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Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione · Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione ·Il Nuovo Rinascimento · Rivista della Soka Gakkai Italiana dal 1982 ·

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9 ottobre 2024

Dobbiamo negare i nostri attaccamenti per essere felici?

Risposta a cura della redazione

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Il Buddismo incoraggia a non restare “imprigionati” nelle illusioni e nei desideri ma a vivere sulla base del nostro io più grande affinché le nostre azioni si accordino con la Legge eterna e immutabile, Nam-myoho-renge-kyo, che include anche tutti i fenomeni caratterizzati dall’impermanenza.
La tendenza a creare attaccamenti di vario genere è spesso causa d’infelicità, per tale ragione negli insegnamenti precedenti al Sutra del Loto Shakyamuni insegnava a liberarsene.
Tuttavia l’attaccamento è un comportamento che si sviluppa sin dalla prima infanzia, fa parte del modo in cui gli esseri umani crescono e, come ogni cosa, nasconde aspetti positivi e negativi in base a come lo viviamo. Ad esempio se non fossimo “attaccati” alla vita o al desiderio di realizzare kosen-rufu non difenderemmo il rispetto per la vita e non porteremmo avanti le nostre sfide per la pace. Il maestro Ikeda citando Toda scrive a riguardo:

«Il Gohonzon ci permette di riconoscere i nostri attaccamenti esattamente per quel che sono. Tutti abbiamo desideri e attaccamenti che danno sapore e interesse alla vita. Per avere successo negli affari o per propagare il Buddismo, ad esempio, dobbiamo nutrire attaccamento per queste attività. Con la forza del nostro Daimoku e della nostra attività, li trasformiamo in attaccamenti che non ci fanno soffrire; invece di farci condizionare da essi, sfruttiamo il fuoco delle illusioni e dei desideri per avanzare verso la Buddità e diventare felici» (I capitoli Hoben e Juryo, Esperia, p. 54)

Pensare di eliminare gli attaccamenti è impossibile, infatti il messaggio rivoluzionario racchiuso nel Sutra del Loto non incoraggia a eliminare le illusioni e i desideri, ma a riconoscerli per quello che sono e trasformarli in Illuminazione.
Il principio “le illusioni e i desideri sono Illuminazione” è stato iscritto nel Gohonzon dal Daishonin, come a sottolineare l’importanza di portare i nostri problemi, i nostri desideri di fronte al Gohonzon e recitare Daimoku. Così facendo, in modo naturale, la saggezza che emerge dalla nostra preghiera ci fa capire se si tratta di un desiderio da perseguire, un desiderio positivo che porterà felicità a noi stessi e agli altri e creerà valore, oppure se si tratta di un desiderio che non crea valore e non dovremmo sprecare le nostre energie per realizzarlo.
La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo ha l'effetto di trasformare il modo in cui vediamo i desideri e valutare se devono essere perseguiti o abbandonati. Un concetto davvero rivoluzionario perché sostiene che non dobbiamo diventare qualcosa di diverso, per esempio “diventare un Budda illuminato libero dagli attaccamenti”, ma che attraverso la pratica buddista possiamo far emergere quella saggezza capace di “illuminare” le illusioni e i desideri.
Non si parla dunque di “eliminare” gli attaccamenti ma di “illuminarli”, vederli nella giusta luce, sfruttarli come forza motrice per diventare felici e saperli utilizzare anziché lasciarci condizionare da essi.

In questa società dominata da ogni sorta di desiderio, è sempre più importante chiedersi a che scopo viviamo.
Vivere pensando solo alle proprie preoccupazioni inaridisce la nostra umanità, alzare il nostro sguardo includendo anche la felicità delle persone intorno a noi farà trasformare anche i nostri attaccamenti in una spinta per una felicità più vasta. Questo è lo scopo delle attività quotidiane che portiamo avanti nella Soka Gakkai.
L'espressione giapponese doshu shogi - "rimuovere gli attaccamenti e far sorgere il dubbio su di essi" - significa scuotere, risvegliare il cuore delle persone, aiutandole a riconoscere i loro attaccamenti e a liberarsene, per ricercare valori più nobili. 
L'Ultimo giorno della Legge è un'epoca di confusione dei valori ed è importante spiegare chiaramente qual è la cosa più importante. 
Diffondere la filosofia umanistica del Buddismo è la sfida per stabilire concretamente il valore che tutte le persone dovrebbero riconoscere e sostenere, la verità alla quale il Budda si è illuminato ovvero che "tutti possono conseguire la via del Budda", la Buddità.  Ogni essere umano è prezioso e insostituibile, per questo è degno del massimo rispetto. Questo principio è espresso nella dottrina dei Dieci mondi, come scrive il maestro Ikeda:

«Gli insegnamenti buddisti che non spiegano il mutuo possesso dei dieci mondi trattano i primi nove con disprezzo e postulano che solo sradicandoli si possa entrare nel mondo di Buddità. Cercano di limitare l’essere umano imponendo restrizioni e condannando i difetti. […] Secondo un proverbio giapponese, cercando di raddrizzare le corna alla mucca si rischia di ucciderla. Invece di accanirsi sui piccoli difetti, nella maggioranza dei casi è meglio incoraggiare a progredire senza preoccuparsi, con grande speranza e grandi scopi. […] Sebbene siamo persone comuni soggette all’emotività, se facciamo di kosen-rufu il nostro scopo, il mondo di Buddità diventerà la nostra tendenza fondamentale. Allora ci arrabbieremo al momento giusto, soffriremo quando ci sarà da soffrire e rideremo se ci sarà da ridere. Nichiren invita a soffrire quando c’è da soffrire e a gioire quando c’è da gioire. Così facendo avanzeremo a grandi passi verso la felicità assoluta e aiuteremo anche gli altri a farlo» (La saggezza del Sutra del Loto, Esperia, p. 387)

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