Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

2 febbraio 2023 Ore 09:48
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“Questo è il mio pensiero costante.
Come posso far sì che tutti gli esseri viventi
accedano alla via suprema
e acquisiscano rapidamente il corpo del Budda?”
(Il Sutra del Loto)

Tutti desideriamo la felicità, eppure essa sembra al di là della nostra portata. Infatti, sebbene i libri che pretendono di spiegare “come diventare felici” siano numerosi, nel complesso gli esseri umani sono ancora tormentati dagli stessi problemi che assillavano i loro antenati.
Il povero cerca la ricchezza, il malato desidera ardentemente la salute, coloro che sono afflitti dalle discordie familiari vorrebbero vivere in armonia, e via dicendo. Per di più, anche se avessimo la ricchezza, la salute e una famiglia armoniosa, dovremmo inevitabilmente affrontare tanti altri problemi nei vari campi della nostra vita. Ma se pure, in qualche modo, riuscissimo a creare delle circostanze tali da soddisfare tutte le condizioni necessarie per la felicità, quanto a lungo potrebbero durare? Ovviamente non per sempre: infatti nessuno può evitare le malattie e il graduale indebolimento fisico che accompagnano l’invecchiamento, né tanto meno sfuggire alla morte.
Il Buddismo offre all’essere umano gli strumenti per comprendere e manifestare la sua vera essenza. È un viaggio dentro la vita per scoprire ed esprimere la propria umanità più profonda. La scoperta della Buddità, un tesoro d’infinite potenzialità dentro ognuno di noi, è ciò che fa del Buddismo «una miniera d’infinita capienza, che fornisce al genere umano la risposta agli eterni quesiti della vita e gli offre degli scopi per i quali vale la pena di vivere» (D. Ikeda, La vita mistero prezioso, Bompiani, pag. 9).
In queste pagine, dedicate principalmente a chi si avvicina per la prima volta al Buddismo di Nichiren Daishonin, viene proposta una breve panoramica di questo insegnamento, insieme ad alcune testimonianze che dimostrano come teoria e pratica non siano separate, e come la fede si manifesti nella realtà quotidiana delle persone che praticano questo Buddismo.
Scrive Daisaku Ikeda: «Noi pratichiamo per sviluppare e migliorare noi stessi e per compiere la nostra rivoluzione umana nel posto di lavoro, in famiglia e nella comunità in cui viviamo. Lo facciamo per creare il massimo valore nel luogo e nel momento in cui ci troviamo. Il Buddismo del Daishonin non è una fuga verso chissà quale altro tempo o luogo immaginario e ideale, ma è una filosofia finalizzata alla trasformazione della realtà» (BS, 141, 52).

La rivoluzione umana

Il Buddismo non si discosta mai dalla condizione umana, perciò non prevede l’idea di un luogo diverso da questo mondo per essere felici. Tuttavia, questo mondo è affollato da enormi problemi e la condizione umana è caratterizzata da quattro inevitabili sofferenze: nascita, invecchiamento, malattia e morte. Come si può vivere felicemente? Non possiamo sperare di essere felici nell’intervallo fra un problema e l’altro, né aspirare a una pura terra libera da preoccupazioni. Finché siamo legati all’idea che siano le circostanze esterne a determinare il nostro stato d’animo, viviamo succubi dell’ambiente.
Il Buddismo ci educa a rovesciare i termini del discorso, a comprendere che le nostre sofferenze non dipendono dai problemi, dalle situazioni esterne, ma dalla nostra incapacità di affrontarli. Se pensiamo alla vita come a un viaggio pieno d’imprevisti che si svolge in un territorio sconosciuto, ci rendiamo conto che l’elemento fondamentale per affrontarlo con sicurezza e serenità è essere pronti ad affrontare ogni genere di terreno, di clima, di difficoltà.
Il Budda non è un essere trascendente e speciale, è un essere umano che si è risvegliato alla consapevolezza che non c’è separazione fra il potere e l’energia che muovono ogni forma di vita nell’universo e quelli che esistono dentro di sé.
Perciò non si diventa Budda, ma si scopre, si riconosce di esserlo sempre stati. Il percorso per arrivare a questa consapevolezza è intessuto di problemi e difficoltà, tipici della condizione umana, che ci stimolano a ricercare con maggiore intensità e tenacia le risorse presenti al nostro interno. La lotta per contrastare l’oscurità fondamentale, questa nebbia che ci impedisce di vedere chiaramente il nostro paesaggio interiore, è incessante e impegnativa, senza soste. Percepire la propria natura di Budda non è un punto d’arrivo, statico e definitivo, ma una condizione instabile e mutevole, che richiede un continuo impegno.
Questo percorso che una persona intraprende per affermare la natura di Budda in sé e negli altri, con un’espressione coniata da Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, prende il nome di “rivoluzione umana”.
A differenza delle rivoluzioni politiche, sociali, industriali o scientifiche, la rivoluzione umana avviene all’interno delle persone ed è una lotta continua, tenace e incessante, volta a contrastare l’oscurità fondamentale e a connettersi con la propria condizione illuminata. Attraverso questa trasformazione interiore si può intervenire nell’ambiente umano e sociale in modo non conflittuale, creando campi di comprensione e solidarietà. Trasformando le proprie sofferenze, ogni persona trasforma la propria posizione e funzione nel mondo, all’interno di quella fitta rete di relazioni che è la vita, e contribuisce alla felicità degli altri.
Scrive Daisaku Ikeda: «La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità» (RU, prefazione, pag. IV).
Per migliorare il mondo, in sostanza, occorre iniziare da sé, impegnarsi per diventare un essere sempre più “umano”, cioè ricco di compassione, umanità, di ciò che il Buddismo definisce “i tesori del cuore”. Solo così si può contribuire in modo attivo al benessere della propria comunità, vivendo con gioia e gratitudine in mezzo agli altri e restituendo all’ambiente naturale e umano tutti i benefici di cui godiamo.

Un po’ di storia

Il Buddismo ha origine dagli insegnamenti di Siddharta Gautama, meglio conosciuto come Shakyamuni, principe della tribù degli Shakya, vissuto all’incirca 2500 anni fa alle pendici dell’Himalaya.
La tradizione buddista racconta di “quattro incontri” decisivi che avrebbero motivato la scelta del principe di abbandonare i privilegi legati alla sua condizione sociale per ricercare la vera felicità. Questi incontri rappresentano le sofferenze fondamentali che caratterizzano la condizione umana: nascita, invecchiamento, malattia e morte. Questa nuova consapevolezza risvegliò in lui il desiderio di intraprendere una profonda ricerca spirituale per poter liberare l’umanità dalla sofferenza. Alla fine di un lungo percorso, assorto in profonda meditazione, sperimentò un radicale risveglio, o Illuminazione, arrivando a comprendere la vera natura e il funzionamento della vita.
Da quel momento Shakyamuni viaggiò attraverso l’India per circa quarant’anni, condividendo con chiunque incontrasse la sua esperienza di saggezza illuminata e insegnando agli esseri umani come trasformare la sofferenza, e divenne noto come Budda, il “risvegliato”.
Dopo la sua morte, nel corso dei secoli, il Buddismo dall’India si diffuse verso sud nello Sri Lanka, in Birmania, in Thailandia e in Cambogia, e verso nord, attraverso l’Asia centrale, in Cina e nella penisola coreana fino a raggiungere il Giappone dove, nel tredicesimo secolo, nacque Nichiren Daishonin.
Animato dallo stesso desiderio di Shakyamuni di salvare le persone dalla sofferenza, il Daishonin studiò tutti gli insegnamenti del Budda, trascritti in vari sutra, chiedendosi come mai le persone continuassero a soffrire e perché oppressione sociale e disastri naturali continuassero ad affliggere la società. Alla fine individuò l’essenza dell’insegnamento di Shakyamuni nel Sutra del Loto, esposto negli ultimi anni della sua vita. In questo sutra si afferma che tutti gli esseri viventi possiedono la natura di Budda e che non esistono categorie di persone che non possano ottenere la Buddità nella vita presente.
La Soka Gakkai (Società per la creazione di valore), l’organizzazione fondata da Tsunesaburo Makiguchi insieme a Josei Toda nel 1930, ha raccolto l’eredità di Nichiren Daishonin, proiettando la luce del suo insegnamento nell’epoca attuale. È stato poi Daisaku Ikeda, discepolo di Toda e presidente della Soka Gakkai Internazionale, che ha portato il Buddismo del Daishonin al di fuori del Giappone, impegnandosi senza sosta nel diffondere i suoi ideali in tutto il mondo per realizzare la pace e la felicità di ogni persona.

Il Buddismo in pratica

Basandosi sullo studio approfondito di tutti gli insegnamenti del Budda Shakyamuni, Nichiren Daishonin giunse a individuare nel Sutra del Loto l’insegnamento fondamentale e stabilì che l’invocazione del titolo del sutra, Myoho-renge-kyo, che ne racchiude l’essenza, preceduto dal termine Nam (in sanscrito “dedicarsi”), è la pratica universale che consente a ogni persona di manifestare la Buddità inerente alla sua vita.
Inoltre, Nichiren Daishonin iscrisse il Gohonzon, un mandala in cui concretizzò la propria Illuminazione, in modo da permettere a tutte le persone di stabilire un legame diretto con la Legge mistica alla quale lui stesso si era illuminato.
Con la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, il Daishonin ha lasciato la chiave per risvegliare la natura di Budda che esiste dentro di noi, indipendentemente dallo stato vitale e dalle circostanze in cui ci troviamo.
Quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, il sole della Buddità sorge nel nostro cuore, rompendo le nubi dell’oscurità e dell’illusione, mentre dalle profondità del nostro essere emergono saggezza, forza vitale, gioia di vivere, coraggio e compassione.
Lo scopo della pratica buddista è sviluppare una felicità assoluta e indistruttibile che non è legata alle circostanze impermanenti della vita, ma scaturisce da questo profondo risveglio interiore. Praticare il Buddismo significa rideterminare ogni giorno questa meravigliosa trasformazione, lottando per vincere sui nostri limiti e consolidando un io sempre più forte e capace di abbracciare gli altri, utilizzando qualunque ostacolo o difficoltà per realizzare una felicità ancora più profonda.
Questo processo di radicale trasformazione spirituale, definito “rivoluzione umana”, non riguarda soltanto noi stessi. Il Buddismo spiega, infatti, che tutte le forme di vita e tutti i fenomeni sono profondamente interrelati: non esiste separazione tra il mondo interiore di un individuo e il suo ambiente, così come non c’è separazione tra il corpo e la sua ombra.
Per questa ragione i cambiamenti che avvengono dentro di noi grazie alla pratica buddista si riflettono naturalmente all’esterno, traducendosi in un graduale miglioramento anche della vita delle persone con cui condividiamo i legami più profondi e, per estensione, di tutto l’ambiente che ci circonda che, dal punto di vista buddista, non è che lo specchio della nostra condizione vitale.
Ciò significa che quanto più consolidiamo la Buddità dentro di noi, tanto più le circostanze esterne, la qualità delle relazioni e anche le condizioni materiali della vita nostra e di chi ci è vicino iniziano di pari passo a migliorare.
In poche parole, quando noi cambiamo, anche il mondo cambia.
È in virtù di questa profonda interconnessione di tutti i fenomeni che è possibile sperimentare una “risposta” alle nostre preghiere: i benefici e i risultati concreti che si manifestano come conseguenza del nostro impegno nella pratica buddista, non sono che l’effetto visibile del nostro cambiamento interiore (vedi riquadro a pagina 19).
Nichiren Daishonin illustra questa meravigliosa trasformazione con una metafora: «Per chiarire con un esempio, quando un uccello in gabbia canta, i molti uccelli che volano in cielo si raccolgono tutti immediatamente intorno a lui e, vedendoli, l’uccello in gabbia si sforza di uscire» (RSND, 1, 118).
Il canto dell’uccello in gabbia è il Daimoku (Nam-myoho-renge-kyo) recitato dalle persone comuni, che ha il potere di richiamare la natura di Budda di tutti gli esseri viventi e di armonizzare le nostre singole vite individuali (“piccolo io”) con il ritmo della vita universale (“grande io”).

La pratica per sé e per gli altri

Alla luce della visione buddista dell’interdipendenza di ogni forma di vita, non avrebbe senso perseguire la propria felicità personale separatamente da quella degli altri. Nichiren Daishonin, infatti, scrive: «Adesso però siamo entrati nell’Ultimo giorno della Legge e il Daimoku che io, Nichiren, recito è differente da quello delle epoche precedenti. Questo Nam-myoho-renge-kyo comprende sia la pratica per sé sia l’insegnamento agli altri» (WND, 2, 986). Senza condividere l’obiettivo del Budda di “diventare felici insieme agli altri”, il Daimoku che recitiamo con il tempo perderebbe valore.
La pratica insegnata da Nichiren Daishonin è semplice, ma la difficoltà sta nel riuscire a desiderare sinceramente anche la felicità degli altri.
Un altro aspetto fondamentale della pratica istituita da Nichiren è lo studio delle scritture e dei princìpi buddisti: «Impegnati nelle due vie della pratica e dello studio. Senza pratica e studio non può esservi Buddismo. Devi non solo perseverare tu, ma anche insegnare agli altri. Sia la pratica che lo studio sorgono dalla fede. Insegna agli altri come meglio puoi, anche una sola frase o un solo verso» (RSND, 1, 342). Lo studio del Buddismo, dunque, non ha come scopo un “sapere” teorico, fine a se stesso, ma piuttosto una costante verifica dei princìpi fondamentali esposti dal Budda nella nostra vita quotidiana.
Pratica per sé e pratica per gli altri sono due facce della stessa medaglia. La nostra personale rivoluzione umana e il nostro impegno nel sostenere gli altri sono come il moto di rotazione della terra intorno al proprio asse e il moto di rivoluzione intorno al sole. Le nostre conquiste e i successi individuali, in questa prospettiva, sono indispensabili prove concrete che incoraggiano i nostri amici, mentre tutto ciò che facciamo per sostenere gli altri ritorna a noi sotto forma di benefici: «Se si accende una lanterna per gli altri, si illuminerà anche la propria strada» (WND, 2, 1060) scrive il Daishonin.
In particolare, insegnare la pratica buddista a un’altra persona offrendole il mezzo per diventare felice è l’azione più diretta ed efficace per rafforzare lo stato di Buddità anche nella nostra vita e trasformare il nostro karma (vedi riquadro a pagina 14). Per questo Nichiren scrive: «Recita Nam-myoho-renge-kyo con un’unica mente ed esorta gli altri a fare la stessa cosa; questo resterà il solo ricordo della tua vita presente in questo mondo umano» (RSND, 1, 58).
Nella prospettiva buddista, un mondo di pace e felicità duratura può essere realizzato solo a partire dalla trasformazione del cuore di ognuno. Come cerchi che si propagano nell’acqua, dalla rivoluzione di una singola persona potrà scaturire il mutamento della comunità, del luogo di lavoro, del quartiere e, potenzialmente, del paese e del mondo intero. L’ideale di kosen-rufu, lo scopo ultimo della pratica buddista di realizzare un mondo totalmente indirizzato alla creazione di valore, una convivenza pacifica fondata sul riconoscimento e sul rispetto della sacralità della vita, è qualcosa che inizia qui e ora, dialogando con la persona che ci sta di fronte, in accordo con le parole del Sutra del Loto: «Questo è il mio pensiero costante. Come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo del Budda?» (SDL, 305).

La trasformazione del karma

Per il Buddismo gli eventi della nostra vita, e in generale ogni cosa nell’universo, non avvengono per caso, né per opera del destino o di un’intelligenza superiore. Ogni cosa succede solo come effetto di una causa, o di un insieme di cause.
Un sutra afferma: «Se vuoi conoscere le cause del passato, guarda gli effetti del presente; se vuoi conoscere gli effetti del futuro, guarda le cause del presente» (vedi RSND, 1, 252).
Il Buddismo spiega che la felicità o l’infelicità che viviamo nel presente derivano dalle cause poste da noi stessi in questa vita e in quelle passate. Queste cause sono le azioni positive e negative compiute con pensieri, parole e azioni vere e proprie. Secondo la Legge di simultaneità di causa ed effetto, ogni volta che compiamo un’azione, questa porta con sé un effetto latente o potenziale, che diventerà manifesto nelle condizioni opportune. L’insieme delle azioni compiute nelle vite passate e in questa stessa vita fino a oggi e il loro potere di influenzare la nostra vita attuale, è ciò che si dice “karma”. Il karma positivo porta retribuzioni di serenità e di gioia, quello negativo di sofferenza.
È bene precisare, tuttavia, che la teoria del karma ­esposta nel Sutra del Loto non ha nulla a che fare con il determinismo o la predestinazione: se è vero che le condizioni attuali sono un effetto del karma formato nel passato, il Buddismo di Nichiren Daishonin fornisce il mezzo per attingere all’infinito potere di trasformazione che esiste nella nostra vita, concentrando l’attenzione sulle cause che mettiamo nel presente.
Recitare Nam-myoho-renge-kyo equivale a mettersi in sintonia con la Legge di causa ed effetto che governa la vita. Infatti
nam significa “dedicare la vita”, myoho significa “mistica Legge”, renge (il fiore di loto) rappresenta la simultaneità di causa ed effetto, e kyo (sutra) è la nostra voce.
Quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, il sorgere della Buddità nella nostra vita è come un sole che rende invisibili le stelle che rappresentano le cause negative accumulate nel passato. Il risvegliarsi della natura di Budda dentro di noi illumina la rete delle cause e degli effetti che condizionano la nostra esistenza attuale, che vengono così privati della loro influenza. In questo modo smettiamo di soffrire per gli effetti delle cause passate, e al tempo stesso iniziamo naturalmente a seminare cause positive, perché sempre più basate sullo stato vitale di Buddità: pensieri, parole e azioni di gratitudine, apprezzamento e profondo rispetto della vita, che produrranno immancabilmente, nel futuro, “effetti di felicità”.

Daimoku e Gongyo

La pratica fondamentale nel Buddismo di Nichiren Daishonin è la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo. Il Daishonin scrive: «Praticare solamente i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo può apparire limitato, tuttavia, poiché essi sono il maestro di tutti i Budda delle tre esistenze, la guida di tutti i bodhisattva delle dieci direzioni e l’insegnamento che permette a tutti gli esseri viventi di raggiungere la via del Budda, in realtà è profondo» (RSND, 1, 281).
Talvolta Nam-myoho-renge-kyo viene indicato come il Daimoku (il titolo) del Sutra del Loto.
Si recita Daimoku ogni giorno, quando si vuole e quanto se ne vuole. All’inizio e alla fine della giornata, inoltre, l’invocazione di Nam-myoho-renge-kyo viene inclusa nella cerimonia di Gongyo, nella quale si recitano due brani del Sutra del Loto tratti dal secondo e dal sedicesimo capitolo. Il “libretto di Gongyo” contiene la traduzione in cinese antico dall’originale testo indiano del Sutra del Loto; noi occidentali leggiamo la traslitterazione nella nostra lingua del suono degli ideo­grammi, seguendone il ritmo. Letteralmente,
gon vuol dire “sforzarsi con disciplina” e gyo “continuare con costanza”. Si tratta dunque di una pratica da seguire con assiduità giorno dopo giorno.

Kosen-rufu: diffondere la Legge per realizzare la pace

Kosen-rufu esprime un concetto di fondamentale importanza per i membri della Soka Gakkai. Viene spesso usato come sinonimo di “pace nel mondo”, intesa in un senso più ampio che semplice “assenza di guerre”. Una pace ottenuta attraverso un radicale cambiamento nel cuore di ogni singola persona e grazie alla diffusa accettazione di valori umanistici come l’assoluto rispetto per la dignità della vita.
L’espressione
kosen-rufu appare nel ventitreesimo capitolo del Sutra del Loto, ed è citata da Nichiren Daishonin nel Gosho Sulla profezia del Budda: «Dopo la mia estinzione, nell’ultimo periodo di cinquecento anni, dovrai diffonderlo in tutto Jambudvipa e non permettere mai che la sua diffusione sia interrotta» (RSND, 1, 352; cfr. SDL, 386).
I quattro ideogrammi significano:
ko “ampiamente”, sen “dichiarare”, ru “corrente dell’acqua” e fu “tessuto”.
Kosen indica quindi l’azione di far conoscere ampiamente la Legge, mentre rufu indica la propagazione come flusso incessante che scorre nella vita quotidiana delle persone e nelle relazioni sociali. In altre parole significa diffondere la Legge mistica in tutto il mondo e aprire una strada verso la felicità e la pace.
Il Daishonin decise da solo di realizzare
kosen-rufu nel mondo, spinto dalla compassione per tutti gli esseri viventi, certo che molti l’avrebbero seguito. «Dapprima solo Nichiren recitò Nam-myoho-renge-kyo, ma poi due, tre, cento lo seguirono, recitando e insegnando agli altri. La propagazione si svilupperà così anche in futuro» (RSND, 1, 341).
Per i membri della Soka Gakkai,
kosen-rufu sta a indicare l’impegno di risvegliare tutte le persone al loro infinito potenziale, o Buddità. Anche le iniziative portate avanti dalla Soka Gakkai nel campo della pace, dell’educazione, della cultura e dei diritti umani sono aspetti vitali del movimento di kosen-rufu, poiché promuovono valori inerenti alla felicità e al benessere dell’umanità.
Si può pensare a
kosen-rufu come alla costruzione di un mondo in cui un profondo e diffuso rispetto per la vita sia la base su cui vengono risolti in modo pacifico e creativo i conflitti stessi, e non è qualcosa da attendere passivamente. Possiamo cominciare a realizzarlo proprio ora, nelle nostre comunità, trasmettendo a più persone possibile l’insegnamento di Nichiren Daishonin.

Benefici visibili e invisibili

Il beneficio non è qualcosa che arriva dall’esterno, ma si manifesta dall’interno della nostra vita, come risultato del nostro cambiamento interiore. Il Daishonin per “beneficio” usa il termine giapponese kudoku, composto da due ideogrammi: ku, il risultato, l’effetto, e toku, o doku, la fortuna e la virtù che si accumulano nella vita grazie alla pratica buddista.
Gli effetti della preghiera sono molteplici. Il potere della Legge mistica, attivato con una preghiera forte e determinata, porta benefici visibili e invisibili. I primi appaiono in una forma chiara e riconoscibile, come risultati concreti, il raggiungimento di un obiettivo, la risoluzione di problemi o sofferenze legati alla vita quotidiana.
Quelli invisibili si accumulano nel tempo e fioriscono dentro di noi, anche quando le nostre preghiere sembrano non produrre alcun risultato evidente. Sono come grandi alberi che crescono con il passare degli anni. In sostanza, consistono nell’accumulare, grazie a una pratica assidua, una fortuna indistruttibile, che durerà per sempre. Se guardiamo le nostre vite dopo un lungo periodo, scopriremo di essere diventati felici e che il nostro carattere si è fortificato.
Il Daishonin scrive: «Accettare è facile, continuare è difficile. Ma la Buddità si trova nel mantenere la fede» (RSND, 1, 417). Perseverando giorno dopo giorno nella fede, nella pratica e nello studio, attiviamo la forza vitale e la saggezza che ci permettono di trasformare alla radice gli aspetti della nostra vita che ci fanno soffrire, risvegliando il nostro pieno potenziale e assaporando una profonda soddisfazione. L’importante è continuare a recitare Nam-myoho-renge-kyo, e costruire una condizione vitale di felicità assoluta non influenzabile dalle circostanze. Questo è il beneficio supremo della Buddità.

Domande e risposte

Perché recitare Gongyo e Daimoku dovrebbe apportare benefici, anche se non si capisce il significato di ciò che si dice?

Un neonato che succhia il latte dalla madre ne riceve i benefici, anche senza conoscere nulla della composizione del latte. Lo stesso principio è valido per quanto riguarda la recitazione di Daimoku e Gongyo. Naturalmente è meglio arrivare a capirne il significato, ma solo perché questo ci aiuta a rafforzare la fiducia nella Legge mistica; tuttavia, se la comprensione non si accompagna alla pratica, rimane senza valore: è difficile comprendere il significato profondo della Legge mistica esclusivamente attraverso un percorso razionale. Osservando il regno animale, vediamo come ogni specie ha un proprio modo di comunicare, un suo linguaggio. Gli uccelli, per esempio, capiscono bene il linguaggio degli uccelli, anche se gli esseri umani non possono comprenderlo…
Allo stesso modo, le nostre voci che pronunciano il Daimoku e le parole del sutra durante la cerimonia di Gongyo, entrano in comunione con il Gohonzon e vengono comprese dal mondo dei Budda e dei bodhisattva, perché si può dire che stiamo parlando la loro lingua. Quindi, anche se non comprendiamo appieno il significato letterale di ciò che diciamo, le nostre voci raggiungono tutti i Budda, i bodhisattva e le funzioni protettive intrinseche alla vita e, benché in maniera invisibile, l’intero universo si attiva per realizzare le nostre preghiere.

Spesso, quando recito Daimoku, ho difficoltà a concentrarmi. Mi distraggo con facilità e la mente divaga. Cosa fare?

Dato che siamo esseri umani, è perfettamente normale che ciò accada: le nostre menti divagano, oppure veniamo sopraffatti da pensieri e ricordi. La cosa più giusta da fare in quel momento è pregare con sincerità davanti al Gohonzon, così come siamo. Non c’è uno schema fisso o una formula su come si dovrebbe recitare, la cosa più importante è essere se stessi, con naturalezza: recitiamo Daimoku dunque nel modo più semplice e serio possibile. Con il tempo, quando la fede si sarà rafforzata, ciascuno sarà in grado di trovare il modo più naturale di concentrarsi.
È normale che le nostre preghiere siano indirizzate verso ciò che ci piace di più o sui nostri desideri. Recitando con sincerità per ciò che desideriamo veramente, si sviluppa gradualmente una condizione vitale ele­vata e questa sarà in grado di contenere moltissime altre motivazioni, anche le più nobili.

Si deve pregare per un solo obiettivo alla volta?

Va benissimo recitare Daimoku per tanti obiettivi insieme: tanti quante sono le cose che si desiderano. Chi ha molti desideri e sogni dovrebbe recitare con convinzione per realizzarli tutti.
È altrettanto corretto praticare con il desiderio di diventare una persona di grande umanità, per il benessere dei nostri amici, per lo sviluppo di kosen-rufu, o ancora per la felicità e la prosperità dell’intero genere umano. Siamo liberi di recitare per qualsiasi cosa desideriamo, tutto dipende esclusivamente da noi, non ci sono regole. Gongyo e Daimoku non sono obblighi, ma delle meravigliose possibilità, un diritto che abbiamo nei confronti della nostra vita.

Cosa significa la parola Gohonzon?

Il significato letterale del termine honzon è “oggetto degno di assoluto rispetto”. Go è un suffisso onorifico. Anche chi afferma di non avere credenze religiose, sicuramente considera di estremo valore qualcosa nella vita: qualunque cosa abbia di più caro, quello è il suo “oggetto degno di assoluto rispetto”, il suo “oggetto di culto”. Ad esempio, anche se affermano il contrario, ci sono persone per le quali il denaro è l’oggetto di culto, mentre per altre può esserlo lo stato sociale; per qualcun altro l’oggetto di devozione può essere rappresentato dal proprio partner o dalla famiglia. Per altri ancora dalla conoscenza. In ogni caso, la natura dell’oggetto a cui rivolgiamo la nostra massima considerazione avrà una profonda influenza sulla nostra vita. Il Buddismo di Nichiren Daishonin ha come “oggetto degno di assoluto rispetto” la Buddità intrinseca alla vita, la realtà fondamentale connaturata con l’universo. Questo oggetto di culto non è astratto o irraggiungibile: la vita eterna dell’universo esiste dentro ognuno di noi.
Nichiren Daishonin scrive: «Non cercare mai questo Gohonzon al di fuori di te. Il Gohonzon esiste solo nella carne di noi persone comuni che abbracciamo il Sutra del Loto e recitiamo Nam-myoho-renge-kyo» (RSND, 1, 738).
Il Gohonzon esiste nei nostri cuori. Nichiren Daishonin materializzò l’entità della sua vita nella forma del Gohonzon per rendere possibile il manifestarsi della Buddità presente in ciascuno. In un certo senso, non c’è nulla di più semplice della pratica di Gongyo e Daimoku.
In una macchina, ad esempio, quanto più sofisticata è la tecnologia, tanto più facile è l’impiego. Allo stesso modo, l’insegnamento del Daishonin ci mette in grado di accedere allo stato di Buddità attraverso la più semplice delle pratiche. Tuttavia, dal momento che la vita quotidiana è complessa, è facile cadere nella pigrizia o nella negligenza. La cosa più difficile non è tanto iniziare a praticare, ma continuare a farlo. In ogni caso, se ci sforziamo anche solo un po’ di più ogni giorno, ci accorgeremo a un certo punto di aver aperto un sentiero verso la felicità e costruito un solido argine che ci permette di non essere mai sviati dalle sofferenze.

Non mi piacciono le attività di gruppo e mi sento a disagio quando sento parlare di organizzazione…

Forse la parola organizzazione può evocare un’immagine negativa ad alcune persone; ma in realtà qualunque cosa nella vita comporta una forma di organizzazione. Nel corpo umano, ad esempio, ci sono più di sessanta miliardi di cellule che lavorano in sintonia: un’organizzazione veramente efficiente, dove ognuna di queste cellule realizza la sua funzione particolare in armonia con le altre. Si tratta di una formidabile sinergia, dove tutto è interconnesso.
Tutta la vita funziona così: una stretta collaborazione e interazione reciproca sono gli elementi necessari per un funzionamento più efficace. Se abbiamo un grande obiettivo e vogliamo sviluppare noi stessi, è naturale che esista un sistema organizzato e finalizzato a perseguire questi scopi.
La Soka Gakkai è un’organizzazione che lavora per realizzare il grande obiettivo di kosen-rufu, cioè per rendere concreto l’ideale di pace e felicità basato sulla filosofia di Nichiren Daishonin. Un obiettivo di questa portata non può essere raggiunto solo con lo sforzo di una singola persona; diventa realizzabile solo quando persone di vari livelli della società si uniscono, organizzandosi in una forza coesa e lavorando insieme per il raggiungimento di questa meta.
Ciascuna organizzazione esiste per uno scopo preciso. La Soka Gakkai è un mondo dove le persone si incoraggiano calorosamente a vicenda. Si basa proprio sullo spirito di incoraggiare con tutto il cuore l’altra persona, sul desiderio di vedere qualcun altro diventare felice. La nostra crescita si è sempre basata sui forti legami che si andavano formando tra gli individui. Per questo bisogna tenere sempre a mente che l’organizzazione esiste per la gente, e non viceversa, e riconosce come suo massimo valore la dignità di ogni essere umano. Per questo Toda dichiarò che la Soka Gakkai era più preziosa della sua stessa vita.

Vedi: D. Ikeda, I protagonisti del XXI secolo, Esperia

Per approfondire

A. Toynbee-D. Ikeda, Dialoghi, Bompiani
A. Peccei-D. Ikeda, Campanello d’allarme per il XXI secolo, Bompiani
J. Rotblat-D. Ikeda, Dialoghi sulla pace, Sperling & Kupfer Editori
R. Simard-G. Bourgeault-Ikeda, L’essenza dell’uomo, Sperling & Kupfer Editori
D. Ikeda, La vita, mistero prezioso, Sonzogno
D. Ikeda, I misteri di nascita e morte, Esperia
D. Ikeda, Il mondo del Gosho, Esperia
D. Ikeda, La saggezza del Sutra del Loto, Oscar Mondadori
D. Ikeda, Buddhismo il primo millennio, Bompiani
D. Ikeda, Buddhismo in Cina, Bompiani
D. Ikeda, La vita del Buddha, Bompiani
D. Ikeda, I protagonisti del XXI secolo, vol. 1-2, Esperia
D. Ikeda, In cammino con i giovani, Esperia
D. Ikeda, La mappa della felicità, Esperia
D. Ikeda, Il Gosho e la missione di kosen-rufu, Esperia
W. Hochswender-G. Martin-T. Morino, Il Budda nello specchio, Esperia
La legge meravigliosa
, EsperiaR. Causton, I dieci mondi, Esperia
E. Canfor-Dumas, Il Budda Geoff e io, Esperia
W. Woollard, Il buddista riluttante, Esperia
Raccolta degli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai
Il Sutra del Loto
, Esperia