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1 giugno 2026

La gratitudine

immagine di copertina

Nel Buddismo di Nichiren Daishonin, la gratitudine non è un sentimento passivo o una semplice reazione emotiva agli eventi positivi. Al contrario, rappresenta una forza dinamica, una causa fondamentale e una decisione interiore capace di trasformare radicalmente la nostra condizione vitale.
Lo studio del mese di giugno sul Gosho Il Daimoku come seme della Buddità (scritto nel 1264) e l’approfondimento del capitolo “Luce brillante” del volume 9 de La nuova rivoluzione umana ci offrono una straordinaria mappa per comprendere come lo spirito di gratitudine, custodito nel legame tra maestro e discepolo, sia la chiave per la felicità assoluta.
In esilio sul gelido Monte Minobu, Nichiren riceve dal giovane discepolo Kuro Taro preziose offerte in cibo, frutto di indescrivibili sacrifici economici a causa del contesto sociale dell’epoca. Commosso da tanta premura, il Daishonin esprime profonda riconoscenza e lo incoraggia a non farsi condizionare dalle avversità del luogo o dell’epoca, ricordandogli che: «Solo i sette caratteri di Nam-myoho-renge-kyo sono il seme per conseguire la Buddità». 
Lo esorta quindi a vigilare sulla propria fede affinché la forza vitale non si affievolisca col tempo.
Esattamente settecento anni dopo, nel 1964, ritroviamo lo stesso spirito di cura e incoraggiamento nell’incontro a Oslo tra Shin’ichi Yamamoto e un giovane pioniere di nome Hashimoto, che fa il cuoco e vive in Norvegia con la moglie. Hashimoto è tormentato dal rimpianto per la mancata crescita della zona di attività in cui vive –  vi era solo da lui, la moglie e un giovane che da poco aveva iniziato a praticare il Buddismo – e, seppur grato, si sente inadeguato di fronte al maestro, che ha fatto un lungo viaggio solo per incontrare lui.
Ne La nuova rivoluzione umana è raccontato l’incontro tra il maestro e il discepolo Hashimoto, il quale afferma:

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