Una volta, mentre conversavo con mia moglie, condivisi alcuni ricordi della mia giovinezza. Due anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando avevo diciannove anni, lessi il seguente passo del Gosho:
«Da un punto di vista sociale, io, Nichiren, sono la persona più povera del Giappone, ma alla luce del Buddismo, sono la persona più ricca di tutto Jambudvipa [il mondo intero]» (RSND, 1, 868). All’epoca ero povero e provai un’immensa gioia, convinto di essere davvero “la persona più ricca del mondo” per il solo fatto di credere in questo Buddismo in quanto discepolo del Daishonin.
Come ho raccontato in diverse occasioni, durante la guerra i miei quattro fratelli maggiori furono mandati al fronte in Cina e in altri paesi. Il maggiore era Kiichi, seguito da Masuo, Kaizo e Kiyonobu, in ordine di età. Questo accadeva nel pieno del militarismo giapponese. Io soffrivo di tubercolosi, ero emaciato a causa della malnutrizione. La mia giovinezza fu un periodo davvero buio.
Mia madre, anziana, con il suo corpo minuto tremante di rabbia e di dolore diceva spesso: «Spero che la guerra finisca presto. Odio la guerra». A distanza di anni, le sue parole colme di amarezza sono impresse nel mio cuore. Mio padre, costretto dal governo a mandare al fronte i suoi quattro figli più grandi, covava il suo risentimento in un silenzio cupo. Soffriva di reumatismi e trascorse gli ultimi anni della sua vita tra sofferenze fisiche, tristezza e una profonda delusione. Ancora oggi non riesco a dimenticare la sua figura affranta, curva sotto il peso del dolore. Nel 1945, l’ultimo anno di guerra, la nostra bella casa a Kojiya, Kamata (nell’attuale quartiere di Ota), fu destinata alla demolizione dalle autorità, come misura preventiva contro la propagazione degli incendi causati dai frequenti bombardamenti su Tokyo. Pertanto fummo costretti a trasferirci. I miei genitori accolsero la notifica ufficiale senza dire una parola, ma io ero consapevole di quanto si opponessero a questa idea, con tutte le forze. Fissarono la nostra casa mentre veniva demolita, trattenendo a stento le lacrime. Questa è un’altra scena che non dimenticherò mai, finché vivrò. Conservando nel cuore l’immagine dei miei genitori esausti, fin da giovane decisi fermamente che un giorno avrei reso loro giustizia per tutte quelle sofferenze.
Così ci trasferimmo da mia zia a Magome (sempre nella zona di Ota), a quei tempi un quartiere rurale tranquillo. Ci permisero di costruire un’ala adiacente alla casa principale, dove avremmo potuto vivere. La sera del 24 maggio avevamo completato il trasloco e non vedevamo l’ora che arrivasse l’indomani, per iniziare la nostra nuova vita insieme. Tuttavia, durante un improvviso attacco aereo, una bomba incendiaria colpì la nostra nuova casa e la rase al suolo. Trovammo riparo in un rifugio antiaereo scavato in una collina vicina. Sebbene debilitato dalla malattia, insieme a mio fratello minore tentai disperatamente di salvare dalle fiamme una valigetta contenente i documenti importanti della nostra famiglia, e un grande baule. Mi sembra di sentire ancora le parole di profonda gratitudine di mio padre. La mattina seguente aprimmo il baule, ma scoprimmo che tutto ciò che conteneva erano soltanto delle bambole tradizionali che appartenevano a mia sorella, utilizzate per la Festa delle bambine. Era tutto ciò che restava dei nostri beni materiali.
Mentre la mia famiglia, così come tante altre, avrebbe avuto il diritto a una vita felice insieme, sotto lo stesso tetto, fummo trascinati nella miseria da un nazionalismo cieco e spietato, costretti a subire lo strazio di un nucleo familiare fatto a pezzi. Quattro fratelli mandati al fronte, e il maggiore non fece mai ritorno. Oggi anche tutti gli altri se ne sono andati. Da giovane ho visto i miei genitori in lacrime, costretti a lasciare la nostra amata casa prima che venisse demolita. E poco dopo ho visto la nostra nuova casa, appena costruita, bruciare completamente durante un bombardamento aereo. Da allora iniziai a provare disprezzo per coloro che detengono il potere. Pensai che non ci si potesse fidare dei leader politici. Cominciai a credere che la gente comune avesse un animo nobile e puro, mentre il cuore dei governanti era oscuro e corrotto. Decisi di schierarmi dalla parte delle tante persone oneste e sagge sfruttate senza scrupoli dai politici e dai potenti.
Ricordi della mia giovinezza
Daisaku Ikeda
In questo saggio il maestro Ikeda condivide alcuni preziosi ricordi della sua giovinezza. Sono gli anni della Seconda guerra mondiale, quando i suoi quattro fratelli vennero richiamati al fronte, uno dopo l’altro, e uno di loro non fece più ritorno. Sensei racconta il dolore e la rabbia impotente dei suoi genitori, mentre la loro casa veniva rasa al suolo per ben due volte. Poi, nell’estate del 1947, l’incontro con il suo maestro Josei Toda: «Quel giorno un giovane sconosciuto si alzò con una determinazione incrollabile»

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