Come nasce l’associazione Rondine Cittadella della Pace?

Ho sempre coltivato un forte impegno per i giovani e per la pace che mi ha portato alla realizzazione di tante esperienze per poi giungere alla fondazione di Rondine, un luogo di ospitalità non solo fisica ma anche e soprattutto del cuore. Mi piace molto il detto «Non ti chiedo chi sei o da dove vieni, ma siccome sei umano qui c’è posto» che è il nostro valore fondante.
Nel corso degli anni abbiamo approfondito esperienze diversificate all’insegna della nonviolenza, come le azioni di mediazione di pace nell’ambito della guerra tra russi e ceceni.
Rondine è nata con l’ospitalità dei primi giovani russi e ceceni che hanno cercato, in uno spazio terzo, di mettere in campo strumenti per uscire dall’ “inganno del nemico” e accedere a una relazione rinnovata: dall’inimicizia all’amicizia.
Può parlarci in particolare del progetto riferito al quarto anno liceale residenziale?
Dopo i russi e i ceceni abbiamo ospitato anche israeliani e palestinesi, bosniaci e kosovari: coppie di giovani “nemici” che per due anni vivono insieme e fanno un lavoro di apertura e di dialogo. Ci siamo chiesti “Come possiamo dissolvere l’inganno del nemico?” e “Come possiamo far sì che le nostre relazioni siano sempre ospitali, gentili e aperte?”.
Tanti hanno chiesto di estendere il progetto a giovani italiani, da qui è nata l’iniziativa di formare una classe di circa trenta studenti da tutta Italia che vivono il quarto anno del liceo insieme, riconosciuto dal Ministero dell’Istruzione. È meraviglioso vedere questi ragazzi che vivono in una dimensione comunitaria, ognuno e ognuna così diversi tra loro. Ci mostra che le differenze sono una ricchezza.
Il nostro obiettivo è creare un “centro”, un punto di riferimento che li aiuti a capire chi vogliono essere e come desiderano spendere la propria vita. Si tratta di imparare a essere chi si è, a stare in piedi nelle conflittualità e nelle difficoltà. Oltre all’anno scolastico in presenza, è previsto un altro anno di progetto di ricaduta sociale nella loro comunità.
Le alleanze che abbiamo trovato ci consentono di garantire un accesso eterogeneo al progetto, come le due borse di studio finanziate tramite i fondi dell’8x1000 della Soka Gakkai, che hanno sostenuto famiglie che altrimenti non avrebbero potuto permettere ai figli/e di partecipare.
Secondo lei la pace è possibile?
C’è a volte un inganno della mente che porta a pensare che la pace sia al di fuori di noi. Alcuni studenti una volta mi hanno chiesto: “La pace non è un’utopia?”. Lo diventa se la riteniamo una faccenda fuori di noi. Se la pace parte da me, dalle mie relazioni, dalla mia cerchia sociale, allora guadagno la forza per parlare anche degli scenari globali. Se pensiamo di approcciarci al globale senza agganciarci al personale, lasciamo il passo al cinismo e all’indifferenza, che sono i veri aggressori della pace.
Rondine è un paese, questi ragazzi interagiscono anche nella realtà locale?
Rondine è un piccolo borgo ad Arezzo costruito sulle macerie di un castello distrutto nel 1600. Nel passato le città perfette cercavano di costruire al loro interno un mondo ideale, diverso e separato da ciò che le circondava. Oggi le cittadelle devono essere integrate: non si può lasciar fuori “il brutto”, per tale ragione i ragazzi non vivono in un contesto dispersivo ma allo stesso tempo un contesto mai chiuso su se stesso. Il punto è che non possiamo dimenticarci che ci stiamo rafforzando per il mondo, per impegnarci nella realtà.
Nell’aretino tutti conoscono i ragazzi di Rondine che sono molto attivi nella comunità locale. Siamo riusciti anche ad ospitare delle persone diversamente abili e questo è importante perché chi si prepara a essere leader di pace deve saper guardare a chi fatica, a chi va a un altro ritmo.
Come ha visto cambiare i giovani in questi anni riguardo all’approccio ai conflitti?
Il conflitto è energia perché si genera da una differenza che incontra un’altra differenza. C’è un episodio di Rondine molto famoso. I primi tre ceceni non volevano lavare la biancheria con quella dei russi. Questa storia è diventata un passaggio metaforico per cui si può diventare più splendenti condividendo anche lo sporco. Insegna a non negare, non escludere, ma condividere.
È chiaro che affinché questo avvenga ci vuole una dose di gentilezza che corrisponde, nella lavatrice, all’ammorbidente. Questi ragazzi imparano a non avere paura del conflitto e poi a praticarlo con delicatezza, ascolto, non reazione ma relazione, non immediatezza ma attesa.
Riguardo all’approccio al conflitto, nei primi anni i ragazzi arrivavano già strutturati e impegnati, oggi sono più isolati e fragili, con una solitudine profonda. Il loro dolore non evapora e spesso questi giovani lo ripiegano contro se stessi. Credo che i giovani abbiano bisogno di molta tenerezza che non è iperprotezione, a volte si è iperprotettivi senza essere teneri.
C’è qualche storia di ragazzi e ragazze che hanno frequentato Rondine che l’ha colpita particolarmente?
Ricordo una giovane che era sempre triste e non si apriva. Quando sono venuti degli ospiti a visitare Rondine, i ragazzi e le ragazze a turno li hanno portati in giro. Quando è toccato a lei, ha raccontato di aver deciso di partecipare al progetto perché voleva andare via di casa. Nel tempo però si era sentita fuori luogo: ogni persona era lì perché aveva individuato qualcosa da trasformare ma lei non sapeva quale fosse il motivo della sua partecipazione. Nei mesi successivi comprese che il vero nemico era lei stessa perché in passato aveva subito bullismo ma aveva negato tutto. Da lì qualcosa è iniziato a cambiare…
Un’altra ragazza, una volta tornata nella sua città ha creato un coro musicale in un quartiere multiculturale, dove migranti e cittadini locali potevano unirsi e cantare insieme. Un vigile urbano della città vedendo quella realtà l’ha segnalata al presidente della Repubblica che l’ha nominata Alfiere d’Italia. Ognuna delle loro esperienze è unica e insostituibile.
Una ragazza perse suo padre proprio durante il progetto… i ragazzi e le ragazze l’hanno sostenuta costantemente. L’elemento distintivo e arricchente è proprio la creazione di questo tessuto di relazioni umane.
Cosa significa per lei avere speranza?
La speranza va distinta dall’illusione. Essa significa ricercare un centro generativo dentro di noi che ci fa vedere che siamo “storia viva”, che la vita si snoda, si sviluppa e si rivela nel tempo. Per me la speranza è dare tempo al tempo, è un esercizio di fiducia nel tempo.
