
Qual è il corso di dottorato che avete scelto e che tipo di ricerca state conducendo?
Francesca: Sono stata ammessa al quarantesimo ciclo di dottorato in Peace studies al curriculum “Identità, memorie, religioni e pace” e mi occupo di studiare il Buddismo in Italia in prospettiva comparata al Giappone, il modo in cui contribuisce a creare una cultura di pace, realizzando una mappatura diacronica del Buddismo in Italia, con particolare attenzione a come e quando si è radicato, e a come le tradizioni di pace buddiste siano state recepite e reinterpretate nel tempo. Confrontare il caso italiano con quello giapponese, dove il Buddismo ha assunto un ruolo centrale nella rielaborazione della memoria storica della guerra e nella costruzione di una cultura della pace, per evidenziare similitudini e differenze nei processi di trasformazione e adattamento. La mia ricerca si propone di mettere in dialogo la dimensione sociale e culturale delle religioni.
Nel primo anno ho analizzato il Buddismo socialmente impegnato cercando di indirizzare i miei studi in un’ottica più improntata agli studi sulla pace (Peace studies). In effetti il Buddismo in particolare ci invita a vedere la pace come un processo non solo politico ma che parte da dentro per poi riflettersi nel mondo.
Sara: Anche io sono dottoranda in Peace Studies, in particolare faccio parte del ramo di economia della pace. La mia ricerca mira a comprendere quali possono essere i risvolti della sicurezza comune in Unione Europea, ovvero della cooperazione nel settore di difesa. Sembra un ossimoro parlare di pace e difesa ma questo dialogo è fondamentale: vorrei comprendere perché gli Stati dovrebbero condividere strumenti per costruire un ambiente più stabile. Nel nostro dottorato la pace è al centro: in quanto fenomeno complesso, deve essere affrontato dalle diverse discipline tramite un dialogo unico. Ad esempio, durante la Winter School, la Summer School e le lezioni trasversali, è stato possibile svolgere attività congiunte, studiando le metodologie e le nozioni proprie di ogni disciplina.
Perché è importante approfondire il tema della pace nel contesto storico contemporaneo?
Sara: La mia motivazione deriva da una quotidianità sempre più contraddistinta da conflitti, tensioni crescenti, e fasi di riarmo. Viviamo in un mondo dove l’equilibrio che davamo per scontato e ci dava sicurezza, si è rotto. In questo contesto, studiare la pace guadagna significato per tre motivi: anzitutto per capire che la pace non è scontata, è una conquista fragile, non lo stato naturale delle cose; in secondo luogo, è fondamentale per saper cogliere i segnali di deterioramento della pace e analizzare le cause dei conflitti; infine, è necessario per sviluppare strumenti per proteggere la pace.
Francesca: La mia non è stata una scelta calcolata ma un risultato del mio percorso che deriva dal mio interesse per le religioni, per la spiritualità, per la diversità che ho conosciuto tramite i viaggi. Quando parliamo di pace dobbiamo prendere in considerazione anche una dimensione più quotidiana, e le religioni possono insegnare a cercare la pace dentro di noi, a partire dal modo in cui gestiamo il dolore, la sofferenza. Capire come una pratica spirituale possa diventare una pratica sociale mi ha molto interessato.
Il concetto di “pace” è per voi cambiato attraverso la vostra ricerca?
Francesca: Nel mio percorso ho compreso che la pace non può essere considerata solo come un’assenza di conflitto, perché è un concetto complesso e multidimensionale. L'analisi comparata tra Italia e Giappone, che ho approfondito nella mia ricerca, mi ha mostrato come la pace sia anche un processo derivante dalla costruzione di relazioni culturali basate sulla fiducia reciproca e sul dialogo. In questo senso la pace è una costruzione che si delinea nel tempo attraverso il dialogo, le relazioni diplomatiche, le istituzioni. La pace è un costrutto in eterno divenire che va sempre ristabilito e rinegoziato in base al momento storico in cui ci si trova.
Sara: Prima intendevo il concetto di pace in modo astratto, adesso mi rendo conto di quanto sia un concetto attivo che attraversa ogni disciplina e ci riguarda nella quotidianità. La pace è qualcosa che tutti i giorni possiamo scegliere sviluppando una coscienza collettiva, prendendo il nostro impegno per la pace sul serio.
Curriculum storico
Risponde la dottoranda Francesca Benna
Le religioni sono spesso percepite come fattori di conflitto, ma anche come risorse per la riconciliazione. Che cosa emerge dalle sue ricerche in proposito?
Francesca: Su questo tema c’è una letteratura vastissima, dalle mie ricerche emerge che le religioni svolgono funzioni molto complesse. Le religioni possono diventare fattori attivi nella riconciliazione, in particolare può facilitare la comprensione reciproca, ad esempio tramite le iniziative culturali interreligiose, le riflessioni etiche su temi come la memoria storica, la pace. In questo senso, diversi sistemi di valori e visioni del mondo, tra cui le religioni, possono contribuire a sostenere la pace, anziché alimentare divisioni e conflitti. Nei miei studi ho notato che le religioni possono essere strumentalizzate, ma rappresentano una risorsa preziosa per promuovere il dialogo e una comprensione reciproca per promuovere una cultura di pace.
Cosa sono le pratiche di pace che si intende diffondere? Quali esempi storici sono (se ci sono) particolarmente significativi per il presente?
Le pratiche di pace sono quelle azioni concrete che favoriscono la convivenza pacifica e la risoluzione dei conflitti. Queste pratiche includono il dialogo, una diplomazia preventiva. Nel contesto storico delle relazioni tra Italia e Giappone alcune azioni sono utili per il presente, come scambi culturali e artistici che hanno creato canali di comprensione reciproca, assieme anche alla diplomazia.
La prospettiva della ricerca integra anche le questioni di genere: come incide questa dimensione nei processi di peacebuilding e quali sono le diverse dimensioni che devi tenere in considerazione nello studio di una materia umanistica come quella che approfondisci nel tuo percorso di ricerca?
Un’importante lente di analisi è anche quella di genere, anche se io non me ne occupo nello specifico. Il coinvolgimento dell’esperienza delle donne non può che arricchire la comprensione della pace. L’integrazione della prospettiva di genere mi ha permesso di comprendere che la pace non riguarda solo le relazioni diplomatiche tra Stati ma la costruzione di una società inclusiva, ossia di come tutte le voci che non vengono normalmente ascoltate sono fondamentali nei processi di peacebuilding. In generale, comunque, il mio lavoro combina strumenti e approcci provenienti dalla storia, dalle relazioni internazionali, dagli studi culturali e dall’analisi politica. Da un lato, sto approfondendo competenze di analisi storica e comparata, utili per comprendere l’evoluzione delle relazioni tra i due Paesi e il contesto internazionale in cui esse si inseriscono. Dall’altro lato, la ricerca mi porta a sviluppare capacità nell’ambito delle relazioni internazionali e degli studi sulla pace, analizzando i processi di cooperazione, dialogo diplomatico e scambio culturale. Inoltre, il progetto richiede anche competenze metodologiche, come l’analisi critica delle fonti, la ricerca archivistica e l’approccio comparativo tra contesti culturali diversi. Questo percorso interdisciplinare mi permette quindi di affrontare il tema della pace e della cooperazione internazionale da prospettive molteplici, integrando dimensioni storiche, politiche e culturali.
Curriculum economico
Risponde la dottoranda Sara Mombelli
L’economia della pace propone un nuovo paradigma. In che cosa si distingue dall’economia tradizionale?
Sara: Quello che cambia è il focus. Non si studia la crescita economica in senso stretto ma una serie di percorsi che sono volti a produrre un progresso sostenibile nel lungo periodo. In tal senso, si studiano le cause profonde dei conflitti e come possono essere mitigate o rimosse. L’economia della pace distingue attività produttive e improduttive. Le prime favoriscono la crescita della ricchezza per la società; le secondo impiegano risorse scarse senza generare beneficio. Le attività improduttive sono a loro volta suddivise in transattive e distruttive. Fanno parte di quest’ultima categoria le spese militari, che impiegano risorse scarse non solo senza produrre beneficio, ma distruggendo la ricchezza.
Che impatto hanno le spese militari sulle società?
Le spese militari sono attività improduttive e distruttive. Questa dinamica è chiara in letteratura, dove moltissimi studi dimostrano l’impatto negativo a lungo termine sul benessere dei cittadini. Tuttavia, dilaga ancora la bugia della bontà delle spese militari. L’erosione della ricchezza si manifesta tramite diversi canali principali. Tra questi, il servizio militare ritarda o sostituisce l’educazione superiore, generando una distorsione nell’accumulazione del capitale umano. In secondo luogo, il mercato militare è caratterizzato da poche grandi imprese e un acquirente principale – lo Stato. Questo favorisce comportamenti poco competitivi, da cui derivano inefficienze, come costi più elevati, qualità inferiore e profitti molto alti per le aziende militari. Inoltre, l’aumento della spesa militare implica una riduzione della spesa sociale, che gioca un ruolo redistributivo fondamentale. La presenza di un livello inferiore di educazione, in concomitanza con alti profitti per le aziende militari e minore spesa sociale, porta in ultimo ad un incremento della disuguaglianza strutturale del reddito.
Pace e giustizia sociale sono inseparabili?
C’è una distinzione tra pace negativa e pace positiva. La pace negativa è contraddistinta dalla mera assenza di guerra. La pace positiva, invece, indaga forme più strutturali e attive di pace. Se intendiamo la pace in senso positivo allora la giustizia sociale riguarda la presenza di condizioni sociali, economiche e politiche adeguate. In questo senso pace e giustizia sociale sono difficilmente separabili: la visione positiva della pace è fondamentale perché prende in considerazione le condizioni necessarie a eliminare quelle disuguaglianze potenzialmente foriere di conflitto. È difficile che una pace giusta e duratura avvenga in assenza di giustizia sociale.
In un’epoca segnata da polarizzazioni e guerre, che cosa desidera una giovane ricercatrice che studia la pace? Se doveste immaginare l’impatto ideale del vostro lavoro tra dieci anni, quale cambiamento vi piacerebbe vedere nella società?
Francesca: Come ricercatrice sogno un mondo in cui le persone possano ascoltarsi e comprendere le differenze, soprattutto religiose, e trasformarle in occasione di confronto e incontro per mostrare che la pace si costruisce ogni giorno a partire dai piccoli gesti, nelle relazioni tra le diverse culture. Mi piacerebbe che ci fosse una società curiosa, aperta, dove le esperienze di dialogo e scambio siano alla base di ogni giorno e dove ricordare che il passato serve per costruire un futuro più giusto e collaborativo. Sogno che queste pratiche di pace possano diventare strumenti concreti per creare ponti tra le comunità, mostrando che quello che facciamo può avere un impatto sul mondo intero e nelle relazioni tra le persone, gli Stati.
Sara: Vorrei che lo studio della pace non fosse più visto come una nicchia accademica ma come contributo concreto alle scelte politiche e quotidiane e che il tema della pace diventi argomento nei dibattiti pubblici del domani. A livello europeo mi piacerebbe vedere una difesa più integrata. Tanti studi dimostrano che la gestione integrata per la difesa diminuirebbe notevolmente i costi, liberando così risorse da destinare all’educazione, alla sanità, alla transizione ecologica.
Sapere che il vostro lavoro è reso possibile dai fondi 8x1000 della Soka Gakkai e quindi dalla scelta consapevole di tanti cittadini/e ha un particolare significato o vi conferisce una particolare motivazione?
Francesca: Sapere che posso portare avanti il mio lavoro grazie alla consapevolezza di cittadine e cittadine ha reso l’esperienza ancora più concreta perché non è solo uno studio teorico ma un vero dialogo con le persone, le istituzioni e diverse culture. Questo mi motiva a portare avanti il mio lavoro con passione, serietà e ad alimentare il desiderio di poter contribuire a costruire strumenti per sviluppare relazioni positive e di pace.
Sara: Sapere che sono sostenuta dalla scelta consapevole delle persone cambia l’approccio alla ricerca. Mi sento responsabile verso queste persone che hanno deciso di investire nella conoscenza. Questo mi ricorda che la ricerca deve uscire dalle università e raggiungere la società, per questo mi sto impegnando anche nella divulgazione per creare un linguaggio accessibile e che possa essere usato nella quotidianità.
