Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione · Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione ·Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·

24 giugno 2026

La sorgente

Voci di bambine, di ragazze, di donne

immagine di copertina

Questo progetto è stato realizzato da un gruppo di partecipanti al corso di Emuna Italia, un programma di formazione interreligiosa e interculturale ospitato presso il LUISS Institute for European Analysis and Policy (LEAP) di Roma. Il gruppo - composto da Melania Coppola, Yasmin Doghri, Leonardo Khairallah, Ehite Shikur Kirato, Amane Latella, Daniela Maffuccini, Vittoria Nuti - ha scritto nella presentazione:
«La fiaba realizzata è dedicata a tutte le donne, le ragazze e le bambine che non hanno avuto la possibilità di realizzare i propri sogni e le proprie ambizioni, che hanno vissuto discriminazioni o violenze legate alla propria identità o appartenenza, che non sono state comprese o viste. Un nostro pensiero particolare volge lo sguardo al panorama internazionale, a tutte le bambine, le ragazze e le donne che hanno perso la vita e che lottano quotidianamente per un loro riconoscimento e un loro diritto alla vita. All’unisono, doniamo questa fiaba come fonte di ispirazione, per una piena partecipazione e auto-determinazione di tutte».

Prima di cominciare

Ogni storia ha bisogno di una porta per entrare. Questo libro ne ha due. La prima è una fiaba: sette bambine, una fonte silenziosa, un viaggio verso la cima di una montagna. La seconda è la vita: sette donne che hanno accettato di raccontarsi, di aprire le finestre sulla propria storia e lasciarci entrare. In mezzo, un filo sottile che le tiene insieme. Perché le bambine della fiaba non sono personaggi inventati: sono il riflesso delle donne di questo libro. 
Amal, Sofia, Valeria, Dhana, Kokoro, Ruth, Cloe: ognuna porta un nome, una qualità, un modo di stare al mondo. 
Abbiamo bussato alle porte di alcune donne per chiedere di raccontarsi, nel loro essere protagoniste della vita di tutti i giorni, con vesti e in contesti differenti: le origini, la famiglia, la fede o la sua assenza, il lavoro, il corpo, i sogni, le ferite, le risorse. Incontri significativi che hanno dato frutto a quanto avete in mano. 
Prima di incontrare queste donne meravigliose, incontrerete le bambine. 
È un piccolo libro che va letto con la dovuta dedizione, come si leggono le fiabe. Richiede la stessa attenzione con cui si ascolta qualcuno che parla lentamente, che sceglie le parole. Ogni dettaglio ha una sua ragion d’essere. Il seme che ogni bimba porta in tasca, la voce al bivio che conosce i punti dove fare più male, la pietra che si apre solo quando le parole vengono messe insieme: sono immagini nate da storie vere, vissute e sentite. 
Alla fine della fiaba, troverete le donne. E forse, le riconoscerete. 
Questa fiaba è fatta di voci che si completano, di differenze che non dividono ma arricchiscono, di fedi, spiritualità e culture che imparano a condividere lo stesso spazio. 
La fiaba pone in prospettiva, cattura il senso più autentico del dialogo, quello che non si ferma alla retorica, a un valore astratto, ma si definisce in una pratica concreta, quotidiana, anche se spesso risulta faticosa. Richiede il coraggio di ascoltare e l’apertura e la pazienza di imparare ciò che non si conosce. 
Auguriamo a chi legge di trovare, in queste pagine, almeno una storia che parli anche di sé. E di uscirne con qualche domanda in più, e perché no, anche con qualche risposta. 

Il Gruppo di Ricerca Girls and Women’s Voice
Melania Coppola · Yasmin Doghri · Leonardo Khairallah · Ehite Shikur Kirato · Amane Latella · Daniela Maffuccini · Vittoria Nuti ·  

© Tutte le illustrazioni sono realizzate da Amane Latella

La Sorgente 

Una fiaba per sette voci 

C’era una volta un villaggio nel mezzo del mondo. Non era un villaggio come gli altri. Ci vivevano persone arrivate da ogni luogo — da nord a sud, dall’est all’ovest — ognuna con la propria lingua, la propria preghiera, il proprio modo di salutare il sole al mattino. 
Le case erano tutte diverse, i profumi delle cucine si mescolavano nell’aria e al centro del villaggio c’era una fonte d’acqua fresca che non si fermava mai. O almeno, così era stato fino a quel giorno. 
Una mattina, la fonte tacque. Nessuno se ne accorse. Accadde in silenzio, come accadono le cose importanti. Qualcuno notò che il secchio tornava vuoto. Qualcun altro disse che la pietra della fonte intorno era asciutta. Poi le voci cominciarono a girare e le voci — si sa — crescono mentre camminano. 

«È colpa di chi è arrivato da lontano» disse qualcuno. «È colpa di chi non prega come si deve», disse qualcun altro. «È colpa di chi parla una lingua che non capiamo». Il villaggio, che aveva vissuto unito per molti anni, cominciò a dividersi. Le porte si chiusero. I bambini smisero di giocare insieme. E la fonte restò silenziosa. 
In quel villaggio vivevano sette bambine. Erano arrivate da direzioni diverse, come fanno i venti. Ognuna portava dentro di sé qualcosa di prezioso, una parola, un gesto, una melodia. Ma nessuna sapeva ancora che ognuna sarebbe stata di aiuto all’altra.

Amal dagli occhi profondi e scintillanti, aveva in tasca tante domande. Perché il cielo cambia colore? Perché le persone hanno paura di ciò che non conoscono? Perché le cose belle finiscono? Sua madre le aveva insegnato una parola: rahmah, misericordia. «Quando non sai cosa fare», le diceva, «inizia da lì.» Amal non sapeva ancora bene cosa significasse, ma la parola la portava con sé come si porta una bussola, anche quando non sai ancora dove stai andando e anche quando la strada fa paura. 

Mentre Amal cercava le risposte nelle domande, Sofia le cercava nei gesti. Con i suoi ricci lucenti come il rame, Sofia amava giocare nella natura, parlava, correva e cadeva spesso. Non guardava dove metteva i piedi, impegnata com’era a organizzare, a fare, a conoscere e incontrare. Cadeva, ma si rialzava sempre e ogni volta un po’ più svelta, guardando sempre più lontano. Sua nonna non le aveva mai spiegato la vita a parole. Ma le aveva dato tutto con l’esempio. Ogni mattina sua nonna si alzava prima dell’alba e si metteva all’opera. Preparava, sistemava, aiutava chiunque bussasse alla sua porta. Senza aspettare che qualcuno arrivasse, senza attendere che qualcuno ringraziasse. Sofia aveva imparato così che la cura non si spiega. Si fa! 

Valeria invece era una bambina quieta, di quelle che parlano poco e osservano molto. Dove Sofia correva, lei sostava. Dove Amal chiedeva, lei aspettava. Aveva lunghe trecce, nere come la notte e veniva dal sud, da una terra dove le radici scendono in profondità, finanche nelle pietre e aveva portato con sé quella tenacia gentile di chi sa aspettare. Aveva perso una persona cara, un grande dolore che le aveva lasciato dentro non un vuoto, ma un filo. Sottile, resistente, come la seta. Aveva scoperto che le cose rotte non vanno sempre buttate, a volte si tengono insieme e la cucitura diventa un particolare che caratterizza il disegno. Il suo filo non era solo un concetto. Era il modo in cui guardava il mondo: come qualcosa che vale la pena ricucire, sempre. 

Anche Dhana aveva il suo colore, rosso come la sua chioma e le sue lentiggini; la sua qualità era scritta nel suo nome, gratuità e presenza. Non cercava in lontananza come Amal, non era sempre in movimento come Sofia, non aspettava come Valeria. Stava ferma e guardava da vicino i dettagli, le cose che gli altri non notavano. Il suo sguardo veniva rapito dalla fornaia che si alzava prima dell’alba, dal vecchio che sedeva sempre sulla stessa panchina, dal gatto che attraversava il cortile ogni giorno alla stessa ora. Suo padre le aveva insegnato che anche nelle cose piccole c’è qualcosa di sacro, se si sa guardare. E Dhana sapeva guardare. In ogni gesto metteva in pratica il suo nome: ascoltava, aiutava, offriva e non teneva il conto. Non perché fosse facile. Ma perché non riusciva a fare altrimenti. 

E poi c’era Kokoro. Kokoro con i suoi grandi occhiali e il suo grande cuore, guardava il mondo e lo sapeva ascoltare. Aveva una melodia dentro, Nam-myoho-renge-kyo, una di quelle che non si imparano a scuola. L’aveva ereditata dai suoi genitori, che ogni mattina la recitavano insieme. Fuori casa però l’aveva tenuta nascosta a lungo. Aveva paura che gli altri non capissero, che ridessero di lei. Poi, un giorno, aveva capito una cosa importante: il coraggio non è assenza di paura, è continuare a cantare anche quando la voce trema. Da quel giorno la sua melodia si era trasformata in un ponte, che univa il suo cuore con quello degli altri. 

C’era anche Ruth, che viveva in una casa in collina, un po’ lontana dal villaggio. Era spesso seduta davanti alla finestra che affacciava sulla valle. Ruth non faceva domande come Amal, non agiva subito come Sofia, non aspettava in silenzio come Valeria. Stava nel mezzo, sospesa tra un passo e l’altro, tra la valle e la collina, come chi sa che il cammino è una strada da percorrere anche quando non si vede l’orizzonte. Sua nonna le aveva detto una volta: «Fai il massimo che puoi, ma ricorda i tuoi limiti e rispettali». Non era rassegnazione. Era saper misurare la propria forza, senza strafare. Per questo sapeva mantenere la fiducia anche quando la strada è buia, anche quando il dubbio cammina insieme a te e non se ne va. 

E infine c’era Cloe, dalla pelle del colore della terra bagnata e i piedi sempre nudi. Era solita dire che per capire il mondo bisognava sentirlo sotto la pelle. Veniva da un luogo in cui gli unici confini erano quelli creati dalle vette delle montagne. Portava sempre appesa alla cintura una bilancia di legno antico, che non usava, però, per pesare le cose. Era il suo strumento per ricordarsi che ogni voce ha lo stesso peso e che nessuno, per nessun motivo, deve essere lasciato indietro o considerato meno importante degli altri. 

Le sette bambine si incontravano, ma non si conoscevano davvero. Come spesso accade tra i vicini di casa, ci si vede ogni giorno, ci si saluta ma intanto il meglio di ciascuno resta nascosto, come un seme che aspetta la stagione giusta per germogliare. 

Fu Amal a bussare per prima alla porta di Sofia. «La fonte è ferma», disse. «E il villaggio ha paura. Qualcuno deve andare a capire cosa sta succedendo, perché non c’è più acqua». Sofia non chiese spiegazioni. Prese il mantello e uscì. Poi andarono da Valeria. La trovarono mentre cercava di tenere insieme i fili di una coperta usurata. Insieme corsero verso casa di Dhana, ma la incontrarono lungo la strada, mentre parlava con una vecchina dagli occhi profondi come il mare. Poi trovarono Kokoro, che stava canticchiando sul gradino di casa. Ruth le stava guardando da lontano. Capendo che qualcosa non andava, uscì di casa e le raggiunse. Per ultima si unì Cloe che, vedendole passare in gruppo, capì che per rimettere a posto le cose c’era bisogno di tutte loro, nessuna esclusa. Sette bambine. Con un dono nel cuore e una strada da percorrere insieme. 

Appena fuori dal villaggio, seduta su una pietra come se le stesse aspettando, c’era una donna dai capelli d’argento. Non parlava. Scrutava l’orizzonte e nel suo sguardo c’era qualcosa che sapeva vedere oltre. Aveva le mani forti, rugose e gli occhi tranquilli, di chi ha già attraversato molte tempeste. Aprì la mano e mostrò loro sette semi. Poi indicò la strada e chiuse gli occhi. Le bambine compresero che i semi erano per loro, ma non capivano ancora cosa farne. Ognuna ne prese uno mentre Dhana disse «Li terremo, finché non capiremo» notando che erano tutti identici nella forma, ma ognuno vibrava di una luce diversa. 

Il sentiero portava verso la montagna, dove si diceva che nascesse la sorgente dell’acqua. Poco dopo il primo tornante, trovarono un bambino seduto in mezzo al selciato. Piangeva, ma non voleva dire perché. Gli altri viandanti lo scavalcavano senza fermarsi, come si fa con gli ostacoli da evitare, convinti che non meritasse il loro tempo. 
Le bambine invece si fermarono. Fu Kokoro a fare la prima mossa. Si sedette accanto a lui, sul bordo della strada e non disse niente. Non chiese perché piangesse, non cercò di consolarlo con le parole. Ascoltò. Kokoro aveva la capacità genuina di preoccuparsi per gli altri e percepire il loro dolore e la loro sofferenza come se fossero propri. Il dolore, se condiviso, diventa meno pesante. Il respiro affannoso del bambino si stava calmando. Nel silenzio si sentiva soltanto il fruscio delle foglie degli alberi colpite dolcemente dal vento. 
Fu in quel momento che anche Cloe fece un passo avanti, si inginocchiò nel fango portando i suoi occhi esattamente alla stessa altezza di quelli del piccolo. Prese la sua bilancia di legno e la posò a terra, tra loro due. «Il tuo dolore pesa quanto il nostro» disse con voce ferma, guardando i viandanti che passavano. «Nessuno è troppo piccolo o troppo povero per essere ascoltato». Cloe prese una fetta di pane che portava nella sacca, la divise perfettamente a metà e ne diede una parte al bambino, tenendo l’altra per sé. Quel gesto di assoluta parità ruppe l’invisibilità in cui il piccolo si sentiva intrappolato. 
Intanto le altre si erano disposte intorno, in silenzio, come si fa con le cose fragili: senza stringere, senza allontanarsi. Il bambino smise di piangere. D’un tratto sentì che non era più solo, e che in quel cerchio il suo pianto aveva lo stesso valore delle parole dei grandi. Si alzò, sorrise e lasciò libero il sentiero. 
Mentre il bambino si allontanava, una doppia ondata di calore si diffuse nell’aria. Le bambine aprirono le mani e videro una meraviglia: i semi di Cloe e Kokoro si erano schiusi contemporaneamente, mettendo radici lucenti nei loro palmi. Kokoro — il cuore che ascolta — e Cloe — lo sguardo che rende uguali — avevano trovato la loro forma e fatto germogliare le prime due risposte. 

«I primi semi sono fioriti insieme», sussurrò Ruth guardandoli con stupore. «L’Uguaglianza e l’Ascolto camminano vicini» pensò Cloe. «La fonte si è fermata perché al villaggio abbiamo dimenticato che nessuno vale più degli altri e abbiamo smesso di ascoltarci». 

Ripresero il cammino e passo dopo passo arrivarono a un ponte che avrebbe permesso di attraversare il burrone. Ma a ben guardare, le bambine videro che le assi di legno erano state scardinate. Si guardarono senza parlare. D’un tratto Valeria si chinò e cominciò a raccogliere i pezzi, uno per uno, con la pazienza di chi sa che le cose rotte si riparano, non si abbandonano. Le altre la seguirono: Sofia portava le assi più pesanti, Dhana cercava i chiodi tra i sassi senza sapere bene cosa cercare. Amal osservava, cercando di ricomporre i pezzi rotti. Kokoro teneva fermo ciò che le altre assemblavano. Cloe si accertò che ogni asse venisse tesa alla stessa distanza, affinché il passo di nessuna fosse più faticoso di quello delle altre. 

Ruth stava lì, in piedi sul bordo, e guardava il burrone sotto. Era profondo. A un certo punto disse, sottovoce: «Non sarà un ponte perfetto. Ma reggerà». Non era una promessa. Era qualcosa di più sobrio e più solido: la fiducia che il lavoro fatto con cura ha una sua saldezza, anche quando non si vede ancora il risultato. Le altre si fermarono un momento. Poi tornarono al lavoro, con più calma. Non era un lavoro facile. Qualche asse non combaciava, qualche chiodo era storto. Ma Valeria trovava sempre un modo, stringeva, adattava, metteva i pezzi insieme. Quando il ponte resse il peso di tutte e sette, Valeria sentì qualcosa fiorire tra le dita. Il suo seme si era aperto ed era spuntato fuori un piccolo germoglio. 

Le bambine attraversarono, una dopo l’altra, senza guardare giù, stringendosi le mani. Mentre il sole cominciava a tramontare, arrivarono a un bivio. Non si vedeva nessuno, ma nell’aria risuonava una voce. Anzi sembrava più d’una. «Tu non appartieni a questi luoghi» «Chi ti credi di essere» «Non ce la farai». «Nessuno ti ringrazierà». «La tua melodia non interessa a nessuno». «Il tuo dubbio ti tradirà». «Siete troppo diverse per stare insieme». 
Intorno a loro non si vedeva nessuno, la voce risuonava da lontano. Le bambine si fermarono. Ognuna sentì una stretta al petto. Il sentiero davanti sembrava più angusto, l’aria più pesante. Fu Amal a parlare per prima. Non gridò, non si arrabbiò. Fece quello che sapeva fare meglio, una domanda. 
«E tu» disse alla voce «di cosa hai paura?». La voce non rispose. Ciò che fa paura non dà risposte, insinua solo dubbi e fa tremare. Nel silenzio che seguì, Sofia fece un passo avanti. Un passo solo, deciso, sul sentiero. Non perché non temesse l’ignoto. Ma perché sapeva che aspettare non sarebbe servito e lei lo aveva imparato cadendo. La voce si fece più forte, più insistente. Allora Ruth disse: «Non so se ce la faremo. Ma andiamo avanti lo stesso». Era l’affermazione più onesta che si potesse fare in quel momento. E nell’onestà di quelle parole le altre bambine sentirono che il dubbio non era un nemico. Era solo una parte del cammino, come i sassi sul sentiero, come il buio che precede l’alba. 
Fu allora che Dhana aprì la mano e la tese verso il bivio, verso la voce, apparentemente verso il nulla. Un gesto che simboleggiava presenza. Un dono fatto senza sapere a chi, senza aspettarsi nulla in cambio. La voce allora si fece più piccola. Poi più sottile. Poi rimase lì, in fondo, e il sentiero si aprì. Ed ecco che anche i semi di Amal, Sofia, Ruth e Dhana germogliarono tra le piccole dita delle loro mani. Le bambine proseguirono il cammino, vicine, senza parlare. Ognuna con il suo seme stretto nel palmo della mano, a formare un giardino di luci. Ognuna con la propria paura ancora addosso, ma più leggera, in quel senso di sicurezza generato dal loro stare insieme, dalla loro unione. 

 Arrivate in cima alla montagna trovarono la sorgente. Era lì, ferma e silenziosa. 
Intorno, nessun rumore, solo il vento e il cielo trapuntato di stelle, nella sua immensità. La pietra che la sigillava era antica, liscia e su di essa erano scavate sette piccole cavità, piccole come semi. Le bambine si guardarono. Fu Ruth a vederle per prima. Non perché fosse la più veloce, né la più astuta ma perché aveva imparato a riconoscere le cose che aspettano in silenzio, senza farsi notare. «Guardate» disse. «Qui, nella pietra ci sono sette buchi, come sette siamo noi». Ciascuna aprì la mano e vide il proprio seme, in una forma diversa rispetto a quella ricevuta dalla donna che glieli aveva donati. Ogni seme aveva assunto un peso tutto suo, come se il viaggio li avesse trasformati. Come se il viaggio le avesse cambiate. Le bambine li presero, una per una, in silenzio. Si avvicinarono alla pietra e ognuna posò il proprio seme nel proprio posto, come se avessero sempre saputo come fare. Mentre lo facevano, le parole vennero da sole, sottovoce, quasi senza volerlo, quasi con magia, intrecciandosi in una melodia che risuonò nell’aria limpida della notte: 

Amal, la Speranza, Dhana, la Gratuità, Cloe, l’Uguaglianza, Kokoro, l’Audacia, Sofia, la Fratellanza, Valeria, la Pazienza, Ruth, la Fiducia 

Mentre l’ultima parola svaniva nel silenzio, la pietra millenaria vibrò e si aprì. Un filo d’acqua limpida zampillò verso il cielo stellato. Fu allora che la superficie della pietra liscia prese vita creando dalle venature un’immagine familiare: «Il volto della donna dai capelli d’argento!» esclamò Valeria. 

La roccia sembrò respirare e la donna, con una voce che ricordava lo scorrere dell’acqua, si presentò: «Io sono la Guardiana della sorgente» disse con un sorriso antico, quasi senza tempo. Poi guardò le sette bambine e diede loro un’indicazione precisa: «Custodite questo canto nei vostri cuori, ma non tenetelo solo per voi. Andate al villaggio e incidete questa melodia sulla pietra della fonte al centro della piazza. Sarà il vostro monito. Ogni volta che il «sonno della ragione» incomberà sul villaggio portando di nuovo divisione e paura, basterà leggere ad alta voce quelle parole ricordando i doni che ognuna di voi ha scoperto in questo viaggio». 

L’immagine svanì lentamente nella roccia, mentre l’acqua riprese a scorrere libera. Le sette bambine rimasero in ascolto, imprimendo quelle strofe nella memoria. Poi si voltarono e iniziarono la discesa verso valle, ripetendo insieme il canto, come un mantra, così che nessuna di loro lo dimenticasse. 

«Quando il vento gela e l’ombra avanza, 
custodisci nel petto la Speranza. 
Apri la mano alla Gratuità, 
guarda l’altro nella sua Uguaglianza. 
Ascolta il mondo con Audacia, 
stringi il patto della Fratellanza. 
Nel tempo dell’attesa coltiva la Pazienza, 
passo dopo passo, 
cammina nella Fiducia». 

E così via, fino al villaggio. Arrivate notarono che la fonte era già piena. Nessuno sapeva spiegare come fosse successo. Il cammino era finito, ma dentro ciascuna di loro qualcosa continuava a muoversi, come l’acqua che scorre anche sotto la pietra. 
Si sedettero sotto il grande tiglio dalle foglie a cuore e, recuperati gli attrezzi, iniziarono a incidere le strofe della Guardiana della sorgente sulla pietra della fonte, al centro della piazza, proprio come era stato loro suggerito. Mentre lavoravano, una alla volta cominciarono a parlare. 
Sofia prese la parola senza troppi preamboli: «Da sola non ce l’avrei mai fatta» disse. «Ho portato le assi più pesanti, ma non sapevo dove metterle». «Nessuna sapeva tutto» disse Valeria «Io ho messo insieme le assi. Ma i pezzi li avete trovati voi». Sorridendo, Sofia aggiunse: «Un'asse da sola galleggia e basta. Solo insieme sono diventate un ponte». 

Amal stava ascoltando, e poi d’un tratto esclamò illuminata: «Forse è proprio questo che ha sbloccato l’acqua!» continuò «Ognuna di noi sapeva una cosa sola. Ma quella cosa, da sola, non bastava. Abbiamo messo insieme le nostre forze e abbiamo trovato la chiave». Cloe guardò la sua bilancia di legno e sorrise: «Il peso di una sola di noi non avrebbe rimosso la pietra. Ma sette pesi, uniti, hanno liberato la sorgente. Nessun dono vale più di un altro, ma soprattutto, il peso di un dono non raggiungerà mai quello di tutte noi messe insieme». Ruth rimase in silenzio qualche momento. Poi disse: «Io non ero sicura di nulla lungo il cammino. Non sapevo se il ponte avrebbe retto. Non sapevo se la voce avrebbe continuato a seguirci. Non sapevo se i semi erano davvero per noi» Poi aggiunse: «Però sono andata avanti lo stesso. Anche nel dubbio, ho conservato fiducia insieme a voi». Kokoro annuì: «Perché il dubbio conta» disse «e anche la paura conta. L’importante è che siamo rimaste unite». Dhana aprì la mano, la stessa mano con cui aveva teso un dono verso il nulla e la guardò. Era vuota. Ma non sembrava mancasse niente. Poi sorrise. «Forse» disse «le cose più importanti, quando le doni, non ci tolgono nulla, ma ci arricchiscono. Passano semplicemente da una mano all’altra». 

Pian piano tutti gli abitanti del villaggio riempirono la piazza. Le bambine raccontarono tutto più e più volte. Dei semi, della donna dai capelli d’argento, del bambino che piangeva, della voce al bivio. Dei germogli, del burrone e delle assi da aggiustare. Raccontarono di come, lungo la strada, avevano scoperto che ognuna aveva qualcosa che le altre non avevano e che quelle cose, messe insieme, contavano di più della singola qualità. Lo dissero spontaneamente, senza enfasi ma con genuinità, come si dice una cosa vera. Il villaggio ascoltò. Qualcuno capì subito. Qualcuno ci mise più tempo. Ma le parole incise sulla roccia risuonarono nell’aria e riecheggiarono nei cuori di tutti. Dopo quel giorno, le porte ricominciarono ad aprirsi, i profumi delle cucine a mescolarsi nell’aria. I bambini tornarono a giocare insieme nei cortili. E il villaggio capì. 

La fonte non si era fermata per colpa di chi era arrivato da lontano. Né per colpa di chi non pregava come si deve. E nemmeno di chi parla una lingua sconosciuta. La fonte si era fermata perché il villaggio aveva smesso di nutrirla, con la presenza, con l’ascolto, con la cura degli uni per gli altri. Con lo stare autenticamente insieme, con rispetto e considerazione. 

Le bambine crebbero, ognuna a modo suo, ognuna con le sue preghiere e le sue speranze. Ma ciascuna continuò a portare la sua parola nel mondo, nelle scuole, nelle piazze, nei luoghi dove la paura cercava di fermare il flusso inarrestabile della vita. E ogni volta che qualcuno chiedeva loro da dove venisse quella forza, rispondevano: «Era già dentro di noi. Il viaggio ci ha solo insegnato a riconoscerla.» Da allora la fonte non si fermò più. Ogni volta che l’acqua cominciava a rallentare, o quando tra le case tornava il silenzio e il sonno della ragione e della fraternità minacciava il villaggio, qualcuno andava al centro della piazza e leggeva ad alta voce i versi scolpiti sulla pietra. Il tempo di pronunciare le parole e l’acqua tornava a fluire, più limpida, fresca e fluida, come la vita, ricca e piena di ristoro per tutti. 

E mentre il villaggio era intento a custodire la coesione della propria pluralità, le giovani donne continuarono il loro cammino comune, ciascuna nel proprio percorso, rendendo il racconto delle proprie storie fiori che a loro volta seminavano germogli, in chi le ascoltava. Da bambine, a giovani ragazze, fino a donne adulte. 


— La Speranza — 

Amal nacque in una famiglia musulmana in un periodo fatto di trasformazioni, in cui le persone iniziarono a mescolarsi in città. Volti che sembrano assomigliarsi, ma con sguardi che si osservano con distacco, tra apparenti differenze dettate dall’etnia, dalla religione o dal proprio status economico. Sei ricco o sei povero? Credi in quello che credo io? Sei di qui o provieni da terre lontane? Lontananza, è questo il sentimento che ha intriso l’infanzia di Amal, in una domanda troppo spesso sentita dire da chi l’incontrava: «Ma tu, sei come me?». 
A scuola era l’unica bambina con tratti leggermente diversi. Un abbigliamento che si distingueva da quello degli altri. Un modo di pregare e mangiare che a volte rivelava preferenze diverse. E con il tempo le domande si srotolavano: le perplessità sul velo, sul non bere alcool, o mangiare carne di maiale. Domande spesso innocenti, ma che facevano chiedere ad Amal: Sono proprio così diversa? Quasi a prendere le distanze da se stessa, nel timore di essere lontana dagli altri. Ma Amal non imparava a rimpicciolirsi, non era qualcosa che riusciva a fare. Imparava invece a leggere e a leggersi, a comprendere e a risolversi tra mille domande, come le insegnarono i suoi genitori e la sua religione. 
Suo padre, un noto studioso e uomo di scienza, le insegnò che la lontananza è solo un modo utilizzato dagli altri per proteggersi dall’ignoto, per limitare la paura che si può avere del nuovo. Le diceva spesso: «Nessuno è nato per essere distante, né dagli altri né da se stesso. Siamo fatti per riscoprirci gli uni agli altri, stando insieme». Sua madre, invece, una donna di fede, le trasmise il senso dell’Islam: «Sappi leggerti figlia mia, per conoscerti, per essere autonoma, per sapere cosa desideri e come vuoi contribuire al bene comune, per essere una donna libera di intraprendere e percorrere le proprie aspirazioni e sogni. La tua bellezza e la tua forza è sia dentro che fuori». 
Non ci volle molto prima che Amal rese suoi gli insegnamenti di mamma e papà, costruendosi col tempo un equilibrio luminoso, che concilia il cuore, la fede, con la mente, la scienza. È così che iniziò ad esplorare luoghi amichevoli e meno amichevoli, in terre familiari e meno familiari, dove le domande erano più grandi di lei. Amal visse molti alti e bassi, in questo suo dover sapere affrontare ogni circostanza, edterna ed interna. Ma nel suo percorso, ogni volta, si ritrovava. 
Amal ha sempre avuto un principio che l’ha sempre guidata e la guida: Quello della rahma, la misericordia e la compassione. Uno dei valori principali dell’Islam, uno dei 99 nomi di Dio, al-Rahman, il Compassionevole. Tra le valli e i monti che percorse durante la sua giovane età, comprese come Dio c’è sempre, che ci aiuta in ogni situazione anche quando non lo notiamo. Ma soprattutto, Amal comprese che Dio ci sostiene soprattutto quando ci siamo gli uni per altri. Perché è questo quello che ci chiede Dio, Colui che è la Pace, Al-Salam, un altro dei Suoi 99 nomi: costruire la pace. Amal comprese che è stringendo le mani agli altri che si costruisce la pace, insieme, sulla base del riconoscimento e del rispetto di tutti. 
Amal riconosce la rahma ovunque, in questo suo cammino di salam: nel credo, nella filosofia laica, nei diritti umani, nella solidarietà internazionale. Non c'è contraddizione per lei, tra essere profondamente musulmana e aderire con altrettanta profondità ai principi di dignità umana che appartengono a tutte le religioni, come per la sua, e che al contempo si calano in ogni credenza e filosofia. È in questa sua pluralità identitaria che Amal riscopre un arricchimento, tanto per se stessa quanto per chi la circonda. Sono specchi che riflettono la stessa luce. 
Crescendo, Amal capisce che la scienza e il divino non competono: spiegano universi diversi, entrambi indispensabili. La scienza raggiunge ciò che si può osservare e dimostrare. Dio abita ciò che la scienza non raggiungerà mai — la morte, il dopo, come il prima, l’invisibile e il senso degli incontri. Ed è così che la scienza diventa anche motivo di avvicinamento e riscoperta del divino, del proprio Creatore. Da quel momento, la sua fede è parte intrinseca di sé basata sulla ricerca e sulla costante coltivazione di se stessa. 
La ricerca come l’ascolto, per Amal, sono la forma più alta di rispetto, il modo più autentico di riscoprire e riscoprirsi. Quella lontananza tanto vissuta da piccina, si tramuta in vicinanza, con la presenza e il confronto. La conoscenza che abbatte muri e crea ponti: la lingua comune parlata nonostante i tratti somatici differenti, le condivisioni controcorrente fatte per smantellare pensieri errati, l’arricchire e il contribuire al bene comune, perché: «L'Islam non è monolitico, il patriarcato non è islamico per natura ma culturale e storico, le donne nell’Islam non sono sottomesse agli uomini, ma hanno voce, diritti e il dovere di contribuire a loro volta, anche con il loro velo». E piano piano, quella bimba che è in Amal, fiorisce, diventando una Donna Musulmana. 
Da adulta, Amal realizza la sua aspirazione diventando ricercatrice di professione, si sposa con un uomo dai tratti somatici diversi dai suoi, costruisce una famiglia, e nel mentre, continua a portare avanti il suo impegno: condividere e raccontare per accorciare le distanze, per far comprendere che siamo sempre più simili di quanto in apparenza non sembra, per non essere più l’altro, ma per costruire un noi fatto di tanti colori che contribuiscono alla stessa luce. È un patto che mantiene con se stessa, ma non solo per se stessa; per quel suo sogno di vivere in una società costruita sulla cura, perché lei se lo chiede spesso: «Come puoi amare o prenderti cura se non conosci e riconosci?» 
Amal crede all’empatia ancor prima che alla forza, crede nella speranza e nella genuinità. Se la speranza viene meno, la religione porta conforto e la ragione porta comprensione, dando insieme le risposte a tutti i perché. Ma il suo cammino non è individuale. È fatto della presenza di tante altre donne con credi e culture differenti, perché Amal crede anche nella solidarietà, tra tutte, senza distinzione alcuna. 
Amal ha scelto. Non c’è più lontananza che la definisce. Ora ha il cielo aperto sopra di sé, intenta ad abbattere tutti i muri. Il suo cielo non è sempre sereno, ma è uno di quelli vasti, con stelle visibili anche di giorno per chi sa cercarle. Non come simbolo romantico, ma come riferimento: la fede non ha soffitti, la conoscenza non ha muri, e le domande — tutte le domande — sono consentite. Anzi, dovute. 
Come si ripete spesso: «Bisogna sognare, anzi, serve: a volare alto e, a volte, a scendere in profondità»
E intanto, stringendo le mani di tutte le donne che ha incontrato, prosegue il suo cammino, su di una terra comune, sotto lo stesso cielo. 

— L’Uguaglianza — 

Cloe è cresciuta nelle valli del Piemonte, tra montagne verdi e paesini sparsi come le mucche al pascolo, dove ai primi raggi del sole dopo l’inverno fioriscono le primule. La sua famiglia era valdese, una delle comunità protestanti più antiche del mondo, che in quelle montagne ha trovato rifugio e ha scritto pagine importanti della sua storia. I suoi genitori non pregavano mai, non andavano in chiesa. Ma sua nonna sì. E Cloe andava con lei.  Cloe ricorda bene la Bibbia della nonna, la teneva sempre sopra agli altri libri, non sotto. «La Parola di Dio» diceva «non va messa in fondo». Insieme leggevano versetti e la nonna le insegnava a parlare con Dio come si parla con qualcuno di cui ci si fida davvero. Per anni Cloe ha pensato che quella fede fosse una cosa tutta sua, un segreto magnifico da custodire nella sua stanza. Poi, quando è diventata grande, ha scoperto i gruppi giovanili della sua chiesa. Lì ha incontrato ragazze e ragazzi che facevano le stesse domande che faceva lei: «Chi sono? Cosa mi chiede la vita? Come posso essere utile al mondo?». Ha capito allora che la fede non è solitaria. È una strada che si cammina insieme, mano nella mano. 
Nella sua chiesa, le donne hanno sempre avuto voce. Già dall’inizio del Novecento potevano votare nelle assemblee. Dal 1967, possono diventare pastore, cioè guide spirituali della comunità, proprio come gli uomini. Oggi la chiesa valdese è guidata da tante donne che si sostengono a vicenda come si faceva una volta nelle Società del cucito e nelle Unioni delle madri ma oggi con più libertà di incidere e contribuire. Questo ha sempre riempito Cloe di orgoglio, perché significa che nessuna deve sentirsi meno capace o meno importante. 
Un giorno, qualcosa di straordinario le accadde. Era stata invitata a predicare nella cattedrale cattolica della sua città, durante la settimana in cui cristiani di ogni tipo pregano insieme per l’unità. Era una cosa che non era mai successa prima: una donna protestante che porta la Parola in una chiesa cattolica. Cloe era emozionata, ma soprattutto si sentiva grata. Quella giornata le ha insegnato che i muri tra le persone si possono abbattere, se ci avviciniamo gli uni agli altri con rispetto e curiosità. 
Essere donna valdese, per Cloe, significa guardare il mondo con occhi aperti. Significa non aver paura delle domande difficili. Significa stare vicino a chi è diverso: chi ha una fede diversa, chi ama in modo diverso, chi viene da lontano. La sua chiesa ha benedetto coppie dello stesso sesso e ha lottato perché nessuno si senta escluso. Non perché voglia essere la migliore. Ma perché crede che il messaggio più grande da portare al mondo sia questo: “Siete amati, tutti quanti”. 
A volte Cloe si chiede se sta facendo abbastanza. Se sta vivendo nel modo giusto. È difficile dare una risposta soddisfacente. Ma sa che continuerà a camminare, a fare domande, a scrivere, a diffondere ciò che sa, e a stare accanto agli altri. Come sua nonna con la Bibbia sopra a tutti gli altri libri: Sempre in evidenza, sempre pronta ad essere aperta. 

 - La Gratuità -

Dhana nacque ad Ancona, in una casa dove convivevano mondi diversi. Da una parte c'erano i numeri, la scienza e lo studio. Dall'altra le domande, la curiosità e il desiderio di capire il significato delle cose. Fin da bambina imparò che si può osservare il mondo in molti modi diversi. Si può guardare una stella e chiedersi di quali elementi sia composta e si può guardare la stessa stella e domandarsi perché la sua luce riesca ad emozionarci. Nella sua famiglia c'era spazio per entrambe le domande. Forse fu proprio lì che nacque la sua passione per la ricerca. Non la ricerca di una risposta definitiva, ma quella che spinge una persona a continuare a imparare per tutta la vita.  La sua famiglia era piena di persone che cercavano risposte. La madre era una matematica, sempre impegnata in politica. Anche la nonna insegnava, mentre la bisnonna dirigeva un asilo in un piccolo paese. Le donne della sua famiglia avevano qualcosa in comune: non restavano a guardare il mondo dalla finestra. Cercavano di renderlo un posto migliore. A Dhana, il loro impegno si trasmise sottoforma di forza, in quel loro non aver aspettato che qualcuno decidesse per loro chi dovessero diventare. 
Il padre, invece, era uno scienziato, lavorava in un grande laboratorio farmaceutico. E tra i suoi insegnamenti, a Dhana rimasero alcune parole: «Non smettere mai di stupirti. La conoscenza è importante, ma anche vedere la sacralità nelle piccole cose». 
Quando crebbe, Dhana iniziò a leggere libri provenienti da paesi lontani. Scoprì la filosofia, l'Oriente, antiche tradizioni spirituali e grandi domande che uomini e donne si ponevano da migliaia di anni. Più leggeva, più sentiva nascere dentro di sé una curiosità profonda. Così studiò filosofia all'università e imparò persino il Pali, l'antica lingua dei testi buddhisti, imbarcandosi in letture e traduzione di testi importanti, come l’opera “Le domande del re Milinda”. In Dhana qualcosa cambiò. 
Comprese che il buddhismo non era una serie di regole da seguire senza riflettere. Non chiedeva di credere ciecamente. Invitava a osservare, comprendere, sperimentare. Invitava a conoscere se stessi. La saggezza non consiste nell'essere perfetti o nell'arrivare una volta per tutte a una meta finale, ma assomiglia a un fiume: l'acqua cambia continuamente, scorre, si trasforma. Eppure il fiume continua a essere se stesso. Così decise di andare oltre i libri: se quegli insegnamenti avevano davvero un valore, voleva viverli. 
Partì. Visitò monasteri in Asia e in Europa. Incontrò monaci e praticanti. Ascoltò il silenzio, studiò, osservò e fece domande. Imparò che la spiritualità non serve a fuggire dal mondo ma serve a tornarci con più consapevolezza, gentilezza e coraggio. Dhana aiutò persone di città diverse a conoscersi: partecipò alla fondazione di riviste buddhiste, raccolse informazioni sui centri italiani, scrisse articoli, organizzò incontri e conferenze e condivise ciò che aveva imparato. Lo faceva perché credeva che la conoscenza fosse come una candela: quando una candela accende un'altra candela, non perde la sua luce ma la moltiplica. 
Divenne madre di quattro figli, tutti con personalità diverse e modi differenti di guardare il mondo. Grazie a loro comprese che amare qualcuno non significa trasformarlo in ciò che vogliamo ma aiutarlo a diventare ciò che è. Passarono gli anni e Dhana si trasferì a Mompeo, un paese in cui molto tempo prima vi aveva vissuto uno dei primi praticanti italiani del buddhismo. Lì diventò assessora alla cultura e vicesindaca, organizzò attività per gli anziani, festival di cinema, iniziative culturali e progetti per conservare la memoria del paese. Ascoltò le storie delle persone e aiutò a trasformarne alcune in racconti e film perché non andassero dimenticate. Non le interessava essere importante, le interessavano le persone: la fornaia che si alzava prima dell'alba, gli anziani che sedevano in piazza, i bambini che crescevano tra quelle colline. Molti la consideravano una straniera ma Dhana aveva imparato che si può appartenere a un luogo anche scegliendo di prendersene cura. Per lei la spiritualità era presenza, responsabilità, gentilezza e coraggio. 
A volte, guardando indietro, Dhana si accorgeva di aver vissuto molte vite in una sola. La bambina che osservava il mare di Ancona e riempiva il mondo di domande. La studentessa che passava ore sui libri di filosofia. La giovane donna che imparava il Pali per leggere antichi testi nella sua lingua originale. La viaggiatrice che attraversava paesi lontani per incontrare maestri e comunità. La madre di quattro figli. La donna che aveva scelto di mettere le proprie capacità al servizio di un piccolo paese. Erano tutte Dhana, nessuna era andata perduta e ognuna aveva lasciato qualcosa alla successiva. 
A volte ripensava alla propria vita e sorrideva. Sorrideva alle domande che si era fatta da bambina, agli errori, alle paure, alle scoperte e ai cambiamenti che all'inizio sembravano difficili e che poi si erano rivelati preziosi. Aveva imparato che cambiare non significa perdere se stessi ma diventare sempre più pienamente ciò che si è. Per questo non amava sentirsi "arrivata".Pensava che la vita fosse una scuola che non chiude mai e che fino all'ultimo respiro possiamo imparare qualcosa: una nuova verità, un nuovo modo di ascoltare, un nuovo modo di amare.  Forse, pensava, la vera saggezza consiste proprio nel restare aperti e nel sapere che c'è sempre qualcosa da scoprire. Col passare degli anni, Dhana comprese sempre meglio anche il significato del proprio nome. Non lo comprese studiandolo in un libro. Lo comprese vivendolo. “Gratuità”, un dono offerto liberamente, con il cuore aperto, senza aspettarsi nulla in cambio. Non un gioiello d'oro o una pietra preziosa ma qualcosa di molto più raro: la capacità di esserci per gli altri, di ascoltare senza giudicare, di condividere ciò che si è imparato e di continuare a crescere senza credere di essere arrivati. 
Questo era il vero gioiello che Dhana aveva scoperto durante il suo cammino. Un gioiello invisibile. E ogni volta che aiutava qualcuno, ogni volta che imparava qualcosa di nuovo, ogni volta che accoglieva il cambiamento con un sorriso, quel gioiello brillava un po' di più. 
Il messaggio che continua a lasciare a chi incontra è semplice: «Abbiate il coraggio di essere chi siete, abbiate anche il coraggio di cambiare, imparare e crescere perché nessuno di noi è una storia già conclusa. Finché c'è vita, c'è ancora qualcosa da scoprire». 

— La Fiducia — 

Vicino ad una città antica dove le pietre raccontavano segreti millenari, in una casa in collina c’era una bambina di nome Ruth. Nata in una famiglia ebrea, Ruth crebbe avvolta dalle luci dorate delle candele dello Shabbat e dalle melodie antiche del canto ebraico. La sua infanzia era un tessuto di colori vivaci: i giochi con i cugini durante le feste, i profumi delle cene invernali e il suono delle parole sagge pronunciate in ebraico dai nonni anziani. 
Da piccola, Ruth vedeva la sua religione con occhi pieni di orgoglio, come una gemma rara da mostrare al mondo. Ma crescendo, il piccolo paese in cui viveva cominciò a mostrare un volto meno gentile: le parole dei compagni di scuola a volte pungevano come spine, nascoste dietro battute e stereotipi. «Sei un rabbino» dicevano, senza sapere quanto quelle parole potessero creare ferite silenziose dentro di lei. Così, lentamente, si chiuse in sé stessa, scegliendo la timidezza per proteggersi dal mondo. 
Dopo anni di domeniche di studio dell’ebraico, della Torah e delle regole religiose, all’età di 12 anni arrivò il giorno del suo Bat Mitzvah, un lampo di luce nel suo cammino: il rito di passaggio verso l’età adulta. Tutti le dicevano: «Ora sei grande». «Adesso fai parte della comunità». Ma ciò che rese quel giorno davvero importante per Ruth, fu suo padre che da quel momento iniziò a guardarla come suo pari. 
Col passare del tempo, la spiritualità di Ruth cambiò. Non era più solo una questione di regole o testi sacri: era un percorso intimo, fatto di cultura, valori e domande incessanti. Ricordava incantata le conversazioni a tavola in ebraico degli anziani, la saggezza che fluiva senza bisogno di traduzioni, un ponte invisibile tra passato e presente. In particolare, la figura della nonna materna brillava come una stella guida nella sua vita. Una donna libera e forte, che l’aveva cresciuta con storie di viaggi e fatica, di indipendenza e coraggio. «Fai il massimo che puoi» le diceva sua nonna «dai il tuo massimo, ma ricorda sempre quali sono i tuoi limiti e rispettali». Quelle parole sono diventate il suo mantra di vita. Quella saggezza semplice e potente le dava la forza di vivere secondo ciò che sentiva, di non permettere alla religione di diventare una catena, ma piuttosto una bussola gentile. 
E così Ruth camminava, tra luce e ombra, radici profonde e ali pronte a spiccare il volo. In ogni passo, portava con sé il calore della sua cultura, l’amore per la comunità, e la convinzione che la forza vera nasce dalla libertà di essere se stessi. Ruth, custode dei valori antichi e al tempo stesso pioniera di un cammino nuovo. 

— L’Audacia — 

Kokoro era una piccola bambina con un grande cuore. Ogni mattina e ogni sera, a casa sua risuonava una melodia dolce e particolare: i suoi genitori la cantavano insieme come una piccola orchestra di voci, recitando le parole «Nam myoho renge kyo» una preghiera buddhista, un ritmo universale che riempiva di pace e gioia il suo cuore. 
Quando iniziò la scuola, Kokoro desiderava tanto condividere quella melodia con i suoi compagni. Ma ben presto si accorse che nessuno la conosceva né la cantava: i compagni ridevano di lei perché la consideravano strana. La paura di non essere accettata la spinse a tenersi tutto dentro, a nascondere quella parte di sé che la rendeva unica. 
Con il passare degli anni, però, dentro di lei crebbe il desiderio di cambiare profondamente. Voleva avere amici sinceri e tornare a scuola felice, senza alcun imbarazzo. Così, tra la scuola media e superiore, ritrovò il coraggio di riprendere quella melodia che aveva nascosto: «Nam myoho renge kyo». Studiando gli insegnamenti buddisti, Kokoro capì che per cambiare il mondo intorno a sé, doveva prima cambiare sé stessa. Cambiò così gli occhiali con cui guardava la realtà, sostituendo la tristezza e la paura con fiducia e speranza. 
Alla scuola superiore, grazie alla pratica buddhista aveva scoperto dentro di sé una forza che la aiutò anche a migliorare in una materia che aveva sempre odiato: la matematica. Con coraggio chiese aiuto a un compagno di classe e, grazie a lui, imparò non solo a comprendere i numeri ma anche a fare una nuova, preziosa amicizia. La professoressa era sorpresa dall’entusiasmo di Kokoro, che alla fine scoprì di amare quella materia tanto temuta. Aveva imparato che poteva migliorarsi ogni giorno e sfidare l’impossibile. 
Terminati gli studi superiori, ancora incerta sul futuro, Kokoro ricordò un sogno nel cassetto: comunicare con il mondo. Decise allora di studiare il giapponese all’università, affrontando una lingua nuova e difficile, desiderosa di incontrare nuovi amici e culture. Trovò amici preziosi che la sostennero, e diventarono amici per la vita. Kokoro andò a studiare in Giappone e lì, si sfidò a vivere in un paese diverso, tra luci scintillanti e templi antichi. 
L’ultimo anno di università scrisse una tesi dedicata alla dignità della vita e al disarmo nucleare, riflettendo sui sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Il suo desiderio di comunicare diventò una missione: Portare pace e armonia nel mondo, partendo da piccoli gesti quotidiani, come superare la paura di parlare o aprire il cuore all’altro. 
Oggi Kokoro è una donna coraggiosa e libera, consapevole che la vera trasformazione parte da dentro. Attraverso la pratica buddhista ha imparato che cambiando sé stessa può ispirare anche gli altri a credere nella forza della gentilezza, della pace e della dignità. Come una leonessa, con pazienza e determinazione, continua a strofinare i suoi occhiali, rivelando ogni giorno una visione più chiara e luminosa del mondo che la circonda. 
E così, la melodia di Kokoro continua a risuonare, un canto di speranza che invita tutti a essere protagonisti della loro rivoluzione umana, abbattendo i muri e costruendo ponti di amicizia e amore. 

— La Fratellanza — 

Sofia nacque in una casa piena di voci femminili. Non era solo una casa: era una porta sempre aperta. Dentro passavano tante donne ed anche tanti bambine e bambini, storie e destini che si intrecciano senza chiedere permesso. Al centro di tutto c’era sua nonna, una donna venuta da un piccolo paese abruzzese, con mani forti e occhi capaci di vedere oltre le apparenze. 
Non parlava molto, ma faceva. Così Sofia, da bambina, imparò la prima lezione, il principio guida della sua vita: la spiritualità non è una parola, è un gesto. 
Crebbe tra Roma e quel paesino ai piedi del Gran Sasso, sospesa tra due mondi che per lei diventano uno solo. In città studiava, leggeva, si preparava per le interrogazioni; in paese correva, cadeva, si rialzava, fondava associazioni all’ombra degli alberi, con la serietà di chi ha già capito che stare insieme agli altri è un atto politico. 
Era una bambina libera, più vicina alla polvere della strada che ai merletti delle bambine «perbene». E senza saperlo, stava costruendo la sua idea di giustizia. 
Sofia è diventata grande senza accorgersene. Lo studio è stata la sua via d’uscita, il suo strumento di emancipazione, ma non si è allontanata mai dalla concretezza. 
Non soltanto ha acquisito titoli, ma soprattutto ha fatto degli incontri: nelle periferie, nel volontariato, con persone diverse, per lingua, storia, religione. Si è formata così, dentro relazioni vere, spesso difficili. 
Non ha cercato mai una carriera sfolgorante; ha cercato sempre un senso. 
E lo ha trovato lavorando in un’organizzazione umanitaria, dove ogni scelta ha un peso e da ogni errore può nascere una lezione appresa. Crescendo, la sua spiritualità ha incontrato il dubbio, è arrivata a un punto in cui qualcosa non tornava più. Non è stata una ribellione rumorosa, ma una crepa silenziosa: l’incoerenza tra ciò che si predica e ciò che si vive. Ma Sofia non ha abbandonato la spiritualità, la ha trasformata. L’ha resa sua. Per lei è diventata una ricerca ostinata di ciò che unisce gli esseri umani, al di là delle appartenenze. Non crede più nelle mediazioni imposte, ma nella responsabilità diretta. C’è un episodio che custodisce come una piccola parabola: quello dei datteri condivisi con un uomo arrivato da lontano, fuggito da una terra in conflitto. 
In quell’incontro semplice, quasi casuale, Sofia ha riconosciuto qualcosa di essenziale: la differenza tra fare il bene per ottenere qualcosa e farlo perché non si può fare altrimenti. Da allora, misura tutto con quel metro invisibile. Essere donna, per Sofia, è stato anche uno scontro. Per muoversi nel mondo ha imparato a proteggersi, a nascondere parti di sé, a indossare vestiti
Non si è mai tirata indietro. Dice di aver «abbracciato la vita» e lo ha fatto davvero: nelle relazioni, nel lavoro, nella maternità, nelle lotte quotidiane. Sofia non si definisce «realizzata». Preferisce «realizzante». È sempre in movimento, sempre in cammino. 
Si è misurata non con i traguardi raggiunti, ma con la coerenza tra ciò che sente e ciò che fa. E questa coerenza, ereditata dalla nonna, è stata ed è ancora la sua sfida più difficile. 
Non crede in una narrazione vittimistica delle donne, ma neanche nega le difficoltà. 
Sa che esistono, le ha vissute. Però sceglie un’altra prospettiva: concentrarsi su ciò che si può fare, costruire, cambiare. Crede nella forza delle alleanze, nella solidarietà concreta, nella capacità di «tenere insieme» persone anche diverse, invece che rompere. Per lei, la vera rivoluzione è insegnare a camminare fianco a fianco, non a superarsi a vicenda. Ha un motto, preso in prestito dalla voce antica della nonna: vuole morire «colma di vita». 
E chi l’ha incontrata ha l’impressione che ci stia riuscendo, non perché la sua vita sia semplice, ma perché è piena. Piena di scelte, di aneliti, di legami, di mani tese e relazioni. 
Nell’immaginario, Sofia avrebbe la luna accanto. Non come simbolo romantico, ma come promemoria: tutto è ciclico, tutto torna, tutto cambia. E la forza non sta nel dominare questo movimento, ma nel restarci dentro, con coerenza. 

— La Pazienza — 

Valeria nacque al sud, in una terra dove le radici non sono solo geografiche ma interiori. Cresciuta in una famiglia cattolica, di quelle in cui la fede non è mai stata un’imposizione, ma un sottofondo costante, come una preghiera che attraversa i gesti quotidiani. Le suore hanno accompagnato i suoi primi anni di scuola: presenze silenziose, ordinate, a tratti severe, ma capaci di lasciare un’impronta. Non tanto nelle parole, quanto nella disciplina del prendersi cura. Poi è arrivato il dolore, quello che cambia la forma delle cose. La perdita di una sorella ha aperto una frattura nella sua famiglia, ma non l’ha spezzata. I suoi genitori si sono aggrappati alla fede e in quel gesto Valeria ha imparato che credere non significa avere risposte, ma trovare un appiglio quando tutto vacilla. Da lì, la religione ha smesso di essere solo tradizione ed è diventata una scelta, qualcosa che si costruisce nel tempo, attraversando dubbi e silenzi. 
Si è trasferita a Roma e, come spesso accade, la città non ha cancellato le origini: le ha stratificate. Valeria ha portato con sé il sud, ma ha imparato a muoversi in un mondo più complesso, fatto di incroci, differenze, contraddizioni. Ha studiato, lavorato, costruito. Non ha inseguito il successo per sé, ma ha cercato un senso che tenga insieme tutte le cose. 
Lo ha trovato nei margini: nei migranti, nelle storie che arrivano da lontano, nei progetti che collegano il suo quotidiano all’Africa e al Medio Oriente. Il suo lavoro è questo: creare ponti invisibili, raccogliere risorse, trasformarle in possibilità per qualcun altro. Non è una fede esibita la sua. Non è fatta di ruoli visibili dentro la Chiesa. Anzi, Valeria è rimasta ai bordi delle strutture più formali, quasi per pudore. Non si sente abbastanza preparata, competente. Ma intanto ha insegnato italiano agli stranieri, ha organizzato, partecipato, costruito relazioni. La sua spiritualità si è espressa così: nel sociale, nel concreto, nell’incontro. La sua è una fede che cammina, più che spiegarsi. Diventare madre è sta una svolta che non aveva previsto fino in fondo. Due figli maschi, due presenze che la costringono a rimettere in discussione tutto: il tempo, il lavoro, il corpo, le priorità. La maternità non l’ha definita, ma l’ha trasformata. L’ha resa più consapevole, più esposta, forse anche più esigente con se stessa. E soprattutto le ha aperto una nuova domanda: che uomini diventeranno i miei bambini?  Perché Valeria, oggi, guarda molto agli uomini e alle donne, agli esseri umani tutti.. 
Come un terreno da coltivare. È convinta che la parità non si costruisca solo dando spazio alle donne, ma educando i maschi, fin da piccoli, a riconoscere, rispettare, condividere. 
Lo vede nella scuola dei figli, nel linguaggio, nei piccoli dettagli che fanno la differenza: una parola declinata al femminile, un ruolo immaginato diversamente, una possibilità che si apre. Si sente parte attiva della società, senza esitazione. Nel quartiere, nel lavoro, nelle reti informali. Non ha bisogno di un titolo per legittimarsi. La sua presenza è concreta, distribuita tra mille cose: la famiglia, il lavoro, l’impegno civile. 
E proprio qui incontra la fatica più grande: tenere insieme tutto. Perché, nonostante i cambiamenti, il peso dell’equilibrio resta spesso sulle spalle delle donne. Valeria lo sa bene. Lo vive nei dettagli quotidiani, nelle estati troppo lunghe senza scuola, nelle soluzioni da inventare, nei conti — economici ed emotivi — da far tornare.  Eppure, quando le si chiede se si sente realizzata, non esita. Sì. Non perché tutto sia a posto, ma perché riconosce una coerenza tra ciò che è e ciò che fa. Ama il suo lavoro, ne condivide i valori con suo marito, con cui costruisce un percorso non semplice, ma autentico. Sa che la realizzazione non è un modello universale, ma una misura personale, fatta di priorità e scelte. Valeria non crede che l’emancipazione significhi imitare gli uomini. Crede, piuttosto, che significhi permettere alle donne di esprimersi pienamente, senza dover aderire a modelli che non le rappresentano. E allo stesso tempo, è lucida: i progressi ci sono, ma non bastano. Il rischio è pensare che la partita sia chiusa, quando invece è ancora aperta, soprattutto a livello culturale. Se Valeria avesse un simbolo, sarebbe un filo tra le mani. Non una corda tesa, ma un filo resistente, capace di unire pezzi diversi: la fede e il dubbio, il sud e la città, la famiglia e il mondo, il dolore e l’impegno. Non ha cercato di sciogliere i nodi una volta per tutte. Li ha tenuti, li ha attraversati, li ha resi parte del disegno. E in questo continuo lavoro di tessitura, senza proclami, ha costruito il suo modo di stare al mondo. 


L’acqua continua a scorrere 

Avete cominciato con una fiaba e finito con le storie delle donne che abbiamo intervistato. 

Forse, se rileggete la storia della fonte , qualcosa vi sembrerà più chiaro. Il seme di Kokoro che fiorisce quando smette di nascondere la sua melodia. Il filo di Valeria che tiene insieme i pezzi rotti. Le risposte trovate di Amal che definisce quadri dai colori nitidi. La mano aperta di Dhana, tesa, senza aspettarsi nulla in cambio. Ruth che avanza nel dubbio senza fermarsi. Sofia che, con la luna accanto, riconosce la ciclicità nel mondo, il senso e il valore del “noi”. Cloe che ristabilisce sicurezza nelle certezze trasmesse da ciò che è antico e autentico. Non erano dettagli: erano ritratti. 

Il nome del programma “Emuna” evoca una sorgente spirituale comune alla quale l’umanità può attingere. Lavorando a questo progetto, abbiamo capito cosa può significare: non una fonte che appartiene a qualcuno, ma un’acqua che scorre solo quando viene custodita insieme, con la presenza, con l’ascolto, con la cura degli uni per gli altri. 

Ci siamo seduti ad ascoltare donne che credono in realtà diverse, che pregano in lingue diverse, che hanno trovato nelle tradizioni religiose, culturali e familiari una risorsa o un limite, o a volte entrambe le cose nello stesso respiro. E in questo ascolto abbiamo scoperto cose inaspettate: differenze e punti di contatto nascosti. La cura. L’impegno. Il desiderio di lasciare il mondo un po’ migliore di come lo si è trovato. La fatica, condivisa, di essere donne in una società che ancora lo fa pesare. 

La domanda da cui siamo partiti — come l’appartenenza religiosa influisce sull’emancipazione femminile — non ha ricevuto una risposta unica, né avrebbe potuto. 

Ha ricevuto tante risposte quante erano le persone che abbiamo incontrato. E anche di più. Sofia preferisce dirsi realizzante, non realizzata: sempre in cammino, sempre in costruzione. Valeria tesse i suoi fili senza proclami, trovando coerenza tra chi è e cosa fa. Amal sa che conoscere e riconoscersi è il primo passo per prendersi cura. Dhana crede che realizzarsi non sia un traguardo, ma un cammino che continua fino all’ultimo giorno. Cloe sa che il mondo va guardato con occhi aperti, vicino a chi è diverso solo in apparenza. Kokoro ha imparato che il coraggio è la forza motrice per vivere una vita vittoriosa e senza rimpianti. Ruth è riuscita a conservare la fiducia anche nelle difficoltà. 

Non esiste un modello di donna emancipata. Non esiste un percorso giusto. Esiste la possibilità, per ciascuna, di costruire la propria vita con coerenza, tra chi si è e come si sceglie di stare nel mondo. La fede può essere una risorsa straordinaria in questo cammino, o può essere uno spazio da negoziare, da reinterpretare, da rendere proprio. L’assenza di fede o una diversa spiritualità, non codificata, può aprire uno spazio di libertà e mettere di fronte alla fatica di costruire un senso senza mappe prestabilite. 
Ciò che accomuna le donne che abbiamo incontrato non è la risposta che hanno trovato. È il fatto che abbiano scelto di cercarla, senza delegare ad altri il compito di farlo. 
Ci sembra un punto di partenza prezioso. 
Come nella storia della fonte: l’acqua non era ferma perché qualcuno aveva sbagliato. Era ferma perché le persone avevano smesso di nutrirla insieme. È ricominciata a scorrere quando ognuna ha portato il proprio dono — la propria parola, il proprio gesto, il proprio coraggio — e lo ha messo in comune. 
Questo libro è stato, per noi, quel gesto.  Speriamo che anche per voi che leggete possa diventare un seme. 

Questo progetto è nato all’interno di Emuna Italia, il programma di formazione interreligiosa e interculturale ospitato presso il LUISS Institute for European Analysis and Policy (LEAP) di Roma. Emuna è una parola di origine ebraica, nata da una radice comune a diverse tradizioni spirituali e significa fede, fedeltà, spiritualità.
È un invito a cercare un senso profondo della vita, evocando una sorgente comune alla quale l’umanità può attingere. 
Il programma nasce in analogia ad esperienze già sviluppate in Francia, Belgio e Olanda, in partnership con Sciences Po Parigi, l’Université Catholique de Louvain e la Vrije Universiteit Amsterdam. In Italia è promosso da fondatori appartenenti a tutte le principali tradizioni religiose — ebraismo, cristianesimo nelle sue varie espressioni, islam, buddhismo — insieme a rappresentanti del mondo laico. Un consesso raro, prezioso, che crede nel dialogo non come gesto simbolico, ma come pratica concreta di conoscenza e trasformazione. 

All’interno di questo percorso, il gruppo di ricerca Girls and Women’s Voice ha scelto di mettere al centro una domanda specifica: in che modo l’appartenenza religiosa — o, in sua assenza, una prospettiva aconfessionale — influisce sull’emancipazione delle donne in Italia e sulla tutela dei loro diritti? 

Per rispondere, non abbiamo cercato statistiche o teorie astratte. Abbiamo bussato alle porte di alcune donne, chiedendo loro di raccontarsi: le origini, la famiglia, la fede o la sua assenza, il lavoro, il corpo, i sogni, le ferite, le risorse. Quello che avete avuto tra le mani è il frutto di quegli incontri. 

Abbiamo creduto, lavorando a questo progetto, che il dialogo non sia un valore astratto. Bensì, una pratica concreta, quotidiana, spesso faticosa. Richiede il coraggio di ascoltare ciò che non si conosce e la pazienza di stare nell’incertezza senza aver fretta di chiuderla. 


La redazione de Il Nuovo Rinascimento desidera esprimere sincera gratitudine a Emuna Italia e a Melania Coppola · Yasmin Doghri · Leonardo Khairallah · Ehite Shikur Kirato · Amane Latella · Daniela Maffuccini · Vittoria Nuti per averci gentilmente concesso la possibilità di pubblicare questa fiaba.

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