Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

28 gennaio 2023 Ore 23:26

Dichiarazione sulla crisi ucraina e sul principio di “Non Primo Uso” delle armi nucleari

Seikyo Shimbun, 11 gennaio 2023

Daisaku Ikeda

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L’11 gennaio 2023 il presidente Ikeda ha rilasciato questa dichiarazione in cui denuncia la crudeltà e la miseria della guerra, invitando ad agire per ripristinare la pace in Ucraina e a ridurre il rischio di utilizzo di armi nucleari

È cruciale trovare una soluzione per evitare un ulteriore peggioramento delle condizioni in cui versano le persone in tutto il mondo, per non parlare del popolo ucraino che è costretto a vivere con forniture di elettricità inadeguate e incerte in un inverno sempre più rigido e in un conflitto militare sempre più intenso.
Invito pertanto a organizzare urgentemente un incontro, sotto l’egida delle Nazioni Unite, tra i ministri degli Esteri di Russia, Ucraina e altri Paesi chiave, al fine di raggiungere un accordo sulla cessazione delle ostilità. Chiedo inoltre di intraprendere serie discussioni volte alla realizzazione di un vertice che riunisca i capi di tutti gli Stati interessati al fine di trovare un percorso per il ripristino della pace.

Quest’anno ricorrono gli ottantacinque anni dall’adozione, da parte dell’Assemblea Generale della Società delle Nazioni, di una risoluzione sulla protezione dei civili dai bombardamenti aerei. È anche il settantacinquesimo anniversario dell’adozione da parte delle Nazioni Unite della Dichiarazione universale dei diritti umani, che esprimeva il voto comune di realizzare una nuova era in cui la dignità umana non sarebbe mai più stata calpestata e abusata.
Ricordando l’impegno a proteggere la vita e la dignità che è alla base del Diritto internazionale umanitario e del Diritto Internazionale dei Diritti umani, esorto tutte le parti a porre fine al più presto all’attuale conflitto.
Oltre a chiedere una risoluzione quanto più rapida possibile della crisi ucraina, desidero sottolineare l’importanza cruciale di attuare misure per prevenire l’uso o la minaccia di uso di armi nucleari, sia nella crisi attuale sia in quelle future.

Come affermo da tempo, se consideriamo le armi nucleari solo dal punto di vista della sicurezza nazionale, rischiamo di trascurare questioni di importanza fondamentale. Nelle mie quaranta proposte di pace annuali pubblicate a partire dal 1983, ho sostenuto che la natura disumana delle armi nucleari deve essere il fulcro di qualsiasi discorso o discussione. Ho anche sottolineato la necessità di affrontare apertamente l’irrazionalità delle armi nucleari, con la loro capacità di distruggere e rendere illeggibili tutte le prove delle nostre vite individuali e dei nostri impegni condivisi come società e civiltà.

La politica di deterrenza dipendente dalle armi nucleari è il modo in cui uno Stato cerca di esercitare il proprio controllo e affermare la propria autonomia. Ma quando si raggiunge il precipizio e si è sull’orlo dell’abisso, i cittadini di quello Stato e del mondo finiscono per essere intrappolati, privati di ogni libertà d’azione. Questa è la realtà delle armi nucleari, rimasta immutata dall’inizio della Guerra Fredda, una realtà che sia gli Stati dotati di armi nucleari sia quelli dipendenti dal nucleare devono affrontare in tutta la sua durezza.

Nel 2007, cinquantesimo anniversario della dichiarazione di Toda, la SGI ha lanciato People’s Decade for Nuclear Abolition e, collaborando con la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari (ICAN), iniziata nello stesso periodo, ha lavorato per la realizzazione di uno strumento giuridicamente vincolante per mettere al bando le armi nucleari.
Il desiderio e la determinazione della società civile, rappresentata dalle vittime dei bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki, che la tragedia dell’uso delle armi nucleari non debba mai più essere vissuta dalla popolazione di nessun Paese, si sono cristallizzati nel 2017 con l’adozione del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari (TPNW), entrato in vigore nel 2021. Questo, per noi, ha rappresentato un progresso verso la realizzazione della Dichiarazione lasciata in eredità da Josei Toda.
Il TPNW mette completamente al bando tutti gli aspetti delle armi nucleari, non solo il loro uso o la minaccia di uso, ma anche il loro sviluppo e possesso. Per quanto gli Stati che possiedono armi nucleari possano trovare difficoltà ad abbracciare il Trattato, dovrebbe almeno esserci un riconoscimento comune e condiviso dell’importanza di prevenire le conseguenze catastrofiche del loro uso.
Oltre a ridurre le tensioni con l’obiettivo di risolvere la crisi in Ucraina, ritengo di fondamentale importanza che gli Stati possessori di armi nucleari intraprendano azioni per ridurre i rischi nucleari allo scopo di garantire che non si verifichino – né ora né in futuro – situazioni in cui si profila la possibilità dell’uso di armi nucleari. È in quest’ottica che, nel luglio dello scorso anno, ho rilasciato una dichiarazione alla Conferenza di revisione del Trattato di non proliferazione nucleare (NPT) in cui esortavo i cinque Stati dotati di armi nucleari a impegnarsi prontamente e senza ambiguità a non essere mai i primi a lanciare un attacco nucleare, adottando quindi il principio del “Non Primo Uso”.

Durante la Conferenza di revisione del NPT, la SGI ha collaborato con altre organizzazioni e ONG per organizzare un evento collaterale alle Nazioni Unite incentrato sull’urgenza di adottare questo principio, e sono certo che se le promesse del “Non Primo Uso” saranno collegate alla dichiarazione congiunta di gennaio, il cerchio potrà essere completato, contenendo la minaccia nucleare che da tempo incombe sul mondo e aprendo così la strada per compiere finalmente progressi sul disarmo nucleare.
Lo scorso novembre il Toda Peace Institute, da me fondato, ha organizzato in Nepal un laboratorio per promuovere questo tipo di cambiamento di paradigma. I partecipanti hanno concordato sulla necessità che il Pakistan si unisca alla Cina e all’India nel dichiarare l’impegno a adottare il “Non Primo Uso”, affermando così questo principio in tutta la regione dell’Asia meridionale. Hanno inoltre condiviso opinioni sull’importanza di stimolare il dibattito internazionale sul “Non Primo Uso”, in modo da consentire a tutti gli Stati dotati di armi nucleari di compiere passi in questa direzione.
Questo mi riporta alla mente il punto di vista del dottor Joseph Rotblat (1908-2005), che per molti anni è stato presidente del PUGWASH (Pugwash Conferences on Science and World Affairs). Nel dialogo pubblicato insieme parlò di un accordo sul “Non Primo Uso”, affermando che sarebbe il passo più importante verso l’abolizione totale delle armi nucleari e chiedendo la realizzazione di un trattato a tal fine.
Il professor Rotblat era anche profondamente turbato dai pericoli insiti nelle politiche di deterrenza dipendenti dalle armi nucleari e radicate in un clima di paura reciproca. Le strutture di base della deterrenza nucleare non sono cambiate negli anni successivi al nostro dialogo del 2005, e la crisi attuale ha messo in evidenza la necessità vitale per l’umanità di superare queste politiche.

L’impegno a adottare il principio di “Non Primo Uso” delle armi nucleari è una misura che gli Stati dotati di armi nucleari possono adottare anche mantenendo per il momento i loro attuali arsenali. Ciò non significa che la minaccia delle circa 13.000 testate nucleari esistenti oggi nel mondo si dissolva rapidamente. Tuttavia, ciò che vorrei sottolineare è che, se questa politica dovesse prendere radici tra gli Stati dotati di armi nucleari, creerebbe un’apertura per eliminare il clima di paura reciproca. Ciò, a sua volta, potrebbe consentire al mondo di cambiare rotta, abbandonando lo sviluppo crescente di armi nucleari basato sulla deterrenza per passare al disarmo nucleare e scongiurare la catastrofe.
Guardando indietro, l’epoca della Guerra Fredda fu segnata da una serie di crisi apparentemente insolubili che scossero il mondo, diffondendo violente ondate di insicurezza e paura. Eppure, l’umanità è riuscita a trovare strategie per uscire con successo da tali crisi.
Ne sono un esempio i Negoziati per la limitazione delle armi strategiche (SALT) tra Stati Uniti e Unione Sovietica. L’intenzione di tenere questi colloqui fu annunciata il giorno della cerimonia di firma del NPT del 1968, che era stato stipulato in risposta alle amare lezioni della crisi dei missili di Cuba. I negoziati SALT furono i primi passi compiuti dagli Stati Uniti e dall’URSS per frenare la corsa agli armamenti nucleari sulla base degli obblighi di disarmo nucleare previsti dall’articolo VI del NPT.
Per chi era coinvolto in quei colloqui, non doveva essere facile imporre vincoli alle politiche nucleari sviluppate come prerogativa esclusiva del proprio Stato. Tuttavia, si trattava di una decisione indispensabile per la sopravvivenza non solo dei cittadini delle rispettive nazioni, ma dell’intera umanità.
Per me il nome di questi negoziati – SALT (sale) – richiama alla mente la complessità di questo contesto.

Avendo sperimentato in prima persona il terrore di trovarsi sull’orlo di una guerra nucleare, le persone di allora fecero emergere un potere di immaginazione e creatività di portata storica. Ora è il momento, per tutti i Paesi e i popoli del mondo, di unirsi per liberare ancora una volta questo potere creativo e dare vita a un nuovo capitolo della storia umana.
Lo spirito e l’unità di intenti che prevalsero al momento della nascita del NPT sono in risonanza e complementari agli ideali che hanno motivato la stesura e l’adozione del TPNW. Mi appello a tutte le parti affinché esplorino nuove strade, e amplino quelle esistenti, allo scopo di unire tutti gli sforzi compiuti per realizzare questi due trattati, traendone gli effetti sinergici per costruire un mondo libero da armi nucleari.