Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

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24 settembre 2026

Con UNHCR per Community Matching: da un incontro, una comunità che cambia

Il 21 e 22 settembre a Padova il Network del Community Matching si è riunito per condividere esperienze e prospettive dell’inclusione delle persone rifugiate. Al centro, il valore delle relazioni e la collaborazione tra cittadini, associazioni e istituzioni. Un percorso sostenuto dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai attraverso i fondi dell’8x1000

immagine di copertina

Un cambiamento può cominciare dall’incontro tra due persone. Una relazione che nel tempo coinvolge amici, famiglie, luoghi di studio e di lavoro, può contribuire a trasformare lo sguardo di un’intera comunità. È questa la forza del programma Community Matching, emersa nelle due giornate di confronto organizzate a Padova il 21 e 22 settembre, dal titolo Comunità in azione. Il Network del Community Matching: persone, territori e reti.
La prima giornata è stata dedicata ai lavori del Network negli spazi dell’Università e a seguire l’incontro serale alla Casa di Quartiere Portello ha riunito rifugiati e buddy coinvolti nel progetto, operatori e operatrici, UNHCR e lo stesso Istituto in un’iniziativa informale e ricca di incontri e scambi di esperienze. 

Il 22 settembre la Sala Anziani di Palazzo Moroni ha ospitato invece il confronto pubblico sul programma, sul suo impatto e sulle possibilità di sviluppo. Amministrazioni locali, istituzioni, associazioni, università e imprese hanno portato esperienze diverse, accomunate da una domanda: come rendere l’inclusione una pratica quotidiana, capace di coinvolgere tutta la comunità?
Il Community Matching mette in relazione persone rifugiate e cittadini e cittadine, i buddy, accompagnandoli nella costruzione di un rapporto di conoscenza e amicizia. Una dimensione personale che può diventare parte integrante delle politiche di accoglienza: a Padova, nello specifico, il programma è stato inserito nel capitolato del Sistema di accoglienza e integrazione (SAI).

Ad aprire la giornata sono stati i saluti di Margherita Colonnello, assessora del Comune di Padova, e di Francesca Bonelli, nuova rappresentante UNHCR per l’Italia, la Santa Sede, Malta e San Marino, insieme a Daniela Di Capua per l’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Francesca Bonelli ha sottolineato l’importanza dell’adesione di un altro Comune a quello che aspira a passare da esperimento a vero e proprio sistema, e ha ricordato come il ruolo della Soka Gakkai italiana sia stato fondamentale, non solo per il prezioso sostegno economico, ma anche per aver contribuito fin dall’inizio alla sua vera e propria ideazione. Nel suo intervento, Margherita Colonnello ha richiamato la necessità di tradurre l’impegno in azioni concrete, attraverso la collaborazione tra amministratori pubblici e Terzo settore. Ha anche proposto una riflessione sulle “bolle” nelle quali spesso ci muoviamo: ambienti in cui ci si comprende facilmente, ma che faticano a comunicare con altri, talvolta sempre più distanti dalle politiche di inclusione. Costruire relazioni significa anche cercare un passaggio tra questi mondi.

È su questo terreno che si colloca il sostegno dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, rappresentato all’incontro da Daniela Di Capua, direttrice dell’Ufficio 8x1000. Nel suo intervento, ha ricondotto la scelta di sostenere il Community Matching al principio buddista del rispetto della dignità della vita. Un principio che può apparire astratto, ma che acquista significato nello sforzo di renderlo concreto, ogni giorno, nei comportamenti e nelle scelte. 

«La coerenza è difficile, molto difficile», ha osservato. «Affermare il valore universale dei diritti umani richiede infatti di interrogarsi anche sui “però” e sulle eccezioni che rischiano di indebolire tale valore proprio quando riguarda l’accoglienza delle persone rifugiate».

Ha ricordato che il Community Matching è uno dei progetti sostenuti dall’Istituto attraverso i fondi 8x1000 da più tempo e fin dal suo avvio. Una continuità che esprime fiducia nella  capacità del programma di generare effetti che vanno oltre la durata delle singole attività.
Per descriverne la forza ha utilizzato l’immagine dei cerchi concentrici: dall’incontro tra due persone, accompagnate dalle associazioni, il cambiamento si estende agli amici, alle famiglie, ai luoghi di studio e di lavoro, fino a coinvolgere la comunità. «Questa coppia, in realtà, mette in moto dei cerchi concentrici, un’influenza nella propria realtà inizialmente piccola, poi sempre più grande». Lo scambio culturale diventa così un’occasione per mettersi nei panni dell’altro. Quando una persona cambia il proprio sguardo, anche chi le è vicino può trovare lo spazio per interrogarsi e mettere in discussione le proprie convinzioni.
È in questo senso che il Community Matching può definirsi «un movimento culturale, sostenuto dalle comunità e dalle istituzioni, capace di alimentare la speranza concreta in cambiamenti duraturi».

Alla presentazione dei risultati del programma e della rete del Network è stato dedicato l’intervento di Jasmine Mittendorff, coordinatrice del progetto Community Matching per UNHCR, insieme a Chiara Marchetti di CIAC e Lucia Ciravolo di Refugees Welcome Italia, partner operativi di UNHCR.
Tra il 2022 e giugno 2026 sono stati avviati 2.002 abbinamenti in 20 città, coinvolgendo persone rifugiate provenienti da oltre cinquanta Paesi. Parallelamente, il Network si è ampliato fino a raggiungere, nel 2026, 11 regioni, 25 province e 53 comuni, con trenta enti aderenti: una rete che condivide strumenti e buone pratiche per mettere le relazioni sociali al centro dei percorsi di inclusione. Il monitoraggio di 436 match conclusi nel 2025, con risultati rilevati a sei mesi dall’avvio, restituisce gli effetti concreti di questo impegno: il 62% ha registrato un miglioramento nell’orientamento sul territorio e nell’accesso ai servizi, il 52% nelle competenze linguistiche, il 26% nell’accesso al lavoro o nella condizione lavorativa e il 19% nell’accesso a un alloggio autonomo. Per il 31% è cresciuto il benessere generale percepito.
Il cambiamento riguarda anche le reti di relazione: nel 2025, la rete di contatti dei volontari con persone rifugiate è aumentata mediamente del 48%, mentre quella delle persone rifugiate con cittadini italiani è cresciuta del 42%. Circa 120 facilitatori di comunità hanno inoltre sostenuto le équipe locali nell’organizzazione di eventi, nel monitoraggio informale e nell’accompagnamento dei match più complessi.

Il confronto con le istituzioni e i territori ha mostrato quanto il Community Matching abbia bisogno di reti solide e di una responsabilità condivisa. Roberta Lulli, prefetta del Ministero dell’Interno, ha ricordato il contributo del Ministero alla promozione del programma nell’ambito di “FAMI Inclusione”, (Fondi europei) ribadendo l’importanza della sinergia istituzionale. Al dialogo ha partecipato anche Serena Martini del Servizio Centrale. Dalle amministrazioni di Bergamo, Padova, Santorso e Brescia sono emerse esperienze e questioni comuni: Bergamo ha descritto il Community Matching come un elemento strutturale delle politiche di inclusione, sostenuto dalla collaborazione tra comunità con background internazionali, diocesi e Terzo settore. Brescia ha evidenziato anche la fatica di costruire e accompagnare le relazioni, un impegno che richiede tempo e risorse. Da qui una riflessione sulle possibilità di estendere quanto appreso ad altri bisogni, come il contrasto alla solitudine delle persone anziane.
Le prospettive di collaborazione si sono ampliate con i contributi dell’università e delle imprese.
Marta Gaboardi, dell’Università di Padova, ha raccontato un percorso formativo che affianca alla teoria esperienze di mentoring tra studenti, studentesse e persone in condizioni di fragilità, tra cui richiedenti asilo e anziani. Le lezioni diventano uno spazio per sostenere le relazioni e affrontarne le difficoltà, in un processo di apprendimento che coinvolge anche chi si propone come buddy. Gaboardi ha richiamato inoltre l’importanza di valutarne l’impatto e la responsabilità educativa, culturale e politica dell’università. Il valore della reciprocità è tornato nelle testimonianze di Pamela De Filippi, coordinatrice della filiale di Padova di Orienta e buddy, e di Valeria Giaccari, co-fondatrice e consigliera di amministrazione dell’azienda: dalle esperienze personali al coinvolgimento di interi gruppi di colleghi, il volontariato aziendale può diventare un’occasione di trasformazione e partecipazione condivisa. Emanuele Scognamiglio, referente del Community Matching per CIAC, ha illustrato il ruolo del programma nei corridoi lavorativi, accompagnando le persone rifugiate arrivate attraverso percorsi regolari e sicuri per svolgere il lavoro desiderato. Un cammino lungo e impegnativo, la cui intensità è emersa anche nella testimonianza del lavoratore rifugiato Prince Matongo. Nel loro insieme, questi contributi hanno mostrato come, attraverso gesti quotidiani, relazioni e responsabilità condivise, l’incontro tra due persone possa generare un cambiamento che si estende all’intera comunità.

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