Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

23 febbraio 2024 Ore 19:14

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Donne costruttrici di pace: una società inclusiva per tutti e tutte

PRIMA CONFERENZA SUI PROGETTI 8X1000

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Alcuni commenti a caldo

Antonietta: Bellissimo il tema dell’accettazione della diversità per raggiungere la pace. Questo è un lavoro che in quanto buddisti facciamo da tempo ed è importante ricordarlo sempre, come ha specificato il fondatore di Pangea. Meravigliosa conferenza!

Alice: Questa conferenza ha superato le mie aspettative. È riuscita a bilanciare temi molto complessi con momenti molto leggeri, è stata bellissima.

Claudia (di Action Aid): è stato un confronto molto interessante e costruttivo. È sempre bello conoscere storie di protagoniste che sono riuscite ad affermarsi e a trovare la loro strada. Siamo state contentissime di essere state qui oggi.

Marco: Un pomeriggio molto interessante! C’è stata apertura e condivisione di tutti i valori che la Soka Gakkai porta avanti con altri soggetti che vanno nella stessa direzione. Ho sentito che altre persone tra il pubblico hanno la stessa necessità che sento io di fare periodicamente questi incontri.

Daniela Di Capua e Francesco Sangregorio
Il rispetto assoluto per la dignità della vita

di Francesco Sangregorio, vice responsabile nazionale giovani uomini 

La Soka Gakkai è un’organizzazione religiosa presente attualmente in 192 paesi e territori nel mondo, che porta avanti il movimento per la pace, la cultura e l’educazione basandosi sul Buddismo di Nichiren Daishonin; è accreditata presso le Nazioni Unite fra le ONG (Organizzazioni Non Governative) impegnate nella costruzione della pace. In Italia è riconosciuta come Ente religioso dal 2000, il 27 giugno 2015 è stata firmata l’Intesa con lo Stato e nel 2016 è stata promulgata la relativa Legge di approvazione.
La Soka Gakkai nasce in Giappone negli anni ’30, ed è stata fondata da Tsunesaburo Makiguchi e Josei Toda, primo e secondo presidente. 
L’insegnamento cardine tramandato nel Sutra del Loto e sul quale la nostra organizzazione a tutt’oggi si fonda è il rispetto assoluto per la dignità della vita, in qualunque forma essa si manifesti. Per rendere più specifico questo concetto molto vasto, vorrei citare le parole del nostro maestro Daisaku Ikeda, terzo presidente della Soka Gakkai:

«Il punto in cui il Buddismo si distacca radicalmente dalle filosofie e dalle religioni che lo hanno preceduto è che esso scopre all’interno della vita dell’individuo la Legge, l’illimitato potere interiore per risolvere tutte le sofferenze a livello fondamentale» (Materiale di studio II livello, Esperia, p. 76).

Quindi ciò che viene messo in primo piano è la sacralità della vita del singolo essere vivente.
Il Buddismo di Nichiren Daishonin, portato ai giorni nostri dalla Soka Gakkai, è pertanto un insegnamento che crede nell’illimitato potenziale posseduto dagli esseri umani. Perciò viene chiamato anche la “via interiore”.
Il punto di partenza di Shakyamuni e della ricerca perpetrata durante gran parte della sua vita è consistito nel trovare la chiave in grado di liberare gli esseri viventi dalle sofferenze di nascita e morte, momenti cruciali che tutti, prima o poi, sperimentiamo.
Come scrive ancora il nostro maestro, 

«La scrittura che proclama questa filosofia della “via interiore” è il Sutra del Loto, che insegna che tutte le persone possono raggiungere l’illuminazione» (Materiale di studio II livello, Esperia, p. 76).

Illuminazione intesa come sentirsi a proprio agio, così come siamo, di fronte a qualsiasi difficoltà la vita ci pari davanti, piccola o grande che sia.
Vivere questo modo dell’essere nel quotidiano è possibile perché praticare il Buddismo permette di sperimentare il principio di “mutua compenetrazione tra un singolo istante di vita e tutti i fenomeni”, ovvero tutto ciò che si manifesta nella realtà. 
C’è quindi una relazione insondabile che sussiste tra noi e l’universo, tutto ciò che ci circonda. 
Il Buddismo infatti insegna che nella nostra vita sono contenuti tutti i fenomeni e che, al tempo stesso, la nostra vita pervade tutti i fenomeni.
Per questo, per noi praticanti, rispettare la sacralità della vita del singolo essere vivente diviene quasi in modo naturale il punto chiave che guida il nostro pensiero, il nostro comportamento, le nostre parole; perché una volta che sei consapevole di essere parte attiva di un Tutto e che quindi hai un’influenza diretta su ciò che accade intorno a te e viceversa, ogni azione, pensiero o parola viene pesata in maniera diversa, sino a diventare cruciale e determinante per il destino tuo e di ciò che ti circonda.
Visto che oggi 25 marzo in Italia si celebra il “Dantedì”, la giornata nazionale dedicata al sommo poeta, concludo citando un estratto del messaggio che il nostro maestro Daisaku Ikeda ha inviato nel 2022 per ricordare il 700° anniversario della morte di Dante, dal titolo Un’infinita luce di speranza per l’umanità:

«[…] Dante, impugnando le parole come armi, intraprese una tenace battaglia per la giustizia, contro i grandi mali del mondo che cercano di screditare i giusti e di trascinare la società nel caos e nel conflitto. Egli non si curava di aspetti mondani quali la reputazione, il rango o la fama: cercava invece di osservare con profondo acume la vera natura di tutte le cose dalla prospettiva dell’eternità della vita, che va al di là del ciclo di nascita e morte. […]
Lo spirito di Dante di giustizia e fraternità, tuttora vivo, qui, nella terra di Ravenna, settecento anni dopo la sua morte, offre ancora un’infinita luce di speranza all’umanità che sta affrontando grandi sfide. Noi tutti, ora più che mai, dovremmo imparare dalla poesia e dalla vita di Dante per realizzare con grande determinazione un mondo di pace e felicità.
E ai giovani di tutto il mondo, che raccoglieranno la sfida di illuminare il ventunesimo secolo, desidero affidare la stessa corona d’alloro di “vincitore della vita” che cinge il capo di Dante» (NR, 752, 4)


Il nostro investimento è la vita stessa

di Daniela Di Capua, responsabile dell’Ufficio 8×1000 dell’IBISG

Il fondamento dell’umanesimo buddista sta nell’immenso rispetto per ogni forma di vita, che permette di percepire e riconoscere la preziosità della vita.
Ma una volta accolta e fatta mia questa preziosità della vita in me e in tutto, come la utilizzo? Cosa ne faccio?
Da un lato il rispetto per la dignità della vita, dall’altro il grande obiettivo e desiderio di realizzare la pace nel mondo: come colmare questa distanza, come costruire il percorso che conduca dall’uno all’altro affinché una tale visione del mondo non rimanga una pura utopia, un’astrazione?
Utilizzando ciò che ho. Partendo da ciò che sono qui e ora, così come sono.
E con questo mio patrimonio personale, mettendo in atto un processo, non un’azione, bensì una concatenazione di pensieri, parole e azioni che producano altri pensieri, parole e azioni. 
Se mantengo il focus su quei due punti fermi, il rispetto per ogni vita e il desiderio di un mondo globalmente pacifico, allora il mio sarà un processo di costante miglioramento, seppure fra delusioni, arresti, dubbi, difficoltà….
In definitiva la nostra riforma interiore è strettamente connessa alle nostre convinzioni profonde, alla qualità delle nostre motivazioni e viceversa.
L’unico modo per uscire da questa situazione di emergenza globale è cambiare il nostro comportamento, basandoci sempre sulla consapevolezza del valore unico della vita.
Solo affrontando direttamente le difficoltà della realtà individuale e sociale possiamo realizzare l’impegno di cambiare la nostra vita e il mondo in meglio.
Cambiare il nostro comportamento è qualcosa che tutti noi possiamo e dobbiamo fare.
Il cambiamento inizia dal singolo individuo, da ognuno di noi.
Il Buddismo è caratterizzato dall’accento sulla possibilità di una trasformazione interiore che faccia emergere il massimo potenziale umano. Si chiama rivoluzione umana. 
Il maestro Ikeda afferma:

«La rivoluzione umana di un singolo individuo contribuirà al cambiamento nel destino di una nazione e condurrà infine a un cambiamento nel destino di tutta l’umanità» (NRU, prefazione).

La rivoluzione umana è il lavoro di trasformazione della nostra vita a partire dalla sua essenza più profonda. Significa individuare e affrontare tutto ciò che inibisce la piena espressione del nostro potenziale positivo e della nostra umanità.
Questo processo individuale di rivoluzione umana è la vera scintilla che può innescare il cambiamento su scala globale, perché assumersi la responsabilità di trasformare la propria vita è il primo passo verso la creazione di una società basata sulla compassione e sul rispetto per la dignità della vita di tutti gli esseri umani.
La nostra stessa vita è un tesoro prezioso, il patrimonio da cui partiamo per compiere questo percorso.
Se vogliamo realizzare un mondo pacifico e dignitoso per tutte e per tutti dobbiamo smettere di pensare che sia necessario prima raggiungere determinati risultati, per essere all’altezza di questa sfida. Ma piuttosto, partire dalla certezza che ciò che ho è prezioso – senza escludere che possa potenziarsi al massimo – e che si possono anche presentare dei momenti di “retromarcia”. 
Quando abbiamo un patrimonio si fanno degli investimenti… il nostro investimento è qualcosa di irreversibile e immodificabile perché è la vita stessa. 
Più si investe in questo punto guardando dentro di sé e alla rete intorno a noi, più il cambiamento – pur nella sua lentezza – è radicale e profondo. 
In questa prospettiva, tutto ciò che accade nella nostra vita è il risultato dei nostri cambiamenti interiori, perciò è fondamentale sforzarci di cambiare in meglio creando costantemente la nostra felicità. 
In altre parole, poiché la vita e l’ambiente non sono separati, quando cambia il nostro cuore/la nostra intenzione profonda, anche il nostro ambiente cambia.
Dobbiamo anche risvegliarci al fatto che siamo tutti interconnessi, poiché l’essenza della vita e il suo valore prezioso sono insiti in ogni essere vivente, senza distinzione alcuna. 
D’altro canto, il principio di interdipendenza di tutti i fenomeni corrisponde alle nostre conoscenze attuali sulla fisica quantistica e sull’ecologia planetaria. Entrambe le discipline abbracciano l’idea che tutte le cose siano intimamente connesse e dipendenti le une dalle altre e che nulla esista separatamente e isolato.
Chi si è impegnato per sviluppare la propria identità è felice di vedere gli altri sviluppare al massimo la propria, li sostiene e li incoraggia negli sforzi, gioisce dei loro successi e opera per il loro benessere e la loro felicità. 
Per esprimere il valore della diversità gli insegnamenti buddisti portano l’esempio di alberi come il ciliegio, il susino, il pesco e il prugno selvatico che fioriscono e fruttificano ciascuno secondo le proprie uniche caratteristiche. In altre parole, ogni essere vivente ha un carattere, un’individualità e uno scopo unico al mondo. Ecco perché ognuno dovrebbe sviluppare le proprie peculiari capacità, contribuendo a costruire un mondo basato sulla cooperazione in cui siano riconosciute sia le differenze che la fondamentale uguaglianza, in cui anzi la diversità tra le persone sia considerata una ricchezza e possa esprimersi nel rispetto e nell’armonia. 
Basti pensare al rischio globale che il mondo sta correndo proprio a causa della perdita di biodiversità: le diversità senza le quali la vita si spegne, le diversità grazie alle quali la vita si potenzia…
Quando ogni persona porterà a piena fioritura la propria illimitata potenzialità spirituale e quando i comuni cittadini si uniranno nell’impegno di generare un cambiamento positivo, nascerà una cultura della pace, un secolo della vita. 
In questa prospettiva le donne sono chiamate oggi più che mai a credere fermamente e potentemente nel valore e nella determinazione che sono in grado di manifestare e con cui influire sulla direzione del mondo.


Creare reti di solidarietà tra individui e organizzazioni con scopi condivisi

di Chiara De Paoli, segretaria nazionale giovani donne

L’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai si impegna da sempre nella promozione del dialogo interreligioso e intervenendo anche in ambito accademico e su temi di comune interesse sociale. 
A partire dal 2016, inoltre, è stata sottoscritta l’Intesa con lo Stato italiano. Risultiamo dunque beneficiari – insieme ad altre undici confessioni religiose – dei fondi 8×1000 che, come Istituto, abbiamo scelto di destinare interamente per fini sociali e umanitari, e dunque non per finanziare attività legate al culto. 
Poco fa abbiamo parlato di interconnessione e di rispetto per la dignità della vita. Ecco, fin da subito abbiamo visto l’8×1000 come uno strumento ulteriore, e quindi come una grande opportunità per calare ulteriormente questi valori – che riteniamo universali, quindi non legati unicamente alla dottrina buddista – all’interno della società. 
Sulla base delle Proposte di pace inviate ogni anno dal nostro maestro Daisaku Ikeda alle Nazioni Unite abbiamo individuato alcune tematiche ricorrenti che abbiamo tradotto nelle nostre aree di intervento prioritarie – diritti umani e disarmo, educazione e ricerca, cultura e ambiente – e i fondi, che sono cominciati ad arrivare a partire dal 2020, sono stati fin da subito impegnati per delle progettualità che presentassero sia obiettivi che modalità di intervento coerenti con i princìpi dell’interconnessione e del rispetto per la dignità della vita.
Sottolineo volutamente “obiettivi e modalità”, perché crediamo che il fine non giustifichi mai i mezzi e dunque abbiamo sempre considerato ugualmente imprescindibili non solo degli obiettivi “virtuosi”, ma anche e soprattutto un approccio coerente che potesse rispecchiare quella “virtuosità”. 
Per questo motivo – sia nel caso di progetti selezionati direttamente, che quando ci siamo mossi tramite bandi – sono state finanziate ogni volta iniziative che dimostrassero chiaramente l’adesione a tutta una serie di requisiti trasversali che garantissero questa coerente modalità di attuazione. 
Ne cito solamente alcuni: l’approccio rivolto alla tutela dei diritti umani e del dialogo, la tutela dell’ambiente, la capacità di mantenere una prospettiva temporale di medio-lungo termine (puntiamo tantissimo sulla sostenibilità al di là del finanziamento), la promozione di collaborazione e partenariati ovvero il lavoro in rete (nel quale crediamo enormemente), e non ultima, la necessità di sostenere l’empowerment delle persone a prescindere dall’area di intervento specifica del progetto.
E a proposito di empowerment, sia le Proposte di pace del presidente Ikeda che la stessa Agenda 2030 delle Nazioni Unite sottolineano chiaramente come le disparità di genere costituiscano uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile, alla crescita economica e alla lotta contro la povertà. In particolare, l’Obiettivo 5 dell’Agenda 2030 cita la violenza sulle donne come una delle tematiche fondamentali ancora da affrontare e risolvere a livello globale. Quindi l’empowermentdelle donne è diventato a tutti gli effetti un tema trasversale alle nostre aree di intervento, insieme agli altri nominati poco fa, e dunque un filo conduttore che si lega a progettualità tra loro molto diverse ma accumunate da questo intento di fondo.
Per questo, prima di passare la parola ai nostri relatori, che rappresentano i maggiori progetti da noi finanziati a favore specificamente delle donne (Youth For Love, REAMA e la testimonianza sui Corridoi Umanitari dall’Afghanistan), vorrei brevemente citare a titolo esemplificativo altri progetti che – pur focalizzandosi su altri temi o aree di intervento – contengono un’importante prospettiva di genere e un approccio fondato sull’empowerment femminile. 

Il primo è il progetto “Community Matching”, realizzato dall’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) insieme ai partner Ciac e Refugees Welcome, che ha lo scopo di migliorare l’integrazione per i rifugiati in Italia attraverso la creazione di relazioni 1:1 tra persone rifugiate e volontarie che le affianchino nel loro percorso di inclusione. 
Il progetto è attivo in 10 città italiane, e al momento la maggior parte delle persone rifugiate che hanno aderito al progetto sono donne (il 55%), così come lo sono le persone volontarie (anche loro donne per il 78%). Questo crea inevitabilmente delle reti di solidarietà e di empowerment prettamente femminili con un forte impatto sulle comunità locali.

Un altro progetto è “In&Aut – Al lavoro per l’inclusione”, realizzato dall’associazione La Rotonda, che a partire dall’hinterland milanese – ma con lo scopo di creare reti virtuose tra individui, servizi e aziende con un impatto nazionale – si è posto l’obiettivo di favorire l’ingresso nel mondo del lavoro di giovani con disabilità fisiche e/o mentali, in particolare quando affetti da autismo. In questo contesto, è stata posta particolare attenzione alle giovani NEET (ovvero giovani donne che non studiano e non lavorano) e che contemporaneamente stanno vivendo particolari situazioni di disagio e violenza di genere. 

Per fare qualche altro esempio non localizzato sul territorio nazionale ma in altri Paesi del mondo:

  • insieme a Fondazione Fokal abbiamo avviato un Programma di sviluppo sostenibile attivo in Haiti, che mira a sostenere le organizzazioni contadine focalizzandosi sull’emancipazione delle donne attraverso la creazione di attività sociali e professionali;
  • in Siria, con Un Ponte Per, mettiamo a disposizione spazi sicuri nella comunità di Raqqa per promuovere la sicurezza fisica ed emotiva di donne e ragazze sopravvissute alla violenza di genere;
  • in Afghanistan, con ARCI Nazionale abbiamo finanziato i corridoi umanitari per 87 persone, principalmente donne: sole o sole con bambini, attiviste, militanti, giornaliste e appartenenti alla comunità LGBTQ+;
  • e infine in Mozambico, con Fondazione AVSI abbiamo avviato un progetto che garantisce il bisogno di accesso all’energie rinnovabili di alcune popolazioni rurali attraverso la creazione di attività imprenditoriali che coinvolgono in particolare donne e giovani.

Per concludere, siamo felici di fare la nostra parte, di restituire la fiducia accordataci dai cittadini italiani attraverso il contributo dell’8×1000 e di collaborare con organizzazioni eccellenti impegnate in Italia e nel mondo. In una realtà come quella attuale, che vede spesso e purtroppo una frammentazione tra coloro che “fanno il bene”, crediamo nell’8×1000 in quanto strumento ulteriore e aggiuntivo per creare reti di solidarietà tra individui e organizzazioni con scopi condivisi. 


Una società inclusiva e libera dalla violenza

di Claudia Cicciotti, coordinatrice del progetto Youth For Love di Action Aid

Il progetto Youth for love (Gioventù per l’amore) è nato nel 2019 ed è attivo in quattro paesi europei. Promuove un programma nelle scuole che prepari tutti gli attori della comunità scolastica a prevenire, contrastare e gestire la violenza di genere tra adolescenti.
Quest’anno, grazie alla collaborazione con l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, stiamo lavorando nelle scuole secondarie di primo e secondo grado di sei città italiane, dal nord all’estremo sud.
Il programma si basa sulla metodologia whole school approach, un approccio che coinvolge tutta la comunità scolastica: docenti, personale scolastico, studenti e studentesse, e non si presenta come una semplice attività aggiuntiva alle ore scolastiche. 
Noi crediamo fortemente che per affrontare il problema della violenza di genere questo tipo di approccio sia necessario. 
La prima fase del progetto consiste in una “diagnosi scolastica”, in cui parliamo direttamente con docenti e personale scolastico, con studenti e studentesse, per far emergere i bisogni specifici del contesto nel quale operiamo, partendo dalla loro percezione della violenza e dalle esigenze del territorio. 
A partire dalla diagnosi poi, insieme a loro strutturiamo il percorso che meglio risponde a quelle specifiche esigenze.
Il progetto prevede la formazione degli adulti della scuola per aumentare la consapevolezza degli stereotipi di genere, della violenza di genere e delle diverse forme di violenza di genere. 
Una formazione che fornisce gli strumenti adatti a prevenirla o gestirla nella maniera corretta.
Insieme a loro elaboriamo delle procedure specifiche sulla violenza di genere da usare quando ci si trova davanti a episodi di violenza e violenza di genere, e alla difficoltà di poterli affrontare (ad oggi nelle scuole si trovano perlopiù procedure dedicate al bullismo/cyberbullismo che però sono solo una forma di violenza).
Fare insieme ai docenti è essenziale per la sostenibilità del progetto, affinché quella metodologia possa proseguire anche quando il progetto è terminato. 
Il percorso in classe invece ha l’obiettivo di decostruire gli stereotipi di genere e di costruire delle competenze trasversali che possano supportare la crescita di ogni ragazzo e ragazza, nella relazione con gli altri, nell’empatia e nella comunicazione tra pari e tra studenti e adulti. 
Il programma prevede anche il potenziamento della comunicazione tra scuola e territorio; lavoriamo con tutta la comunità educante e cerchiamo di rafforzare le reti territoriali, le relazioni tra le scuole del territorio, con le istituzioni locali, con le famiglie, con enti e associazioni, con centri antiviolenza e centri di aggregazione giovanile. 
Avere un unico obiettivo educativo, una visione educativa comune, permette di avanzare tutti insieme, ognuno a supporto dell’altro, per prevenire e contrastare la violenza di genere e la violenza tra pari. 
In questo senso anche il contributo dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai che destina l’8×1000 a progetti come Youth for love rappresenta il contributo di tutta la comunità e per noi ha un valore importantissimo. Attraverso l’educazione è possibile formare una società più inclusiva e una società libera dalla violenza presente e futura.


“Adesso posso scegliere il mio futuro”

Testimonianza di Zinab Rezaie, beneficiaria del progetto “Corridoi umanitari dall’Afghanistan” di Arci Nazionale

Ho ventitré anni e vivo in Italia da qualche mese, dove sono arrivata tramite i corridoi umanitari. 
Approfitto dell’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno sostenuto il progetto, nello specifico ARCI e l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.
I corridoi umanitari permettono di raggiungere dei paesi sicuri senza affrontare i pericoli e rischiare di morire. 
Da quando si è instaurato il regime talebano l’Afghanistan ha fatto un salto indietro di vent’anni, diventando un paese molto rigido dove le donne hanno perso di nuovo la loro libertà. 
Personalmente non vedevo l’ora di avere vent’anni per iniziare a creare la mia indipendenza, andare all’università e vivere come tutte le persone… Adesso non è più possibile farlo nel mio paese. 
Attualmente in Afghanistan le donne non possono neanche andare al parco a fare una passeggiata senza essere accompagnate da un maschio.
Per chi vive in Italia è impossibile immaginare quanto sia terribile vivere una giornata dalla mattina alla sera in quel mondo. 
Finché ci sarà questo regime al potere è difficile che le cose cambino, le donne non esistono più e la situazione peggiora di giorno in giorno.
Desidero parlare a nome di tutte le donne e le ragazze afgane, per tutte le bambine che nasceranno in futuro, che soffrono e stanno chiedendo aiuto, e desidero che la mia voce arrivi a tutto il mondo. Sono grata ai corridoi umanitari perché adesso posso scegliere il mio futuro. Grazie anche per questa meravigliosa giornata.


La pace parte dal rispetto reciproco

di Luca Lo Presti, presidente della fondazione Pangea che gestisce il progetto Reama


Cristina Canestrelli e Jasmina Cipriani
Per la creazione di un secolo di pace

di Cristina Canestrelli, vicesegretaria nazionale donne

Nella storia del Buddismo e della Soka Gakkai e i temi dell’eguaglianza, dell’inclusività e del valore della differenza sono fondamentali fin dalle sue origini e non riguardano solo l’uguaglianza di genere, ma sono alla base della realizzazione della pace mondiale e della felicità di ogni persona. Nel Buddismo felicità significa avere la possibilità di godere appieno di pace e sicurezza nel corso della propria vita, e condividere questa condizione con tutte le persone e il loro ambiente.
Dialogando con un’esperta sul tema della violenza di genere ho potuto apprendere che l’elemento cruciale è la matrice culturale della violenza, che spinge a considerare una relazione – in primo luogo, ma non solo, quella tra uomo e donna – come uno spazio in cui esercitare potere e controllo invece che rispetto e riconoscimento della diversità dell’altro/a. 
Sono comportamenti profondamente radicati nella cultura patriarcale, secolarmente agiti nelle relazioni interpersonali. Il fatto che questi comportamenti permangano, e nei momenti di crisi, anche recenti (se pensiamo all’impennata dei casi di violenza durante il Covid19), addirittura si rafforzino, mostra chiaramente che c’è un cambiamento culturale che non riesce a compiersi. 
Senza un vero cambiamento culturale, i passi in avanti nel campo delle pari opportunità, della partecipazione delle donne alla vita pubblica, economica e culturale del paese rischiano di restare formali.
Questo cambiamento culturale è ciò che potrebbe renderli autentici, creando un vantaggio non solo individuale, ma anche e soprattutto alla comunità umana di cui facciamo parte.
Il Sutra del Loto, l’insegnamento esposto da Shakyamuni circa 2500 anni fa, si fa portatore di un messaggio di rispetto e valorizzazione delle differenze in maniera sorprendente per la sua epoca; siamo nell’India del 500 a.c., dove le caste definivano il valore individuale e le donne venivano considerate più o meno proprietà dei loro mariti. Per questo viene definito talvolta come l’insegnamento della non-discriminazione.
Il sutra viene esposto in forma allegorica, come era tradizione all’epoca. Il tema della non discriminazione lo percorre tutto, ma nel XII capitolo si verifica un evento che lo pone al centro del messaggio del Budda. Infatti, per trasmettere il valore universale della dignità della vita e la preziosità delle caratteristiche peculiari di ogni persona, fa una cosa sorprendente, affida questo messaggio – il nucleo centrale del suo insegnamento – a una bambina di otto anni, che non solo è femmina, è anche per metà drago. 
É Ryunyo, la bambina drago e sembra la meno qualificata a interpretare questo ruolo, eppure, nel sutra, è la prima a conseguire l’Illuminazione nella forma presente.
Le parole “nella forma presente” esprimono un concetto importante nel Buddismo, significa che ogni persona è perfettamente dotata così com’è. 
In una società oppressivamente discriminatoria fu una sensazionale dichiarazione dei diritti umani universali.
Inoltre, questa giovane donna appare e mostra la propria Illuminazione non solo per se stessa, o solo per le donne, ma per testimoniare che questa qualità è inerente a tutti gli esseri, a tutte le persone. Una potente immagine di empowerment per tutta l’umanità, a prescindere dal sesso biologico, dal genere o da qualunque altra differenza.
Da allora questo messaggio ha attraversato le epoche incontrando culture che connotano la differenza come debolezza o disvalore, e che sopravvivono ancora oggi. Nei secoli è stato dimenticato e sommerso, ma puntualmente riportato alla luce e difeso.
Nel Giappone del 1200, è Nichiren Daishonin che ritrova il messaggio universale del Sutra del Loto e ne interpreta attivamente lo spirito, diventando forse il primo vero attuatore dell’empowerment per le donne. Egli parla di uguaglianza e sostiene che la discriminazione è una funzione che impedisce la realizzazione non solo delle donne, ma di tutte le persone. 
Quindi pone l’emancipazione femminile al centro della felicità del genere umano. 
Inoltre non lascia che questo sistema di valori resti astratto, ma dialoga e incoraggia personalmente le sue discepole offrendogli un messaggio di grande forza.
A partire da questa cultura della non discriminazione e della valorizzazione della differenza, la Soka Gakkai e i tre presidenti, fin dagli albori del nostro movimento hanno continuato l’opera di diffusione e attuazione del messaggio di pace contenuto nel Sutra del Loto. 
In particolare Daisaku Ikeda, attuale presidente della SGI, si è impegnato e ha lavorato instancabilmente per affermarlo in chiave contemporanea e per proporre non solo idee, ma pratiche, che possano essere adottate e divenire strumenti di attuazione e cambiamento.
Il suo lavoro ha abbracciato temi fondanti come l’educazione e la costruzione di istituzioni volte a promuovere l’empowerment delle donne e la pace mondiale.
Una vera e propria opera di trasformazione culturale agita a tanti livelli.
Tra le tante azioni che ha svolto, ci sono i numerosi dialoghi che Ikeda ha intrattenuto con voci femminili, impegnate sui temi della pace e dell’emancipazione nel panorama mondiale. E a partire dal 1983, il 26 gennaio di ogni anno ha inviato una “Proposta di pace” alle Nazioni Unite e a personalità di tutto il mondo. 
Nella Proposta di pace del 2001 scrive: 

«Sono certo che nel XXI secolo l’entrata in scena delle donne avrà una portata che andrà al cuore della civiltà umana, e si rivelerà più importante e vitale dell’ottenimento della parità legale ed economica» (BS, 87)  

Un punto importante del pensiero di Ikeda è che non è sufficiente che la differenza di genere venga riconosciuta come valore, è essenziale che questa differenza diventi portatrice di una cultura nuova.
Nel libro Cittadini del mondo, frutto del dialogo con la futurologa Hazel Henderson, Ikeda scrive: 

«Ho suggerito che il XXI secolo fosse chiamato “secolo delle donne”. Le donne hanno la saggezza e la forza per condurre la società nella direzione del bene, della speranza e della pace. Nell’espandere il suo movimento per la nonviolenza, Gandhi fece molto affidamento sulle donne. Disse che le donne possono insegnare una cultura di pace a un mondo che, seppur impegnato nelle guerre, è assetato della dolce rugiada della pace» (Cittadini del mondo, Sperling&Kupfer, pag. 24)

Con l’espressione “secolo delle donne”, Ikeda non intende solo il miglioramento del ruolo sociale femminile, ma soprattutto che la società adotti una visione del mondo basata su un pensiero che mette al centro il rispetto reciproco, la cooperazione, la collaborazione. 
Nel pensiero di Ikeda, ritroviamo dunque il messaggio originale del Buddismo, ovvero che c’è un legame indissolubile tra la pace globale e il rispetto della diversità dell’altro/a.
Nella Proposta di pace 2017 egli sostiene un cambio di paradigma che trasforma la visione delle donne da vittime impotenti di guerre e conflitti ad agenti del cambiamento, e insiste sul fatto che le donne devono giocare una parte essenziale nel passaggio da un’era di guerra e violenza a un’epoca di pace (cfr. BS, 182).
Tutta l’opera e il pensiero di Ikeda sono volti a innescare e promuovere il processo di trasformazione culturale, necessario a che la violenza cessi di essere lo strumento con cui la differenza viene gestita, in tutte le relazioni, da quelle individuali a quelle tra le culture, i popoli e le nazioni.
Ognuna e ognuno di noi è coinvolto in questo processo di costruzione della pace, di apprezzamento delle differenze e di rifiuto di ogni tipo di violenza, di qualunque grado e intensità.
Che venga agita a livello internazionale o tra le mura domestiche, la violenza lascia ferite, produce dolore e senso di impotenza, se non morte. Quindi per il Buddismo il punto è proprio quello di trasformare lo spirito umano per un mondo libero dalla violenza, dove ogni persona possa godere di pace e sicurezza.
Concludo con un paragrafo della Proposta di pace 2000, dove Ikeda scrive: 

«Aumentando il rispetto per la sacralità della vita e per la dignità umana attraverso il nostro comportamento quotidiano e il costante impegno nel dialogo, si approfondiranno e si rafforzeranno le fondamenta di una cultura di pace che permetterà il fiorire di una nuova civiltà globale. 
Con le donne come capofila, quando ogni singolo individuo si impegnerà in modo consapevole, saremo in grado di impedire che la società ricada in una cultura di guerra e potremo sviluppare e concentrare le energie per la creazione di un secolo di pace» (www.sgi-italia.org).


Aprire la strada affinché la dignità della vita diventi un valore universale

di Jasmina Cipriani, responsabile nazionale giovani donne

«È giusto essere proprio quello che si è, si è degni di rispetto così come siamo. Fingere di essere qualcun altro, o darsi delle arie, di fatto ci toglie qualcosa e ci indebolisce. Ciò detto, c’è una differenza tra “essere quello che si è” e “rimanere così come si è”. Se lei si accontenta di rimanere quello che è, non crescerà e non si svilupperà mai. Se riflette profondamente sulla sua identità e sullo scopo della sua vita farà sbocciare il fiore della sua missione in questa esistenza. Per vivere fedeli alla propria vera identità occorre fare la propria rivoluzione umana, cioè continuare a svilupparsi a un livello profondo» (Cos’è la rivoluzione umana, Esperia, pag. 115)

A mio avviso in queste parole è contenuto un concetto di crescita rivoluzionario.
Affinché la nostra crescita e il nostro miglioramento come esseri umani siano efficaci, la spinta verso il cambiamento non può partire dal rinnegare ciò che siamo, neanche una minima parte di noi… con questi presupposi non ci può essere un vero e forte cambiamento. 
La spinta a migliorarsi dovrebbe nascere piuttosto dal desiderio genuino di creare maggiore felicità per noi e per gli altri. Inoltre, spiega che un sentimento di felicità non ci viene dato da qualcun altro ma è insito nella nostra vita, nell’attitudine a lucidare noi stessi, dallo sviluppare il nostro sole interiore, la nostra umanità e vivere con un senso di missione. Credo che questa sia la missione delle donne e anche la chiave per superare qualsiasi tipo di discriminazione.
Lo scopo dell’eguaglianza di genere è far sì che ogni persona, indipendentemente dal genere, possa far risplendere la luce della sua dignità e umanità intrinseca in modo aderente al suo proprio e unico sé. Allo stesso modo per essere forte la pace deve mettere radici nel cuore di ogni individuo e questo è possibile istaurando relazioni personali basate sulla fiducia e sul rispetto. 
Come movimento buddista la nostra determinazione è quella di costruire una rete sempre più vasta di fiducia e amicizia dando il nostro contributo come cittadine e cittadini, alla realizzazione di un mondo di felicità e dignità per tutte le persone. 

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