Ciascuno dei tre candidati che partecipavano alla circoscrizione nazionale poteva contare sul sostegno di circa centomila famiglie. Per quanto riguardava l’area metropolitana di Tokyo, vi erano ben più di novantamila famiglie appartenenti alla Soka Gakkai. Inoltre l’organizzazione poteva contare su una schiera di responsabili anziani che ormai avevano alle spalle molti anni di fede. Il candidato nella circoscrizione della prefettura di Osaka era l’unico che si trovava in una posizione totalmente diversa. La campagna sembrava decisa ancor prima di avere inizio. Tutti i membri della Soka Gakkai nella regione di Osaka praticavano da un periodo di tempo piuttosto limitato e la formazione dei pochi nuovi responsabili era iniziata da qualche mese. Josei Toda riconobbe la situazione di Kansai per ciò che era in realtà: praticamente senza speranze. Perfettamente consapevole di ciò decise di affidare a Shin’ichi Yamamoto la guida della campagna nella regione. Nel corso di quei difficili anni la fiducia e l’affetto che provava per il discepolo erano cresciuti a dismisura. Diversamente, Toda non avrebbe mai preso in considerazione quell’idea. Più di ogni altra cosa desiderava che fosse Shin’ichi a guidare la campagna. La vittoria o la sconfitta per lui erano secondarie. Doveva affidare al suo discepolo il difficile compito di aprire un nuovo cammino verso kosen rufu nel futuro. Shin’ichi era la pupilla dei suoi occhi ed egli sapeva che ormai non poteva sperare di vivere ancora a lungo. Doveva quindi vedere Shin’ichi combattere con valore e mostrare tutte le sue capacità come Bodhisattva della terra. Solo allora Toda sarebbe stato certo che l’organizzazione avrebbe proseguito il suo cammino anche dopo la sua morte. Era già giunto a decidere di affidare tutte le responsabilità dell’eterno flusso di kosen rufu a quel suo giovane discepolo di soli ventotto anni.
Nei nove anni precedenti Shin’ichi non aveva mai protestato davanti alle richieste di Toda, implicite o esplicite che fossero. Anche nel pieno delle terribili battaglie e difficoltà che avevano condiviso fra il 1950 e il 1951, il giovane aveva continuato a rispondere appieno alle aspettative del suo maestro. Toda aveva formulato una serie interminabile di richieste apparentemente impossibili, ma ogni volta Shin’ichi si metteva in prima linea per rimuovere gli ostacoli lungo il cammino. Quando Shin’ichi seppe ciò che Toda si aspettava da lui per la campagna di Kansai, rispose al desiderio del maestro senza un attimo di esitazione. Naturalmente era consapevole del fatto che l’obiettivo poteva considerarsi praticamente irrealizzabile, alla luce dei fatti, e sulle prime sprofondò nella disperazione. Non aveva nessuno con cui condividere il tormento che provava, la preoccupazione per le sorti della campagna. Non sapeva neanche da dove cominciare. Nel pieno dei suoi dolorosi e faticosi sforzi per la ricerca di una soluzione si sentiva come in agonia. Avrebbe voluto mettersi a urlare. Poi, uno dopo l’altro, come nuvole nel cielo, cominciarono ad apparire nella sua mente alcuni passi del Gosho. Passi che mettevano chiaramente in evidenza come si potesse trasformare ciò che apparentemente era impossibile in una cosa possibile. Quelle frasi gli dicevano che la chiave per la vittoria non risiedeva necessariamente nella forza numerica, quanto nell’indistruttibile unità di un gruppo anche piccolo, e rivelavano che il potere della fede non conosceva limiti. Dopo tutto non era forse lui un seguace del Buddismo di Nichiren Daishonin nell’Ultimo Giorno della Legge? Se gli insegnamenti del Daishonin erano veri, allora non c’era dubbio sul fatto che egli avrebbe potuto dimostrarne la validità. Non affermava forse il Gosho: «Usa la strategia del Sutra del Loto prima di ogni altra»? Shin’ichi adesso comprendeva pienamente che le uniche cose sulle quali poteva contare erano il Gohonzon e il Gosho.
Shin’ichi cominciò quindi decidendo di ottenere la vittoria e poi prese ad analizzare con cura la situazione per mettere a fuoco il punto da cui partire. Per ottenere l’obiettivo era essenziale come minimo raddoppiare il numero dei membri attuali. Se questa cosa fosse stata realizzata, la vittoria li avrebbe premiati alla fine del percorso, per quanto dura potesse essere la marcia. Molto bene, pensò Shin’ichi, per raddoppiare la forza attuale i membri dovranno partecipare con gioia e contribuire alla diffusione del Buddismo. Questo richiedeva che ciascuno fosse adeguatamente ispirato e incoraggiato ad accrescere il potere della propria fede e a rivolgere al Gohonzon preghiere forti e sincere. Le persone praticavano da poco tempo, quindi prima di tutto era necessario che fossero veramente convinte di quanto grande e valido fosse l’insegnamento di Nichiren Daishonin. Ognuno doveva comprendere la correttezza dell’insegnamento attraverso la prova concreta, la prova teorica e quella documentaria, cosicché nella vita delle persone potesse scaturire un profondo senso di gioia, la gioia della fede. Per buona sorte Shin’ichi teneva le lezioni per gli aspiranti membri del Dipartimento di studio. Prima di tutto decise che avrebbe incoraggiato i membri di Kansai che amava tanto, attraverso lo studio del Buddismo. I volti dei suoi cari amici della zona gli apparivano nella mente uno dopo l’altro, visi brillanti di grande determinazione. Cominciando da quell’autunno ogni parola e ogni frase che egli disse nelle sue lezioni traboccava di un entusiasmo del tutto straordinario.
(RU, 10, 8-11)
