Bentornati su “FRAGRANZE” un podcast di IL NUOVO RINASCIMENTO che racconta storie di vita quotidiana di chi, grazie al buddismo, è riuscito a trasformare la propria vita e a farla fiorire.
«Il ciliegio ha un tronco robusto, il susino un profumo delicato e il pesco un colore meraviglioso. Quando arriva la primavera ciascuno di loro sboccia a modo suo, producendo dei fiori unici.»
Mi chiamo Elena Cavallone e questo non è un podcast sul giardinaggio, ma sulla saggezza del buddismo praticato dalla Soka Gakkai, una scuola laica che si basa sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin, vissuto nel XIII secolo.
In questo spazio parleremo degli ostacoli che ognuno di noi può incontrare lungo il cammino; che si tratti di relazioni complicate, difficoltà sul lavoro, sogni che faticano a realizzarsi o semplicemente di quel senso di rassegnazione che ci accompagna, ecco il buddismo permette di affrontare in maniera diversa quelle situazioni che ci fanno soffrire. Perché siamo tutti dei Budda, ma spesso ce lo dimentichiamo.
Come si collega il Buddismo a una dimensione così pragmatica della vita come il lavoro? E soprattutto in che modo i principi buddisti possono aiutare ad affrontare le difficoltà sul lavoro?
Ogni tanto mi ricapita sotto gli occhi quella frase riproposta in varie salse su diversi social e che il web attribuisce a Confucio che recita: “Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita”. Ora, io non lo so se Confucio abbia davvero detto questa cosa, però ammetto che anche io mi sono fatta affascinare da l’idea romantica che sì, se facessi il lavoro che ho sempre desiderato tutto sarebbe perfetto.
Adesso, invece, quando la leggo sorrido. Sorrido perché non è così e la storia che oggi vorrei raccontarvi parla proprio di una ragazza di nome Tatum che, in effetti, ha seguito la sua passione, che lavora in un settore che ha sempre sognato. Ma che l’ha anche messa davanti a molte difficoltà.
Tatum è una di quelle persone che già da piccola aveva le idee chiare, lei voleva lavorare nella moda.
TATUM: Sapevo che volevo lavorare nella moda perché a un certo punto abbiamo avuto dei problemi anche finanziari, in casa, in famiglia, e quindi ho iniziato a farmi i vestiti da adolescenza. Venivano delle cose proprio bruttissime, però ero molto fiera del mio lavoro e quindi da lì è nata proprio la passione di entrare nel mondo della moda. Poi quando mi sono affacciata nel mondo della moda ho capito che c'erano tantissimi settori. Ho iniziato a esplorarli e lì poi mi sono innamorata del cucito e sono rimasta attaccata alla macchina da cucire.
La sua famiglia non poteva finanziarle gli studi negli istituti di design e così Tatum frequenta le scuole pubbliche a indirizzo artistico. Dopo aver terminato l’Accademia delle belle arti inizia a mandare il suo curriculum in giro, finché non viene chiamata da un’azienda a Bologna.
TATUM: Era una azienda in realtà con grandissimo potenziale perché seguiva tantissime linee di tantissimi marchi quindi variavamo dal corsetto al costume al vestito Venezia Festival molto importanti e quindi mi ha dato l'occasione di scoprire effettivamente l'abbigliamento in tutte le sue sfaccettature e di conoscerlo professionalmente tecnicamente.
A un occhio esterno, Tatum sembra davvero aver trovato il lavoro che fa al caso suo e questa prima esperienza professionale appare in linea con le sue esigenze e le sue competenze. Ma dentro le mura dell’azienda le cose sono ben diverse. Riscontra subito un ambiente di lavoro ostile, dove i rapporti tra colleghi sono tesi e spesso sfociano in gravi atteggiamenti di mancanza di rispetto.
TATUM: Posso parlare tranquillamente di mobbing. L'ambiente della sartoria in Italia, da come l'ho conosciuto io, è un ambiente purtroppo molto vecchio, nel senso che è formato da tante persone che hanno una certa età, principalmente donne, che sono state cresciute con delle regole molto ferree. Molte non potevano andare in bagno durante il lavoro, non gli insegnavano il lavoro, il mestiere.
La mia responsabile non voleva insegnarmi perché mi diceva che sennò gli rubavo il lavoro, che non era assolutamente la mia intenzione, credo che sia un lavoro dove ci sia bisogno di tanta manodopera. E ho imparato grazie a uno sguardo molto attento e anche tanta determinazione di voler arrivare a essere professionista fino in fondo.
Avere difficoltà nel farsi strada nel mondo del lavoro quando si è giovani, o appena si entra in azienda, soprattutto agli inizi, è una cosa normale, ma non si tratta di questo. Tatum mi racconta di un clima di costante minaccia accompagnato da micro-aggressioni verbali da parte della sua responsabile che la mortificano e la portano a dubitare delle sue stesse capacità, facendole perdere la motivazione.
TATUM: Delle volte mi obbligavano a chiedere scusa per delle cose per cui non c'era neanche da scusarsi, nel senso tipo io passavo e quindi cadevano dei cartamodelli di fatti di carta e mi dicevano ‘vedi adesso lo devi raccogliere è colpa tua, mi hai disturbato, non dovevi passare di qua, quando passi non devi camminare così veloce’. C'erano milioni di circostanze.
Non mi andava più di andare a lavorare, non mi andava più di imparare. Tanto per guadagnare per avere i soldi per l'affitto allora vado a fare un altro lavoro.
A un certo punto era diventato così tanto un incubo che io non dormivo più la notte, piangevo la mattina, piangevo la sera, era diventata tutta una lamentela la mia vita, quindi grandissima sofferenza. Una condizione di spezzarti il cuore proprio dentro.
La condizione di sofferenza che vive Tatum sul posto di lavoro, purtroppo, è comune a molte persone, in maniera diversa e con modalità diverse, ma -sempre i dati – ci dicono che è molto diffusa. Pensate che l’OMS nel 2021 ha riscontrato che più di 300 milioni di persone nel mondo soffrono di disturbi legati al mondo del lavoro e che un lavoratore su quattro in Europa ritiene che il lavoro incida negativamente sulla propria salute. Un altro sondaggio condotto nel Regno Unito riportato da Harvard Business Review rivela che il capo ha un impatto sulla salute mentale del lavoratore pari a quello del partner e addirittura maggiore del medico o del terapeuta.
Il mondo del lavoro è pieno di situazioni anche direi gravi, al limite dello sfruttamento o di ingiustizie e, raccontando la storia di Tatum, non intendo certo indicare quale sia “la soluzione” per risolvere situazioni simili. Ogni caso è diverso e il modo un cui ciascuno decide di affrontarlo è strettamente personale. Tatum decide di affrontare questa condizione iniziando a praticare il buddismo di Nichiren Daishonin e recitando Daimoku, ossia Nam-myoho-renge-kyo
ELENA: In che modo la pratica buddista ti ha permesso di cambiare il modo in cui tu reagivi alle stesse vessazioni che fino a qualche tempo prima ti creavano sofferenza?
TATUM: Ho iniziato a pensare “forse sono io che devo cambiare le cose perché sennò non cambiano rimangono sempre uguali”. E quindi in realtà ho iniziato a fare Daimoku per cercare di superare le mie giornate e ritrovare un po’ di felicità. Ci ho messo molto tempo a illuminare questa cosa.
Mi aiutò a capire che avevo una grande occasione. Di imparare un lavoro incredibile e poi di creare forza e determinazione nella mia vita. Prima di iniziare a praticare io non ero così, ero molto timida, non credevo in me stessa. Mi ha proprio risvegliato a quello che ero, al potenziale che avevo.
ELENA: E quando è arrivata la svolta?
TATUM: La svolta è arrivata il giorno più brutto della mia vita, credo, in cui ho avuto questo litigio sempre con la mia responsabile e ho avuto un feroce attacco di panico. Mi sono chiusa in bagno, ho iniziato a balbettare, a piangere. Non vedevo il pavimento sotto di me, vedevo solo una voragine enorme che mi risucchiava e mi ricordo che venne dentro al bagno la mia responsabile, insieme a una mia collega che si era preoccupata perché non mi vedeva da tempo. E mentre la mia collega si preoccupava di capire come stavo e cercava di aiutare, lei le disse “No, lascia stare, sta solo facendo una sceneggiata, lasciamola qua”. Sono stata in quel bagno per 1 ora e mezza da sola. Dopodiché l'assistente della mia titolare, che non mi vedeva da un sacco di tempo, si è preoccupata, mi ha visto in quelle condizioni, ha chiamato un'ambulanza e mi ha caricato sull'ambulanza, è venuta con me in ospedale e da lì ho iniziato a prendermi un attimo di tempo, quindi sono andata a casa dei miei genitori, mi sono messa in malattia e ho iniziato a pensare a che cosa fare perché non sapevo cosa fare e ho iniziato a studiare tantissimo degli scritti di Nichiren Daishonin, delle lettere bellissime che lui scriveva ai suoi discepoli.
Io incido nel cuore “I tre tipi di tesori” dove Nichiren incoraggia uno dei suoi discepoli che in quel momento stava in una situazione davvero molto drammatica, al limite della sicurezza della sua vita proprio perché aveva dei problemi con, diciamo, il suo titolare e quindi lo incoraggia tantissimo a prendersi cura di sé stesso a proteggersi e ad avere un cuore saldo.
Proprio nello scritto di cui parla Tatum Nichiren afferma: «Un importante principio buddista dice che “la fragranza interna otterrà protezione esterna”». Il Daishonin spiega che, risvegliando la propria natura di Budda interna, anche la natura di Budda insita nel nostro ambiente inizia a muoversi, a manifestarsi, e in questo modo riceviamo protezione dall’esterno, dall’Universo.
Ma cosa si intende per "protezione esterna"? Vuol dire molte cose, ad esempio, trovarsi nel posto giusto al momento giusto, vedere le situazioni incastrarsi in modo perfetto e inaspettato, oppure notare incredibili "coincidenze".
Il concetto di "fragranza interna" si riferisce quindi a un potere che esiste e si genera dentro di noi. Il Buddismo è chiamato infatti la "via interiore". Perciò la Buddità non va cercata fuori di noi, ma piuttosto al nostro interno.
Sempre in questo scritto, Nichiren Daishonin afferma che nella nostra vita esistono tre tipi di tesori: i “tesori del forziere”, ovvero i beni materiali; i “tesori del corpo”, che sono aspetti come la salute o le proprie capacità; e i “tesori del cuore” che indicano non solo una grande ricchezza interiore, ma appunto il risveglio alla propria natura di Budda. E sono esattamente i tesori del cuore quelli che Nichiren esorta ad accumulare.
ELENA: Che cosa sono i tesori del cuore di cui si parla nel Gosho?
TATUM: Sono la consapevolezza che ogni lotta è determinante per la propria vita, è fatta su misura.
Lo studio e il Daimoku mi ha proprio illuminato e aperto la mente, ha dissolto tutte queste nebbie e lì ho capito che potevo credere in me stessa, che era giusto credere in me stessa, che era quella la sfida.
E quindi ho iniziato a recitare tantissimo per capire dove andare, cosa fare. E ho capito che io ero in grado di poter trovare un altro lavoro, cosa che prima non pensavo di essere in grado di fare e quindi ho interrotto la malattia prima di tornare a lavoro e ho lasciato la mia lettera di licenziamento.
ELENA: Perché pensavi all'epoca di non poter avere un altro lavoro?
TATUM: Perché credevo molto in quello che mi dicevano gli altri e in quel momento gli altri erano la mia responsabile. Mi diceva che non valevo niente, che non sarei mai riuscita a fare nient'altro. Poi ho capito grazie al Daimoku che io avevo fatto già un cammino molto ampio e che avevo imparato veramente tantissime cose e che avrei potuto anche fare un altro.. lo stesso lavoro da un'altra parte, che mi avrebbero preso.
Il collegamento tra la pratica buddista e il mondo reale è un aspetto importante perché tutti noi viviamo immersi nella società. Nichiren Daishonin scrisse: «Il vero sentiero consiste negli affari di questo mondo» (RSND, 1, 998) e «Saggio non è chi pratica il Buddismo prescindendo dalle questioni mondane, ma chi comprende perfettamente i principi che governano il mondo». Per questo motivo non esiste nulla nell’ambito della fede che non abbia un impatto sulla vita, per così dire, secolare.
E in effetti è proprio quello che succede a Tatum: viene chiamata per un colloquio in un’altra azienda a Bologna che addirittura le propone un contratto a tempo indeterminato ma lei, sorprendentemente, rifiuta.
TATUM: Rifiutai perché avevo un grande progetto: volevo diventare una libera professionista. Ma non era solo per diventare una libera professionista, era per creare un laboratorio creativo fatto dai giovani, non specificatamente nel mondo della moda. E quindi chiesi se potevano farmi un contratto a tempo determinato e loro mi dissero va bene, otto mesi? Meglio sei.
ELENA : Addirittura.
TATUM: Spudorata! E poi entrai a far parte di questo bellissimo TEAM, di questa azienda Incredibile, davvero incredibile. E in realtà lì riscoprii un grande grandissimo valore quello delle colleghe. Mi introdussero a quello che era veramente il sostegno delle colleghe l'una con l’altra, è stata una bellissima esperienza.
Mi hanno accolto veramente con tanto amore e mi ricordo che una collega un giorno mi disse Tu sei il nostro sole e questo è incredibile perché prima ero l'oscurità di una persona e poi ero diventata il di sole di altre.
ELENA: Durante questi sei mesi in questa azienda questo tuo nuovo slancio questa tua nuova determinazione immagino che non abbia lasciato gli altri indifferenti.
TATUM: Nel 2017 ho preso questa grande decisione nella mia vita di ricevere il Gohonzon con il nostro oggetto di culto. La settimana prima di ricevere il Gohonzon ho iniziato a fare degli inviti a delle persone e ho invitato tantissime delle mie colleghe e mi ricordo che dicevo «vuoi venire? Mi sposo». E tutti «Ma come? Ma non sei neanche fidanzata!?» Perché per me era proprio una grandissima festa d'amore e tantissime donne sono venute. Loro erano felicissime ed erano proprio delle compagne, mi sostenevano. Magari non era la loro religione, ma capivano perfettamente i valori umani che erano gli stessi: i valori della pace, valori del credere nell'essere umano.
Nonostante l’azienda in cui lavora sia davvero un posto in cui c’è rispetto, sostegno reciproco e armonia, Tatum decide comunque che quella è soltanto un’esperienza di passaggio perché il suo vero obiettivo è quello di creare un laboratorio creativo dove i giovani possano coltivare i loro progetti.
TATUM: Il terzo Presidente la Soka Gakkai, Daisaku Ikeda, ha sempre avuto - come anche il secondo Presidente della Soka Gakkai Josei Toda - sono stati dei grandi stimatori dei giovani, hanno creato un gruppo addirittura di giovani. E ci hanno sempre incoraggiato tantissimo a crescere e a essere in prima linea nella società. Ecco, io volevo essere una porta, aprire ai giovani e farli affacciare alla loro creatività, alla loro professionalità e di credere in loro.
ELENA: Tu riuscivi a mantenerti economicamente con questo laboratorio?
TATUM: Avere una partita IVA non so se in Italia o ovunque nel mondo, ma in Italia è veramente complicato. C'è una spesa dietro l'altra, in più mi arrivavano tantissime notifiche da avvocati di lavori che avevo fatto, che non mi volevano pagare o mi volevano sottopagare. Quindi a quel punto devo pagare il commercialista, la partita iva, il laboratorio, l'affitto, le bollette e l'avvocato. Quindi a un certo punto era diventato veramente un grande dispendio di soldi. Facevo molta fatica, lavoravo tantissimo.
ELENA: Quando hai visto che tutte queste cose non stavano andando nel verso giusto, non ti è venuto in mente, non hai avuto un dubbio che, forse, la pratica, dopotutto, non funzionasse?
TATUM: Mai. Anzi, se proprio devo essere onesta, la pratica mi ha aiutato ad aprire il laboratorio e anche a chiuderlo.
ELENA: In che senso?
TATUM: Nel senso che per me è stata una grande sofferenza chiudere il laboratorio, dover trasferire tutte le macchine da cucire, tutti i prodotti che avevo in casa mia e poi era una sconfitta, avevo ho puntato troppo in alto, non ero in grado allora? Invece la pratica mi ha proprio fatto capire che era l'esperienza giusta da fare in quel momento. Quella sofferenza mi ha creato poi dopo successivamente un grandissimo beneficio perché mi ha portato a trasformare anche il mio lavoro.
ELENA: Nell’accezione comune si pensa che il buddismo in qualche modo dica di reprimere i desideri perché sono fonte di attaccamento e quindi di sofferenza. I praticanti del buddismo di Nichiren Daishonin e della Soka Gakkai, invece, spesso parlano di desideri come qualcosa di molto importante da realizzare. Perché è così importante la realizzazione dei propri desideri?
TATUM: A me, ogni volta, ogni obiettivo, ogni desiderio mi spinge a mettermi in gioco una cosa che io di mia natura non farei. Molte volte mi sono messa dei desideri che sembravano possibili, ma in realtà non erano corretti per la mia vita e questo è il beneficio anche di praticare.
Non c'è più una sofferenza del “perché non si è realizzato”, ma diventa un “questo desiderio non si può realizzare in questo modo perché io mi merito un'altra cosa”, magari io sto sminuendo la mia vita invece ha un valore molto più ampio . Io pensavo di potermi limitare a Bologna, pensa, il mio desiderio era in un laboratorio a Bologna molto piccolo, molto bello, ma era lì, solo lì.
Invece poi il Gohonzon, la mia pratica mi ha illuminato dicendomi “non è così piccola, la tua vita è molto più grande, è molto più immensa” e mi ha portato a New York addirittura, in posti in cui io non pensavo di arrivare mai.
Per Tatum la chiusura del laboratorio significa doversi rimboccare le maniche per iniziare a lavorare facendo affidamento soltanto su sé stessa, affrontando, quindi, una questione cruciale per rivoluzionare la sua vita.
TATUM: Potevo finalmente presentarmi per quello che ero io, singolarmente. Prima io non parlavo di me, parlavo “noi possiamo fare, noi faremo”. Invece era: “cosa punto?” Punto su di me adesso! Quindi posso farti, te lo farò, sarà un lavoro fantastico e quindi mi sono messa in prima linea a giocare con la mia professionalità avanzando sempre di più e facendo nuove esperienze.
ELENA: È interessante questa affermazione perché nel buddismo si parla di rivoluzione umana. Ma perché è così importante? Soprattutto in che cosa differisce rispetto a una semplice crescita personale?
TATUM: La rivoluzione umana è una lotta interna, in realtà, nasce come una lotta di riconoscere una verità che tu prima non sapevi. Perché tu capisci effettivamente quanto sei importante tu nell'universo. Senza di te quell'universo non sarebbe uguale. E questa è stata la mia rivoluzione umana, perché io non mi sono mai sentita parte dell'universo, mi sono sempre sentita scollegata. Quindi per me non è stato un cambiamento fisico, non è stato un cambiamento mentale, di età, è stato proprio accorgermi che io ero parte dell'universo e che senza Tatum quell'universo era diverso.
ELENA: E dopo che ti sei lanciata in questa sfida che cosa è successo?
TATUM: Ho iniziato a lavorare come libera professionista tantissimo a Roma per un'azienda italiana che avevo già conosciuto nel 2015 con cui avevo fatto una collaborazione mentre ero a Milano la vecchia azienda. E a un certo punto, seguendo una sfilata a Parigi, il responsabile di quello che è la sezione sfilate couture e via dicendo mi prese da parte mi disse «guarda, io non voglio che lavori per nessun altro, io voglio che lavori per noi». Io ero molto restia. E soprattutto avevo paura di lasciare Bologna perché per me era diventato un nido.
Ho sentito un'enorme gratitudine nei confronti di questa persona, perché mi ha proprio messo davanti la mia immagine. È come se mi avesse detto «Guarda che tu non hai capito quanto vali!». E quindi sono tornata in Italia e ho iniziato a pensarci.
Tatum si ritrova così tra le mani la proposta di uno dei brand di alta moda più importanti al mondo. È una realtà grande, internazionale, con enorme visibilità e standard elevatissimi. Per chi lavora in questo settore ottenere un contratto in questa casa di moda è un grande successo. Negli anni passati Tatum aveva spesso avuto a che fare con persone che non pagavano il suo lavoro, che lo pagavano tardi, oppure che volevano pagarlo meno di quanto avesse chiesto. Difendere l’aspetto economico della propria professionalità è sempre stato difficile per lei e davanti alla possibilità di lavorare per questo grande marchio la vecchia Tatum avrebbe accettato le loro condizioni senza fare troppe storie. Stavolta, invece, decide di mettere al centro di questa esperienza il proprio valore.
TATUM: Il responsabile del reparto che a Parigi disse queste bellissime cose mi disse pensaci e io gli dissi sì ma quanto mi offrite? E mi disse ‘no quanto vuoi’? Mi sono messa molto a recitare per cercare di capire quale fosse la cifra giusta, senza sminuire e senza esagerare neanche. Quindi feci il colloquio con le risorse umane. Anche loro mi chiesero il compenso che volevo, gli diedi la cifra del mio compenso e mi dissero mi sembra un po’ eccessivo e io dissi non è eccessivo se controlliamo il fatturato di sei mesi, anzi molto basso rispetto a un fatturato di sei mesi in cui io ho tre fornitori diversi, non solo voi. Dopo pochi giorni, mi chiamò il responsabile di telefono e mi disse che si erano concordati con l'azienda e che la busta paga sarebbe stata contrattualmente più bassa, ma che in realtà lui aveva messo dei benefit all'interno per portarmi alla cifra che io volevo.
ELENA: Questa è una novità!
TATUM: È stata una grande prova di coraggio anche dire quella cifra. Non è un valore economico è proprio un valore, cioè quello che sai fare tu, adesso, non è che lo so fare solo io.
Io sono piena di colleghe bravissime. Però quello che faccio io, come lo faccio io, lo faccio solo io. Ogni tipo di lavoro, ogni tipo di mano, ha un valore diverso. Il mio era quello.
Quando le cose sembrano stabilizzarsi e finalmente per Tatum si apre un nuovo luminoso capitolo della sua vita professionale, il suo corpo viene a chiederle il conto. Due anni prima le era stata diagnosticata l’endometriosi ma, a causa della pandemia, Tatum era rimasta bloccata in lista d’attesa per svolgere un’operazione in realtà abbastanza semplice. Nei due anni successivi i suoi dolori, sebbene lancinanti, avevano ceduto il posto ad altre priorità, tra partita iva, F24, tasse e impegni lavorativi, impedendole di curarsi come avrebbe dovuto. Risultato: la sua salute era peggiorata a tal punto da richiedere un’operazione più complessa.
TATUM: Purtroppo, questa operazione è andata bene all'inizio, invece dopo cinque giorni ho iniziato a stare malissimo durante la notte. Perché si era creata una lacerazione intestinale che aveva anche lacerato delle aorte e aveva creato veramente un disastro all'interno e quindi mi hanno dovuto rioperare d'urgenza e creare una manovra che si chiama ileostomia, E mi sono svegliata dopo tre giorni di terapia intensiva.
ELENA: Ma come hai affrontato questa operazione, cioè non ti è venuta voglia dire basta non ce la faccio più mollo tutto una volta che le cose stanno andando bene mi arriva anche questa mazzata?
TATUM: In più ero molto arrabbiata perché non avevo capito che cosa era successo fino a che un’infermiera non è venuta, non ha tolto il lenzuolo e ho visto che avevo l'intestino di fuori.
Nessuno mi aveva avvertito e quindi ha creato molta sofferenza questa cosa. All'inizio. E dopo ho capito una cosa: o ti rimetti in forze e inizi a lottare, o perdi. È finita, non fai più niente, decidi. Essendo in terapia intensiva mi sono trovata davanti a delle persone che stavano messe peggio di me. Ho visto delle cose terribili, in realtà che mi hanno aiutato a tirare fuori la forza.
Io mi facevo il corridoio di ginecologia almeno tre quattro volte mattina, pranzo e poi di nuovo la sera. E intanto passavo in mezzo alle stanze a vedere come stavano le altre signore, ragazze e via dicendo. Ognuno ha le proprie sofferenze, nessuna è meno grave e c'erano tante esperienze diverse e io mi sono messa a incoraggiare tutti. Avevo molte delle nostre riviste, tantissimi libri nostri della Soka Gakkai quindi mi sono messa tanto a leggere insieme a loro, a incoraggiarle e a con alcune ho recitato anche Nam-myoho-renge-kyo. E questo mi ha dato molta forza mi ha detto “non è impossibile, ce la puoi fare”.
ELENA: E la tua azienda come ha reagito quando ha saputo che eri…
TATUM: Ho sentito un sostegno da parte del responsabile di reparto che subito appena ha saputo questa cosa qua mi ha chiamato e mi ha detto non ti preoccupare, entri quando vuoi, per me l'importante è che stai bene. E io non avevo mai avuto un capo che si prendesse così tanto cura della mia vita. Mi sono sentita molto amata.
ELENA: Visto che sei qui, presumo che quindi le cose siano andate bene dal punto di vista clinico.
TATUM: Sì, andate molto bene. Nonostante i medici dicessero che ci avrei messo almeno sei mesi per ricollocare l'intestino perché era al minimo. Ero molto determinata a non metterci così tanto e ad entrare nei termini del mio contratto lavorativo, anche perché avevo bisogno di vivere la mia vita. E ho fatto tanto Daimoku per affrontare tutto e in tre mesi ho fatto il ricollocamento addominale. Tempi record.
ELENA: Visto i risultati che hai raggiunto, nel senso sia a livello lavorativo, ma anche in questa sfida di salute che cosa significa vincere nel buddismo?
TATUM: Vincere per me nel buddismo vuol dire avere la gioia di vivere. C'è un valore bellissimo nel buddismo, sembra una stupidaggine, la ripetono tante volte: il valore della vita umana. È un gran valore, la vita. Io me ne sono accorta nel momento in cui ero in ospedale e stavo perdendola dalle mani. E vincere vuol dire voler vivere. Si può vivere bene anche nella sofferenza, anche nella malattia, perché hai la gioia di essere vivo, hai la gioia di essere te stesso.
ELENA: C’è un principio buddista che ti ha guidato in tutti questi anni, che per te è stato un punto di riferimento nei momenti di difficoltà
TATUM: Più che un principio buddista c'è una frase. Una frase del terzo presidente della Soka Gakkai Daisaku Ikeda, in un libro per le giovani donne, a un certo punto dice: «Mai dimenticherò il tuo nome luminosa protagonista di kosen-rufu. Di te stai certa il tuo maestro è fiero!»
Sentendo la storia di Tatum rifletto su molte cose. Quando si cerca il proprio posto nel mondo non è scontato avere una bussola con cui orientare le proprie scelte. Voglio dire, in che modo possiamo capire se il nostro lavoro o l’attività che stiamo svolgendo è quella giusta per la nostra vita? Mi tornano in mente le parole di Tsunesaburo Makiguchi, primo presidente della Soka Gakkai, che – riferendosi al lavoro – ripeteva che il valore è caratterizzato da tre elementi: bellezza, guadagno e bene. L'ideale sarebbe quindi trovare un lavoro che piace (in questo senso è da intendersi la bellezza), economicamente sicuro (che permette quindi un guadagno) e che contribuisca alla società (questo si riferisce all’aspetto del bene)». E Tatum sembra essere riuscita a perseguire questo obiettivo.
TATUM: Faccio un lavoro molto particolare, nel senso creare abiti per persone che hanno i miliardi. Ogni tanto puoi pensare: «ma sto creando un valore?» E ho iniziato proprio a capire che ogni battito del cuore che è collegato poi alla mia mano, sarebbe stato sentito perché addirittura è un vestito, quindi è messo sulla pelle di una persona. Ogni volta che faccio un abito penso che sto creando un valore che questa persona sentirà e che gli apparterrà per tutta la vita
Vi lascio con le parole di Daisaku Ikeda: Noi pratichiamo il Buddismo del Daishonin per creare il massimo valore nel posto di lavoro, in famiglia e nella comunità in cui viviamo.
Il Buddismo del Daishonin non è una fuga verso chissà quale altro tempo o luogo immaginario e ideale, perché ciò non sarebbe in accordo con l'insegnamento della Legge mistica. Il Buddismo di Nichiren Daishonin è una filosofia finalizzata alla trasformazione della realtà. Questo spiega perché uno degli appellativi del Budda è "l'eroe del mondo".
“La fragranza interna otterrà protezione esterna”, questo principio buddista afferma che quando la nostra natura di Budda emerge dall’interno, attiva anche la natura di Budda nella vita degli altri. Trasformando il nostro cuore possiamo trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita e creare valore a partire dalla situazione che stiamo vivendo.
Io sono Elena Cavallone e vi do appuntamento alla prossima puntata di “Fragranze”
Per dare il massimo spazio ai racconti dei nostri protagonisti in questo podcast abbiamo scelto di non dilungarci troppo su aspetti teorici o dottrinali.. Per approfondimenti su princìpi e terminologie del Buddismo della Soka Gakkai vi invito ad ascoltare il podcast IN POCHE PAOLE BUDDISMO E VITA QUOTIDIANA che trovate qui sui nostri canali e a visitare il sito di IL NUOVO RINASCIMENTO e BUDDISMO E SOCIETÀ.
A presto e fate sentire la vostra fragranza!
