«Salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità»
Lo scorso giugno ha segnato l’ottantunesimo anniversario dell’impegno condiviso dell’umanità, sancito nel Preambolo della Carta delle Nazioni Unite: un impegno nato da una profonda e dolorosa riflessione sulle due guerre mondiali, che hanno strappato la preziosa vita di persone in tutto il mondo.
Dalla fondazione delle Nazioni Unite, la comunità internazionale ha continuato a impegnarsi per la risoluzione dei conflitti e la costruzione della pace, anche di fronte a crisi ricorrenti, tra cui la prolungata divisione del mondo durante la Guerra fredda. Anche la redazione di diversi trattati sul disarmo è progredita, passo dopo passo, grazie al forte sostegno della società civile.
Oggi, tuttavia, si sono create circostanze che minacciano di compromettere alla radice gli sforzi compiuti dalla comunità internazionale nel corso di decenni. Negli ultimi anni, mentre i conflitti e il ricorso alla forza militare continuano a diffondersi in Ucraina, Medio Oriente, Africa e altre regioni, la situazione denunciata da organizzazioni come il Comitato internazionale della Croce Rossa (CICR), nella quale «i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario vengono sistematicamente e deliberatamente violati», non mostra alcun segno di miglioramento.
Di conseguenza, un numero incalcolabile di civili, tra cui bambini, donne, persone anziane e persone affette da malattie, continua a subire ripetutamente le conseguenze devastanti di questi conflitti.
A rendere queste preoccupazioni ancora più gravi è il fatto che i conflitti in corso stanno fungendo da catalizzatore per il rapido sviluppo e impiego di armi che incorporano tecnologie emergenti, compresa l’intelligenza artificiale (IA). Questa situazione, che secondo il CICR riflette «un modello brutale di guerra, aggravato dai droni e dagli armamenti avanzati», è evidente nel prolungato conflitto in Sudan, dove i civili sono sottoposti ad attacchi incessanti.
Se queste tendenze pericolose e disumane continueranno, la soglia per il ricorso alla forza si abbasserà notevolmente, con il rischio di un’ulteriore diffusione di tragedie che minacciano la vita e la dignità di innumerevoli persone.
In questo contesto, con la presente dichiarazione la Soka Gakkai International (SGI) chiede l’urgente istituzione di un quadro normativo internazionale che disciplini i sistemi d’arma autonomi (Autonomous Weapons Systems, AWS), compresi quelli che impiegano l’intelligenza artificiale, e, soprattutto, il divieto generale dei sistemi progettati per selezionare e colpire esseri umani.
Un numero crescente di Stati chiede l’avvio di negoziati per un trattato
Gli AWS sono generalmente definiti come sistemi d’arma capaci di selezionare i bersagli e applicare la forza contro di essi, indipendentemente dal controllo umano o da una supervisione significativa. Oggi, all’interno della comunità internazionale, cresce la preoccupazione, alimentata non soltanto dallo sviluppo incontrollato di tali sistemi in numerosi Paesi, ma anche dal fatto che, in alcuni casi, livelli preoccupanti di autonomia sono già diventati realtà.
In vista della Settima Convenzione delle Nazioni Unite su certe armi convenzionali (CCW), prevista per novembre 2026, si è ormai giunti a un momento decisivo. Nel dibattito internazionale, gli AWS sono anche indicati come sistemi d’arma autonomi letali (Lethal Autonomous Weapons Systems, LAWS).
Le discussioni internazionali finalizzate a stabilire regolamentazioni e divieti chiari per tali sistemi si stanno avvicinando a una fase critica. In seguito a una dichiarazione congiunta presentata durante la riunione del settembre 2025 del Gruppo di Esperti Governativi (GGE) sui LAWS, nella quale 42 Stati si dichiaravano pronti a portare avanti i negoziati per uno strumento giuridicamente vincolante sul loro impiego, il sostegno all’iniziativa è cresciuto fino a raggiungere 70 Stati durante la riunione del GGE del marzo 2026.
Il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres e la presidente del CICR Mirjana Spoljaric hanno lanciato un appello congiunto, invitando gli Stati ad avviare negoziati per un nuovo strumento giuridicamente vincolante, che stabilisca divieti e limitazioni chiari per gli AWS.
Nel maggio 2026 anche papa Leone XIV ha lanciato un grave monito contro le armi dotate di intelligenza artificiale nella sua enciclica Magnifica Humanitas: Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, scrivendo:
«L’IA non sottrae il conflitto alla sua intrinseca disumanità: può soltanto renderlo più rapido e impersonale, abbassando la soglia del ricorso alla violenza e trasformando la difesa in previsione operativa, con le vittime ridotte a dati. Così, ci abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata» (https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html)
Noi della SGI sosteniamo profondamente questi appelli e le preoccupazioni che esprimono, poiché risuonano intensamente con il principio della dignità della vita, che si trova al cuore stesso del Buddismo che abbracciamo.
“Siamo fermamente convinti che le decisioni e le valutazioni di fondamentale importanza, con conseguenze di vasta portata per la vita e la dignità umana, non debbano mai essere delegate all’IA”
Dal 2018, la SGI è membro della coalizione Stop Killer Robots (SKR), una campagna globale della società civile che sostiene il divieto e la regolamentazione degli AWS, e ha promosso la sensibilizzazione a livello locale attraverso diverse iniziative, tra cui il sostegno alla promozione e alla proiezione del documentario Immoral Code, che mette chiaramente in luce le profonde questioni etiche sollevate da queste armi nell’ambito del diritto internazionale umanitario.
La SGI ha inoltre collaborato con altre confessioni religiose per richiamare l’attenzione sulle preoccupazioni morali ed etiche relative agli AWS. Nel 2021, per esempio, la SGI si è unita al Consiglio Ecumenico delle Chiese e ad altri gruppi religiosi nella pubblicazione di una dichiarazione interreligiosa congiunta sui robot killer, intitolata Un appello per preservare la nostra umanità condivisa, affermando che «un rifiuto urgente e deciso dello sviluppo di armi pienamente autonome è essenziale per preservare la nostra umanità condivisa». (clicca qui per la dichiarazione completa)
Inoltre, attraverso dichiarazioni presentate in numerose conferenze e sedi internazionali, la SGI ha continuato a mettere in guardia dai pericoli rappresentati dagli AWS, che riducono gli esseri umani a semplici punti dati e rischiano di consolidare dinamiche di disumanizzazione.
Attacchi senza coscienza né esitazione
Alla luce di questi sviluppi, è opportuno ricordare che nel 2014, anno in cui si tenne a Ginevra la prima Riunione informale di esperti sui sistemi d’arma autonomi letali nell’ambito della CCW, il presidente della SGI Daisaku Ikeda (1928–2023) formulò il seguente monito nel suo dialogo con lo studioso della pace Kevin Clements:
«Le armi robotiche, quando ricevono il comando di attaccare, uccidono senza alcun intervento della volontà umana e quindi senza alcun ripensamento o rimorso di coscienza. Sono una minaccia estremamente grave, in particolare dal punto di vista umanitario. Come nel caso delle armi nucleari, il possesso di questi ordigni è sostenuto dalla logica spietata del totale annientamento dei presunti nemici, senza distinzione fra militari e civili» (Ikeda, D., Clements, K., (2021). Verso un secolo di pace. Esperia edizioni, p. 218)
Fu a partire da questo profondo senso di preoccupazione che il presidente Ikeda chiese la tempestiva istituzione di un quadro normativo internazionale che vietasse lo sviluppo e l’impiego di tali armi. All’epoca, gli AWS che integravano l’IA e altre tecnologie emergenti erano ancora ampiamente considerati «armi del futuro» e il riconoscimento, a livello internazionale, della necessità di un intervento normativo urgente rimaneva limitato. Oggi, tuttavia, non rappresentano più una possibilità remota, bensì una minaccia sempre più immediata e presente.
Nel corso delle successive riunioni del GGE sui LAWS è cresciuto il sostegno alla necessità di garantire un «controllo umano significativo» sull’impiego di tali armi. Durante la riunione di marzo, si è affermata una crescente consapevolezza della necessità di rafforzare ulteriormente questo principio, facendo del «giudizio e controllo umani adeguati al contesto» un principio fondamentale, che tenga conto delle circostanze e dell’ambiente nei quali le armi vengono impiegate, oltre che dei requisiti del diritto internazionale umanitario.
In altre parole, le decisioni relative agli attacchi non devono mai essere affidate esclusivamente alle macchine. È indispensabile un coinvolgimento umano significativo in tutte le fasi dello sviluppo e dell’impiego operativo delle armi, compreso il mantenimento della responsabilità giuridica per il loro utilizzo.
Nell’ambito di questi sviluppi, durante la già citata riunione di marzo il CICR ha proposto che lo strumento comprendesse una disposizione che vieti gli AWS antipersona, sottolineando che una simile misura è essenziale per garantire il rispetto del diritto internazionale umanitario. La coalizione SKR ha sostenuto questa proposta e sta chiedendo ai governi di stabilire norme giuridiche ed etiche per impedire all’umanità di continuare la sua pericolosa deriva verso l’uccisione automatizzata. La SGI aderisce fermamente a questa posizione.
“Chiediamo pertanto che il divieto degli AWS progettati per colpire esseri umani venga stabilito come uno dei pilastri fondamentali del quadro normativo internazionale relativo a tali sistemi”
La prossima riunione del GGE è prevista tra il 31 agosto e il 4 settembre 2026. Sulla base della dichiarazione congiunta, oggi sostenuta da 70 Stati, auspichiamo che durante questa sessione finale vengano portate avanti discussioni costruttive, e che alla Conferenza di revisione della CCW di novembre sia presentato un rapporto che definisca un orientamento chiaro per l’avvio di negoziati su un trattato che comprenda il divieto degli AWS antipersona.
La riflessione del presidente Daisaku Ikeda sui LAWS
Nella sua Proposta di pace del 2019, Daisaku Ikeda offrì la seguente riflessione, mettendo in evidenza quella che considerava la sfida etica fondamentale posta dai LAWS:
«Se tali sistemi rimanessero privi di regolamentazione o addirittura venissero impiegati, la natura dello scontro armato si trasformerebbe radicalmente. I sistemi di armi completamente autonome non solo determinano una disconnessione fisica – cioè una situazione nella quale chi dirige l’attacco e i bersagli non si trovano nello stesso luogo, come si è già visto con gli attacchi dei droni – ma anche una disconnessione etica, che isola completamente chi dà inizio all’attacco dalle effettive operazioni di combattimento» (https://www.sgi-italia.org/wp-content/uploads/2019/04/propostadipace2019.pdf, pp. 49-50)
Dopo un combattimento condotto mediante i LAWS, rimarrebbe spazio per quella riflessione morale che ha tradizionalmente accompagnato i conflitti umani?
Richiamando, per contrasto, il ricordo dell’ex presidente tedesco Richard von Weizsäcker (1920–2015) relativo all’incontro con le forze nemiche durante la Seconda guerra mondiale — «Poiché tutti gli uomini che si fronteggiavano lungo le linee di battaglia si preoccupavano soprattutto della propria sopravvivenza, possiamo presumere che i nostri nemici non fossero poi così diversi da noi» — il presidente Ikeda espresse, da due prospettive, la propria preoccupazione per il rischio che i LAWS potessero modificare radicalmente la natura stessa dei conflitti armati.
In primo luogo, una volta impiegate tali armi, rimarrebbe ancora la possibilità di trattenersi, anche soltanto per un momento, dal lanciare un attacco, spinti dalla consapevolezza della complessa rete di emozioni che trascende le divisioni tra amici e nemici e della nostra comune umanità?
Inoltre, dopo un combattimento condotto mediante i LAWS, rimarrebbe spazio per quella riflessione morale che ha tradizionalmente accompagnato i conflitti umani, vale a dire il profondo rimorso per le proprie azioni, l’intenso dolore per le sofferenze causate dalla guerra e la sincera determinazione, in quanto esseri umani, a ricostruire relazioni pacifiche per il bene delle generazioni future?
Guidata da questa riflessione, la SGI ha sostenuto costantemente sia il divieto, sia la regolamentazione degli AWS, preoccupata per la natura profondamente disumana di sistemi privi di un controllo umano significativo.
Il pericolo e la sofferenza causati dalla banalizzazione della vita umana
Per quanto riguarda la loro intrinseca disumanità, nei dibattiti svoltisi nelle sedi internazionali è stata ripetutamente espressa la preoccupazione che tali sistemi possano compromettere il diritto internazionale umanitario, che vieta gli attacchi contro i civili e l’impiego di armi capaci di provocare danni indiscriminati. È stato inoltre evidenziato che l’introduzione di AWS progettati per ridurre al minimo le perdite tra le forze attaccanti potrebbe abbassare significativamente la soglia del ricorso alla forza militare.
Accanto a queste preoccupazioni di carattere umanitario, la SGI ha continuato a mettere in guardia, dalla prospettiva buddista della dignità della vita, contro il fatto che gli AWS riducano le persone contro cui è diretto un attacco a meri «dati». Questa cancellazione digitale dell’umanità rischia di sminuire la gravità dell’atto di togliere una vita e dell’immensa sofferenza insita nella guerra, colpendo le fondamenta stesse della dignità della vita.
Sono stati inoltre ripetutamente messi in evidenza i rischi intrinseci degli AWS. Tra questi vi è il problema, ampiamente documentato, per cui tali sistemi possono generare risultati errati o fuorvianti sulla base di informazioni inesatte o interpretazioni erronee — un fenomeno noto come «allucinazione» — nonché il problema della «black box», per il quale i processi attraverso cui i sistemi apprendono, elaborano le informazioni e giungono alle proprie decisioni rimangono opachi alla comprensione umana.
I danni provocati da simili errori di identificazione o da malfunzionamenti imprevisti, così come gli attacchi compiuti da AWS privi di responsabilità morale o giuridica, potrebbero causare la perdita di familiari e amici, ognuno dei quali rappresenta una presenza insostituibile per chi lo ama.
Dal punto di vista dei diritti umani, la SGI ha ripetutamente portato al centro del dibattito internazionale il rischio che gli algoritmi dell’IA non soltanto riflettano i pregiudizi sociali esistenti, compresi quelli legati all’etnia, e ad altri aspetti dell’identità, ma li amplifichino ulteriormente.
In particolare, vi è il grave pericolo che classificare le persone in categorie rigide e tracciarne il profilo sulla base delle loro caratteristiche e dei loro schemi comportamentali possa portare gli AWS a colpire singoli individui sulla base della presunzione di una «criminalità intrinseca», ossia dell’assunto arbitrario secondo cui i membri di un determinato gruppo agiranno in un certo modo in futuro.
Il patrimonio comune dell’umanità è alla base del diritto internazionale umanitario
Oltre alla nostra profonda preoccupazione per la disumanità intrinseca degli AWS, desideriamo richiamare l’attenzione su un ulteriore pericolo di fondamentale importanza: se gli AWS dovessero diventare uno strumento ordinario di guerra in assenza di una solida regolamentazione internazionale, la possibilità di porre fine ai conflitti armati verrebbe sostanzialmente sottratta al controllo umano.
Mentre il numero delle vittime civili continua a crescere e gli attacchi disumani diventano sempre più frequenti nei conflitti in tutto il mondo, la preoccupazione per lo stato del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, ha raggiunto livelli senza precedenti.
Se, attraverso l’impiego incontrollato degli AWS, gli attacchi che coinvolgono civili dovessero diventare semiautomatizzati, la forza di contenimento della coscienza umana — che da lungo tempo costituisce uno dei fondamenti del diritto internazionale — andrebbe completamente perduta.
Nel maggio 2024 si è tenuto presso la sede del CICR a Ginevra un colloquio internazionale per commemorare il settantacinquesimo anniversario delle Convenzioni di Ginevra, pietra miliare del diritto internazionale umanitario, incentrato sul loro significato quale patrimonio comune dell’umanità.
Come suggerisce l’espressione stessa «patrimonio comune dell’umanità», nel corso della storia religioni, tradizioni e culture diverse hanno svolto un ruolo fondamentale nella formazione delle norme volte a salvaguardare l’umanità in tempo di guerra. L’ideale di proteggere l’umanità durante la guerra è stato coltivato molto prima di diventare una norma universale del diritto internazionale.
Per garantire che questa norma continui a durare nel tempo, è essenziale tornare a rivolgere la nostra attenzione agli ideali e ai valori che ci sono stati tramandati come patrimonio spirituale dell’umanità.
Una parabola buddista sul ristabilimento della pace
Gli insegnamenti buddisti offrono, in forme diverse, numerose lezioni sulla guerra e sulla pace. Un esempio significativo è la parabola del «kalpa delle armi», o «epoca degli armamenti», contenuta nel Dirghagama, una raccolta di antichi sutra buddisti.
La parabola narra come l’abbandono, da parte di un sovrano, delle leggi consolidate nel tempo che ponevano al primo posto il benessere del popolo condusse gradualmente al decadimento sociale e morale. Alla fine, le persone iniziarono ad aggredire chiunque incontrassero, come un cacciatore che, alla vista di un branco di cervi, cerca di ucciderli indiscriminatamente. Il mondo entrò così nel «kalpa delle armi», provocando una drastica riduzione della durata della vita umana.
Eppure, anche in condizioni così estreme di violenza incessante, vi furono persone che resistettero al rischio di essere trascinate nel ciclo della violenza e dello spargimento di sangue, dichiarando: «Se tu non mi fai del male, neanch’io ti farò del male».
Quando, in seguito, i sopravvissuti si incontrarono, si rallegrarono esclamando: «Sei vivo! Sei vivo!» e accolsero persino perfetti sconosciuti come membri della propria famiglia. Fu grazie all’esempio di coloro che avevano resistito che lo spirito della compassione tornò gradualmente nella società, la pace venne ristabilita e la durata della vita umana si allungò nuovamente.
Nelle guerre moderne, se l’impiego degli AWS dovesse diventare una pratica ordinaria, il valore morale del sincero voto dell’umanità di non fare del male agli altri verrebbe svuotato del suo significato più profondo. Sebbene tutelare la sicurezza nazionale costituisca una responsabilità essenziale per ogni Stato, chiediamo con forza alla comunità internazionale di tracciare una linea netta contro nuove armi che minacciano radicalmente il diritto universale alla vita dell’intera umanità.
Prevenire la distruzione e la divisione attraverso un cambiamento di prospettiva
Tra gli Stati che rimangono restii a regolamentare gli AWS, viene spesso sostenuto che una maggiore precisione nell’individuazione dei bersagli possa contribuire a ridurre le vittime civili. Eppure, se anche altri Stati sviluppassero e impiegassero tali armi e queste venissero utilizzate contro la propria popolazione in un futuro conflitto, potrebbero davvero essere considerate accettabili?
Pur affrontando una questione diversa da quella del disarmo, nella sua Proposta di pace del 2015 Daisaku Ikeda offrì la seguente riflessione sui diritti umani, chiedendo un radicale cambiamento di prospettiva:
«Nessuno giudicherebbe accettabile la violenza o l’oppressione sulla base di un pregiudizio verso qualche persona o la sua famiglia. Ma quando sono dirette verso altre etnie o popolazioni, non è insolito che le persone le considerino giustificate in base a qualche difetto o mancanza da parte delle vittime» (https://www.daisakuikeda.org/sub/resources/works/props/2015-peace-proposal-full/)
«Questo rende ancora più importante che le persone si allenino a comprendere gli altri e a vedere le cose attraverso i loro occhi. Senza questi sforzi, in particolare in periodi di elevate tensioni, è fin troppo facile che le nostre idee personali di cosa sia la pace o la giustizia diventino una minaccia per la vita e la dignità di altre persone» (ibidem, p. 27)
Riteniamo che, affinché le deliberazioni tra gli Stati sulla regolamentazione e sul divieto degli AWS possano diventare più costruttive, sia essenziale riesaminare la questione attraverso questo cambiamento di prospettiva.
La SGI ha promosso attivamente il dialogo interreligioso e interculturale per affrontare questioni globali, tra cui il disarmo e i diritti umani, sostenendo al contempo con costanza gli scambi culturali ed educativi a livello di base.
Questo impegno nasce dalla nostra convinzione, maturata nel corso di molti anni, che trasformare il modo in cui ci percepiamo reciprocamente — attraverso il dialogo e lo scambio che trascendono il quadro dello Stato-nazione — sia indispensabile per aprire vie verso la pace mondiale e ampliare la rete globale di solidarietà impegnata nel superamento delle sfide comuni dell’umanità.
Per loro stessa natura, le questioni legate alla pace — come quelle relative ai diritti umani — devono essere affrontate con l’obiettivo di garantire che tutte le persone siano protette in egual misura. È su questa base che dobbiamo agire, se vogliamo impedire che l’umanità venga condotta verso la distruzione e la divisione.
La SGI è determinata a collaborare con gli Stati che chiedono la regolamentazione e il divieto degli AWS, con il CICR e con le numerose organizzazioni della società civile e i leader religiosi che partecipano alla coalizione Stop Killer Robots. Ampliando la solidarietà globale tra le persone comuni e ponendo al centro le giovani generazioni, che daranno forma al futuro, intendiamo costruire un ampio e potente movimento di sostegno all’adozione di un trattato giuridicamente vincolante.
Il Comitato della SGI per le prospettive globali pubblica dichiarazioni che propongono possibili approcci alla risoluzione delle più urgenti sfide globali, sviluppando le idee avanzate dal presidente della SGI Daisaku Ikeda nelle sue Proposte di pace. Il Comitato è composto da responsabili della SGI impegnati in attività per la pace in diversi Paesi dell’Africa, della regione Asia-Pacifico, dell’Europa, dell’America del Nord e dell’America Latina.
