi futuri? C'è qualcosa su cui ancora  ti stai sfidando?

ALEANDRO: Quest'anno ho preso il 4º quindi devo prendere il 5º superiore perché il mio desiderio è quello di laurearmi. Il lavoro che faccio in realtà deve essere proprio il carburante per far sì che poi mi permetta di studiare in maniera tranquilla, quindi lo studio sempre legato alla creazione di valore, ai diritti umani. Non ho chiaro quello che studierò ma sicuramente mi laureerò. 

E poi c'è un altro desiderio che in realtà sta prendendo forma sempre davanti al Gohonzon che è quello della famiglia armoniosa. Io in questo momento non ho una relazione però sto lavorando molto su me stesso. E’ finita la mia relazione quasi tre anni fa e quindi è da tre anni proprio per decisione profonda di conoscermi sempre di più e di avere chiaro quello che io vorrò accanto a me, in questo caso appunto la mia compagna di vita.

Quindi, in definitiva, che cosa intende il buddismo per “comportamento da essere umano”? Vi lascio con alcune parole del presidente Ikeda “Significa rispettare, apprezzare e proteggere gli altri esseri umani. Il Budda è una persona che ha sviluppato a pieno la propria umanità. Non è in alcun modo superiore a un essere umano. In tal senso, cercare di apparire agli altri come supereroi, invece di rimanere fedeli a sé stessi e mostrarsi per come si è realmente, non è Buddismo. Nichiren Daishonin, il Budda dell’Ultimo giorno della Legge, ha sempre mantenuto un comportamento da essere umano, da “persona comune”. Allo stesso modo, Shakyamuni era un essere umano. In questo sta la loro grandezza.” (NR, 803).

“La fragranza interna otterrà protezione esterna”, questo principio buddista afferma che quando la nostra natura di Budda emerge dall’interno, attiva anche la natura di Budda nella vita degli altri. Trasformando il nostro cuore possiamo trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita e creare valore a partire dalla situazione che stiamo vivendo. Io sono Elena Cavallone e vi do appuntamento alla prossima puntata di “Fragranze”, un podcast a cura della redazione di Nuovo Rinascimento. Per non perdere gli episodi di questo podcast iscrivetevi al canale di Nuovo Rinascimento su Spotify, Apple Podcast e Soundcloud.

A presto e fate sentire la vostra fragranza!

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