Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

21 aprile 2024 Ore 07:48

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Leggere nell’armonia della vita

Carmen Consoli

Carmen Consoli è un’icona della canzone d’autore italiana che ha raggiunto prestigiosi traguardi a livello internazionale.
Dotata di uno stile vocale inconfondibile e di una notevole presenza scenica, già a tredici anni si esibisce nei locali di Catania. Nella sua carriera ha venduto circa due milioni di dischi in Italia e nel 2012 è stata insignita dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica.
In questa intervista ci racconta di come il Buddismo ha arricchito la sua vita

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La tua musica è sempre stata espressione di una grande umanità e veicolo di messaggi di speranza, bellezza, forza e pace. Qual è per te la cosa più importante e preziosa nella vita?

In questo meraviglioso viaggio che è la vita, credo che la cosa più importante sia dare valore a ogni istante. 
Ad esempio mi appassiono a fare delle cose perfettamente inutili per l’umanità, da cui non traggo alcun profitto, che però mi danno soddisfazione perché ci metto tutta me stessa. 
Fare anche le cose più piccole con grande impegno, dando a ogni cosa un grande valore, questa è la causa da cui scaturisce tutto il resto. Mettere impegno nell’amore, nelle relazioni, e costruirle con passione, non lasciare nulla al caso, nulla di intentato. Come afferma Nichiren: 

«Si dice che il leone avanzi di tre passi poi si raccolga su se stesso per saltare sprigionando la stessa potenza nel catturare una piccola formica o nell’attaccare un animale feroce» (RSND, 1, 365)

Ciò che conta è creare valore. Conosciamo bene questo concetto e io ci credo tanto, mi dà felicità e dà felicità alle persone intorno a me. Ad esempio, recentemente un’amica ha ristrutturato casa e io mi sono dedicata a tappezzare un divano. Ci ho impiegato due giorni e il costo è stato sicuramente più alto rispetto a comprarne uno nuovo, ma alla fine la mia amica ha avuto proprio il divano che desiderava! Anche l’amicizia si costruisce con piccoli gesti che hanno un grande valore. Sicuramente la cosa più semplice sarebbe stata buttare quel divano nei rifiuti… I piccoli gesti richiedono tempo, un tempo che in quest’epoca non ha alcun senso perché non crea profitto, ma invece nutre la nostra vita dal punto di vista umano. 

Il tuo ultimo album intitolato “Volevo fare la rockstar”, pone al centro l’importanza dei sogni. In che modo la pratica buddista ti sostiene nel coltivare e realizzare i tuoi sogni? 

Era un periodo particolare, stavano succedendo cose molto belle nella mia vita. Parliamo del 2007. Desideravo tanto avere un figlio, lo scrissi anche in una canzone “Guarda l’alba” dove dico: «Già vedevo gli occhi di mio figlio». 
Incontrai Alessandro Finazzo, il chitarrista di Banda Bardò e nostro compagno di fede, e gli dissi: «Senti, stanno succedendo cose incredibili nella mia vita, provo una grande gioia, una grande forza e ho un sacco di sogni che mi fanno svegliare la mattina, vorrei fare qualcosa con tutta questa energia». 
Lui mi disse: «Comincia a recitare Nam-myoho-renge-kyo desiderando fortemente qualcosa». 
Io gli chiesi: «Ma serve solo per realizzare dei desideri?» e lui mi disse che serviva soprattutto per realizzare un desiderio più intimo che è quello della felicità. Mi consigliò di non concentrarmi solo sul sogno “voglio fare la rockstar”, ma di usare la musica come mezzo per essere felice.
Ecco cosa ho realizzato con la preghiera: essere libera di fare la musica che sento nel mio cuore, senza condizionamenti, godere di quello che faccio con grande impegno al di là del risultato. E soprattutto fare quello che sento di fare. 
Ricevetti il Gohonzon, il nostro oggetto di culto, un anno prima della morte di mio padre, non credo che sarei riuscita a superare con tanta determinazione la sua scomparsa se non avessi avuto questo enorme mezzo. Nella disperazione ho potuto stargli accanto e raccogliere in ogni istante il regalo della sua esistenza, fino alla fine. Ho sentito che non stavo subendo la scomparsa di un genitore, ma che lo stavo accompagnando in un’altra fase della sua vita, non soffrendo, ma godendo gli ultimi istanti. Di questo sarò per sempre grata. 
La nostra pratica buddista è importante anche per le persone che ci stanno accanto.
Ad esempio, per Carnevale mio figlio e un suo amichetto volevano indossare dei costumi che non erano in vendita. E io cosa faccio? Mi metto a cucirli a mano… chi me lo fa fare non lo so! Ci ho messo sette giorni, e l’hanno indossato solo alla sfilata della scuola. Però ne è valsa la pena perché mio figlio ha visto il tempo che la sua mamma gli ha dedicato, non abbiamo vinto il primo premio però siamo riusciti a fare i costumi e questo ci ha fatto sentire vittoriosi! L’indomani ci sentivamo imbattibili, eravamo felici, col sorriso, saltellanti, pieni di energie. È illuminante dedicarti fino in fondo a qualcosa, senti la preziosità di ogni istante, questa infinita potenzialità della vita che è degna del massimo rispetto.

In questi anni hai incontrato diversi artisti, senti di poter considerare qualcuno di loro come un punto di riferimento

Tanti ragazzi arrivano da me con delle canzoni nuove e mi chiedono: «Carmen ci aiuti a svilupparle?»… e così loro diventano i miei maestri perché io ormai posso dare per scontate tante cose: crescendo accade di perdere un po’ la parte bambina, quell’approccio istintivo, ma loro per fortuna mi aiutano a scardinare l’abitudine, primo tra tutti mio figlio. Lui suona il contrabbasso, arriva a delle soluzioni musicali in modo istintivo e mi insegna tante cose. Imparo molto dai giovani…
Poi ho avuto anche dei maestri “adulti”, come Franco Battiato che apprezzava tantissimo la nostra filosofia. Facevamo discorsi infiniti, abbiamo parlato tanto anche del maestro Daisaku Ikeda.

Recentemente il maestro Ikeda è scomparso, qual è un momento particolarmente importante nella relazione che hai costruito con lui? 

Può sembrare strano ma una volta, leggendo degli incoraggiamenti di Ikeda, ho avuto la percezione della sua voce, un contatto chiaro con la sua vita. Parlava di Shijo Kingo, un discepolo di Nichiren Daishonin che rischiò di perdere tutti i suoi averi a causa della fede e alla fine ottenne non solo ciò che aveva perduto, ma anche di più. 
Percepii che non è importante ciò che apparentemente si perde, bensì fare ogni cosa nella maniera corretta, perché alla fine tutto rientra in un disegno infallibile.
Mi trovavo in una situazione analoga a quella di Shijo Kingo e ho proseguito per la mia strada con passione, ho preso le distanze cercando di non creare karma negativo e alla fine tutto si è rimesso in ordine come doveva.
Se si manifesta del disordine nella mia vita vuol dire che ho messo delle cause che mi ritornano, e se le riconosco cerco di aggiustare il tiro. Il mio maestro mi ha insegnato che tutto ciò che si presenta nella vita ha una coerenza bellissima, anche nella difficoltà, un ordine che non ha niente a che fare con la logica e la limitatezza umana. C’è qualcosa di superiore, di poetico in tutto questo. 
Le opere di Ikeda sono molto musicali, amo particolarmente il suo Diario giovanile, dove si sente una continua ricerca di armonia che per me è musica. Mi ha ispirata tantissimo.
Sentivo le sue parole in una tonalità di “fa diesis”, le sentivo così, un accordo maggiore ma con un’alterazione che lo rende romantico, sognante, appena sopra la triade dell’accordo basico con delle possibilità di sfumature infinite.

C’è un messaggio che desideri trasmettere ai giovani?

Molte sofferenze derivano dall’aspettativa. Fare qualcosa e aspettarsi un risultato. Invece bisogna staccare le due cose. L’importante è mettere una causa, un’azione per far muovere le cose e non aspettare che le cose accadano da sole. 
Un proverbio siciliano dice: «Se non mangi, molliche non ne fai»: se non fai niente non sbagli neanche. L’azione è fondamentale. 
A mio figlio dico sempre: «Semina, da qualche parte una piantina cresce. Ma se non fai niente non cresce». Magari volevi un ulivo e invece è cresciuto un pero. Però qualcosa è cresciuto!
È importante seminare, piantare continuamente, non fermarsi. Questa è la base della pratica buddista. Nel nostro vocabolario noi abbiamo eliminato la parola “colpa”, sostituita con “responsabilità”. La responsabilità di fare un’azione anche piccola che ne generi altre. La fede è avere fiducia nel valore che creo impegnandomi in qualcosa, è prendere nelle mie mani la mia vita. Ce lo hanno insegnato all’inizio di questa pratica: io mi assumo la responsabilità di questa decisione, dunque metto le cause per raggiungere ciò che desidero. 
Non dipendere da ciò che gira intorno a me, perché se io cambio cambiano gli altri, è bellissima questa cosa ed è anche scientificamente plausibile… è un’interazione stupenda. Così a fine giornata uno dorme sul guanciale dei giusti perché ha dato nutrimento all’anima. È come una preparazione… stiamo lavorando su qualcosa di molto più grande, che va oltre questa esistenza. 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sto facendo un sacco di cose, sto lavorando a un nuovo disco e anche alla colonna sonora di un film su Rosa Balistreri. Per me lei è un esempio di cosa significa affrontare una vita piena di avversità utilizzando un’arma incredibile, come Orfeo: la voce. Rosa è nata in una famiglia così povera che il primo paio di scarpe lo ha indossato a nove anni. Eppure possedeva naturalmente una padronanza vocale che era impossibile senza aver studiato tecniche sofisticate, aveva questo dono. La sua storia è di grande ispirazione. 
Inoltre mi sono iscritta alla facoltà di Architettura e recentemente ho dato l’esame Analisi 1 di matematica in cui ho trovato tante affinità con la pratica buddista. Ad esempio, nello studio delle funzioni abbiamo le derivate, che dimostrano la presenza della funzione anche se la funzione non si trova.
Anche la Legge mistica non la possiamo vedere però ci crediamo perché abbiamo la prova concreta, basta saper leggere il funzionamento della vita. Sono molto grata di questa percezione più profonda delle cose che deriva dalla pratica buddista e vorrei riuscire a trasmetterla anche agli altri con le mie canzoni. 
Quando il maestro Ikeda è scomparso, il 15 novembre scorso, mi sono sentita un po’ orfana, prima ero così tranquilla perché sapevo che tanto c’era lui! Chissà perché pensavamo che fosse eterno… 
Sto cercando di “sentire” la sua voce, ma ancora non ci riesco, forse perché ho il pregiudizio che non essendo più in vita non è possibile, ma so che ci riuscirò. Quindi è un momento in cui mi sento un po’ sospesa, non riesco ancora a prendere una responsabilità di decisione, mi manca molto l’idea della sua presenza anche fisica. 
Eppure, lui pensava che il nostro impegno sarebbe valso il triplo del suo e che tutto poteva avanzare anche senza la sua diretta guida. 
Lui è l’esempio di quello che la vita può realizzare, adesso sta a noi, è proprio così!

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