Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione · Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione ·Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·

278  | 
15 marzo 2003

Lettera a mia madre

Un sano legame fra genitori e figli sta alla base di una vita felice. Quando il cordone ombelicale è troppo stretto o fatica a cadere, confrontarsi col tema dell’attaccamento diventa fondamentale per conoscere meglio se stessi e gli altri

immagine di copertina

La nostra storia iniziata trentacinque anni fa potrebbe essere scritta, non con le parole, ma con le immagini che via via andarono ad inserirsi nell’album delle reciproche esistenze: tu che mi avvolgi tra le coperte all’uscita dell’ospedale, tu che mi tendi le mani per proteggere i miei passi dalle cadute della vita; e così via, fino all’istantanea di qualche anno fa, dove mi osservavi senza capire perché fossi così diversa dall’immagine che si celava nelle profondità di questo mio appartenerti come una falange del tuo corpo.
Anni di amore estremo, dove lottavi quotidianamente per accaparrarti un territorio sempre meno virtuale nella mia esistenza, dove risultavi una madre da manuale al punto da non renderti conto che più vivevi per me, e meno sapevo chi eri. L’unica certezza inconfutabile era quella che mi poneva al centro della tua vita, la mia assenza breve o prolungata era un tradimento perpetrato ai danni dell’unica identità che riconoscevi come tua: quella di madre, un ragno sottile tesseva paziente e tenace le redini del tuo guidarmi e nel contempo del tuo isolarmi dal mondo. Solo noi, il resto ruotava, mutava continuamente senza altre certezze se non quella di ritrovarti alla fine di qualunque strada avessi percorso.
Poi le tue gambe si ammalarono. Dapprima segnali impercettibili, poi una sequela di dottori senza fine. Io sempre al tuo fianco come figlia, mai come donna, sino a quella sera dove davanti a un muro bianco dentro al suono del mio primo Daimoku cercai l’alchimia che i dottori non ti procuravano, l’elisir che ti facesse ritornare la madre che eri sempre stata, presente disponibile, attenta al suono delle mie parole: volevo ritrovare in quel Daimoku la madre che usava la sua vita per celebrare il mio esistere. Invece trovai la donna che non mi avevi mai permesso di vedere, scoprii la sofferenza che si celava dentro i tuoi sorrisi forzati, la fragilità che da tempo aveva sostituito la tua forza.
Scoprii che eri una donna con i suoi sogni irrealizzati e le sue incertezze e che quello che ci legava non era solo amore, ma vita, quella che non avevamo mai condiviso.
Al suono di quel primo Daimoku ne seguì molto ancora, tutto quello che servì per giungere davanti al mio Gohonzon. A sera finita la cerimonia, aprii il butsudan solo per te, ricordo come osservasti a lungo la pergamena e pensai che con buona probabilità, fosse lo stesso sguardo curioso e di benvenuto che mi regalasti dopo avermi partorito.
Là davanti sentivi nuovamente la mia vita per intero, e non solo quel piccolo pezzo che ti apparteneva. Davanti al Gohonzon scoprii che quella donna, a volte mi piaceva e a volte no, che aveva qualche dubbio e molte paure, ma che iniziavo a rispettare in te quell’essere umano meraviglioso e contraddittorio che ti rende unica e irripetibile.
Oggi continuiamo a rincontrarci per le strade della vita, ne assaporiamo i profumi, i colori, i ricordi, d’altra parte sei l’unica memoria storica che possiedo, ma sopra ogni altra cosa, onoriamo ogni istante il nostro sguardo al futuro, vicine o distanti, poco importa, condividiamo quell’unico desiderio che domani sia migliore per entrambe.

Contenuto riservato agli abbonati

©ilnuovorinascimento.org – diritti riservati, riproduzione riservata