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28 settembre 2024

Affrontare la malattia: la storia di Sergio e Mirella

Presentiamo il quarto episodio del podcast Fragranze: “Affrontare la malattia: la storia di Sergio e Mirella”. In questo articolo anche la trascrizione integrale della puntata

immagine di copertina

Bentornati su “FRAGRANZE” un podcast de IL NUOVO RINASCIMENTO che racconta storie di vita quotidiana di chi, grazie al Buddismo, è riuscito a trasformare la propria vita e a farla fiorire.

«Il ciliegio ha un tronco robusto, il susino un profumo delicato e il pesco un colore meraviglioso. Quando arriva la primavera ciascuno di loro sboccia a modo suo, producendo dei fiori unici».

Mi chiamo Elena Cavallone e questo non è un podcast sul giardinaggio, ma sulla saggezza del Buddismo praticato dalla Soka Gakkai, una scuola laica che si basa sugli insegnamenti di Nichiren Daishonin, vissuto nel tredicesimo secolo.

In questo spazio parleremo degli ostacoli che ognuno di noi può incontrare lungo il cammino; che si tratti di relazioni complicate, difficoltà sul lavoro, sogni che faticano a realizzarsi o semplicemente di quel senso di rassegnazione che ci accompagna, ecco il Buddismo permette di affrontare in maniera diversa quelle situazioni che ci fanno soffrire.

Perché siamo tutti dei Budda, ma spesso ce lo dimentichiamo.

ELENA: Qual è il modo migliore per affrontare una malattia secondo il Buddismo?
Sfogliando il dizionario, alla parola salute ho trovato questa definizione: “Stato di benessere fisico e di armonico equilibrio psichico dell’organismo umano in quanto esente da malattie, da imperfezioni e disturbi organici o funzionali”.
Guy Bourgeault, professore presso l’Università di Montreal, sostiene invece che la salute non è la completa assenza di malattia, ma la lotta incessante di un organismo per preservarsi in equilibrio dinamico di fronte alla costante minaccia di ammalarsi. Questa definizione è molto in linea con la visione della malattia proposta dal Buddismo, che considera la vita come un’unità indissolubile di aspetti fisici e spirituali. È da questo punto che vorrei partire per introdurre l’esperienza di Sergio e Mirella.
È la fine degli anni Novanta quando Sergio, appena laureato in ingegneria, incontra il Buddismo tramite suo fratello. Nonostante nella sua città, Vicenza, il lavoro non manchi, il suo curriculum viene rigettato dalle aziende della zona. Mi racconta che in quel periodo gli sembrava di avere davanti a sé un muro insormontabile. Durante la nostra chiacchierata, sottolinea più volte il fatto di come fosse difficile per lui uscire fuori da un modo di ragionare limitante che, in certo senso, restringeva la sua visione del mondo. Viene però incoraggiato dai princìpi buddisti, secondo cui ogni difficoltà può trasformarsi in un’opportunità e trova così il coraggio per inviare il suo curriculum anche per posizioni a cui non avrebbe mai pensato. E le cose iniziano a muoversi.

SERGIO: Il mio primo lavoro è stato con le Nazioni Unite. Sono stato inviato in Kosovo quindi per me è stata veramente, come dire, una prova enorme e se io non avessi conosciuto il Buddismo sicuramente avrei considerato tutti i rifiuti ricevuti come delle pietre tombali sul mio futuro. Invece, il coraggio di insistere e la fiducia, un po’ anche la scelta, la spregiudicatezza di provare di cose incredibili mi hanno aperto questa strada che poi è diventata per molti anni il mio lavoro, ho lavorato nella cooperazione internazionale per più di dieci anni.

ELENA: Mirella, invece, incontra il Buddismo da giovanissima, a 18 anni, un’età che nel suo caso però non è per nulla spensierata. Nella sua famiglia le relazioni sono molto turbolente e caratterizzate da litigi, violenze e dipendenze da alcool e droghe. Mirella soffre molto, al punto di scappare di casa più volte. A parlarle del Buddismo è la persona che le aveva fatto da baby-sitter quando era piccola, di cui si fida molto.

MIRELLA: Io l'avevo vista cambiare completamente, trasformarsi e venir fuori da situazioni sue personali importanti e quindi quando me ne ha parlato io mi sono fidata di lei. Mi ha detto in due parole: devi recitare Nam-myoho-renge-kyo .
Mi ha detto: questo è il nome della Buddità. Tu quando la reciti emerge questa parte più bella, più positiva, da dentro la tua vita e trasformi le tue sofferenze.
Io sono figlia unica, quindi è come se quando poi ho abbracciato il Gohonzon avessi trovato un sostegno in questa situazione che era molto difficile da vivere da sola. Da subito i miei hanno ridotto e poi nel tempo smesso con gli abusi di alcol e io lo stesso.  Ognuno, insomma, tutti e tre abbiamo risolto in qualche modo le nostre dipendenze io ho iniziato poi la mia vita, ad andare all'università e a praticare con costanza.

ELENA: Sergio e Mirella iniziano quindi a prendere parte alle attività dei Centri culturali buddisti della loro zona ed è proprio così che le loro vite si sfiorano.

MIRELLA: Ho conosciuto Sergio un po’ a caso, anche se poi il caso, come dire, non esiste. Io praticando avevo iniziato proprio a chiarire quali potevano essere i valori che volevo trovare nella persona con la quale condividere la mia vita e ricordo di aver messo proprio questi tre aggettivi: una persona forte, una persona onesta e una persona pura. E poi ho aggiunto dopo qualche mese questa frase: che questa persona era quella con la quale avrei realizzato la felicità nostra e di tutte le persone.

ELENA: Verso la fine del ‘98 Sergio decide di ricevere il Gohonzon, l’oggetto di culto del Buddismo di Nichiren Daishonin e di diventare membro della Soka Gakkai
Sergio e Mirella condividono anche lo stesso interesse per la cooperazione internazionale, che li porta a spostarsi spesso per lavorare in zone di guerra. In quegli anni assistono a molte atrocità che affrontano grazie alla pratica buddista.

MIRELLA: Siamo partiti entrambi nelle missioni umanitarie con ruoli diversi, ma negli stessi Paesi. Quindi abbiamo condiviso l'orrore della guerra ed entrambi abbiamo davvero recitato molto Nam-myoho-renge-kyo proprio per trasformare la realtà dove abitavamo perché era una realtà davvero difficile.

SERGIO: Questa pratica ci ha aiutato diciamo a mettere al centro della relazione qualcosa di comune forse più grande della relazione in sé.

MIRELLA: La recitazione di Nam-myoho-renge-kyo fa aumentare il proprio stato vitale cioè avere uno stato vitale pieno di speranza, che non si lamentava, che faceva delle scelte lucide.
La seconda cosa sicuramente la saggezza. Per esempio, non so, capire se era il momento per fare una certa missione in quel posto lì oppure rinunciare.

ELENA: Passano gli anni e, tra partenze e nuove missioni all’estero, nel frattempo nasce anche loro figlio Giovanni. Nel 2013 Sergio si reca in ospedale per fare un controllo a causa di una banale colica renale. Come spesso accade, è in procinto di partire per un nuovo viaggio di lavoro che lo avrebbe allontanato da casa per sei mesi. Ma i suoi piani vengono stravolti.

SERGIO: “Vado dal dottore dico: guardi io ho fatto questa TAC per sicurezza però domani devo partire quindi va beh ci pensiamo fra sei mesi. E il medico ha detto: "no, non ci siamo fra sei mesi, deve andare d'urgenza in ospedale".

MIRELLA: Molto velocemente si è capito che era una grave forma di tumore maligno che però andava assolutamente operata a livello chirurgico, non si poteva fare in altro modo e quindi il 18 novembre del 2013 gli è stato rimosso il rene.

SERGIO: È stato veramente come dire un risveglio, una bastonata... non so come chiamarla. Cioè come impossibile? Nel senso, la mia vita avanza come un treno non credevo fosse possibile un ostacolo di quel di quel tipo poi un ostacolo di salute molto importante.

ELENA: Sergio viene sottoposto a un’operazione di asportazione di un rene. La procedura va a buon fine e non sembra avere ripercussioni fisiche. Insomma, tutto è andato bene. Ma lui stesso ammette di essere uscito “spento” da quell’esperienza, come se qualcosa dentro di lui si fosse rotto.

SERGIO: Questo stop fisico aveva diciamo aperto una porta che io non avevo mai voluto aprire che era un malessere più psicologico che fisico. Io non avevo non avevo più la vitalità per poter affrontare ancora la professione che io avevo fatto finora.

MIRELLA: Sergio ha manifestato dopo il tumore la paura della malattia, la paura comunque della morte. Ha permesso che emergesse una profonda depressione che era qualcosa diciamo già presente nella sua vita però davanti a questa paura è proprio messa in tutta la sua virulenza.

ELENA: Questa condizione vitale bassa ha anche conseguenze a livello lavorativo perché Sergio resta senza lavoro. Ormai è fuori dal giro delle missioni per conto delle Nazioni Unite ed è costretto a guardarsi intorno e a cercare lavoro nella sua provincia.  Ma le aziende e le realtà professionali con cui viene in contatto sembrano non apprezzare la sua esperienza all’estero.

SERGIO: Avevo questa aspettativa che fossi in credito verso la vita di un po’ di fortuna. In realtà mi sembrava proprio che la sfortuna si moltiplicava all'infinito perché non solo avevo avuto lo stop fisico, ma questo stop fisico mi aveva aperto una sofferenza più, diciamo più sottile, psicologica, che mi aveva stoppato le tutte le strade professionali. Quindi mi trovavo veramente in un vicolo cieco.

ELENA: Quando la malattia colpisce una persona cara, come un familiare o un amico, in realtà stravolge in profondità anche la vita delle persone che gli stanno accanto. Secondo la visione buddista, nella vita esistono quattro sofferenze alle quali nessuno può sfuggire: nascita, invecchiamento, malattia e morte. Gli insegnamenti buddisti non offrono la promessa di evitarle o di farle sparire ma di fornire strumenti per affrontarle senza esserne sconvolti. Anzi, di utilizzarle come occasioni per manifestare appieno la Buddità, uno stato vitale ampio caratterizzato da saggezza, forza e compassione. Chiedo quindi a Mirella in che modo lei riuscisse ad affrontare questa sofferenza.

MIRELLA: Per me la cosa più ovvia è stata quella di recitare Nam-myoho-renge-kyo. Ho recitato 1 ora, 2 ore, 3 ore... appena potevo. Poi sono ripartita dallo studio dei princìpi buddisti. In questi anni ho realizzato che la malattia non era il problema in sé o la depressione. Il vero problema era la funzione negativa che portava la malattia. Aveva questa funzione di destabilizzare, di togliermi le forze, di rendermi senza speranza, di distruggere le cose che avevo costruito, che avevamo costruito con così tanta fatica. Quando ho realizzato questo punto è stato importante perché ho realizzato che la funzione negativa della malattia impediva a me e a Sergio, di conseguenza anche a nostro figlio di manifestare la nostra vera natura di Budda.

ELENA: Daisaku Ikeda, terzo presidente della Soka Gakkai, spiega in effetti che dalla prospettiva buddista, la salute si può definire come lo stato in cui riusciamo a rispondere con successo alla funzione negativa della malattia. Un altro dubbio che potrebbe assalire chi si ammala è quello di pensare che la malattia sia una sorta di punizione, di cartina al tornasole delle nostre azioni sbagliate. Anche su questo punto il Buddismo offre una visione diversa, sebbene a prima vista difficile da comprendere.

MIRELLA: Una cosa che abbiamo realizzato abbastanza presto è che la malattia non ha niente a che fare con il fatto che uno sta praticando bene o sta praticando male. O se è bravo. O è cattivo. La malattia - da un punto di vista dell'eternità della vita di cui parla il Buddismo - è l'opportunità di affrontare un problema che si sta manifestando dal mio passato, oggi, nel mio presente. Ma se non si manifestasse io non lo potrei trasformare.  Faccio sempre più spesso l'esempio, magari non è proprio il più bello, se uno ha un ascesso. Finché l'ascesso non si manifesta non può essere ripulito.

ELENA: La malattia obbliga infatti Sergio a guardarsi dentro e ad affrontare alcuni aspetti della sua vita che non aveva mai considerato. Anche in questo caso, capisce che deve fare qualcosa di diverso.

SERGIO: Il percorso psicologico da un lato mi ha fatto capire l'importanza che io davo allo status e al successo economico. Io cercavo il successo nel lavoro cose che avrei dovuto cercare magari in famiglia o più vicino. Non è sano che uno per quanto sia bello e affascinante il lavoro il 100% della sua felicità sia basato su quello insomma. E la pratica poi mi ha aiutato a capire che in qualunque situazione in qualunque ambiente in qualunque tipo di professione possiamo essere importanti, indispensabili fare un cambiamento ed essere grati, ripagati e soddisfatti.

ELENA: Le riflessioni di Sergio mi risuonano molto perché anche io, ma credo succeda a tante persone, do molta importanza al lavoro inteso come parte della mia identità. In alcuni casi addirittura ci identifichiamo nella nostra professione. Come se il nostro valore dipendesse dal ruolo che occupiamo nella società. Ogni volta che pensiamo di legare il valore della nostra vita a una condizione esterna non diamo davvero dignità alla nostra vita e questa consapevolezza spalanca a Sergio un nuovo modo di vivere.

SERGIO: È come se avessi scoperto modi nuovi di essere felice, cioè io ero educato ad avere solo 1 o 2 modi per essere felice: o guadagnare tanto o avere un titolo altisonante. Io conoscevo quei due modi lì. Fortunatamente ho imparato che posso essere felice anche se rientro a casa e c'è mia moglie, mio figlio, il mio cane. Anzi, uno dei modi che ho imparato era rientrare a casa con delle persone sorridenti. A me dà una felicità molto grande, perché nella mia famiglia questo spesso non capitava. Invece, tornare a casa con delle persone sorridenti è una delle cose che adesso è molto alta nella mia priorità di cose che mi fanno felice.

ELENA: La situazione inizia a sbloccarsi e Sergio trova lavoro presso una cooperativa che si occupa di accoglienza dei migranti. Nel frattempo, essendo passati 5 anni dal tumore che gli era stato asportato e non avendo presentato recidive, Sergio viene dichiarato guarito. Inizia però a sentirsi molto stanco, ad avvertire un senso di affaticamento anche per svolgere le mansioni quotidiane e si consulta con il suo medico di base. Gli viene prescritto un test sotto sforzo dal quale risulta che è tutto a posto e così passano sei mesi, ma la stanchezza persiste. Torna allora dal suo medico, ma trova un sostituto, che invece gli prescrive delle analisi del sangue.

SERGIO: Mi chiamano dall’ospedale dove avevo appena fatto gli esami e mi chiedono: «Lei ha appena fatto gli esami? è meglio che venga qui in pronto soccorso perché non sono molto buoni».

MIRELLA: Mi dicono che lo dovevo portare immediatamente in ospedale con una valigia che doveva essere ricoverato perché aveva i livelli di emoglobina che erano praticamente al minimo vitale e quindi sarebbe morto per mancanza di emoglobina. Noi siamo arrivati così, un po’ inconsapevoli, ignari di tutto e l'hanno messo subito sotto con una trasfusione e l'hanno tenuto per quattro giorni e nel frattempo hanno fatto gli accertamenti e lì hanno trovato che era questo tumore, questa volta molto raro allo stomaco, che però aveva già preso l'esofago, una parte di intestino, la milza, il pancreas. Era insomma ampiamente diffuso.

SERGIO: È stata una prova di nuovo importante perché dopo cinque anni, dopo aver fatto questo cambiamento, trasformazione, aver rilanciato sulla professione mi sentivo "ma no non è possibile" è come se ancora una volta io non avessi diritto, come se io provassi a essere una persona mediamente felice, normale e neanche quello perché appena avevo un minimo di qualcosa che andava bene… niente.

MIRELLA: Entra in gioco uno dei punti fondamentali della nostra pratica e che è la non-dualità di maestro discepolo. Io ho un maestro nella vita come tutte le persone che praticano questo Buddismo e che scelgono di averlo. Ed è Daisaku Ikeda, che a mancato l'anno scorso a novembre. Proprio in quel periodo lì, penso che sia stato la settimana prima, avevo letto uno scritto di Ikeda dove definiva la funzione negativa come qualcosa di implacabile, di subdolo e di determinato e mi sono fidata anche di questo. Quindi ho detto devo approfondire questa cosa qua perché non è una lotta, semplice, veloce. Qua ci vorrà del tempo, qua stiamo parlando di asportazione di molti organi. E poi l'idea che Sergio potesse morire era qualcosa di presente quotidianamente però mi son fidata ciecamente delle sue parole e ho cercato di rispondere a queste tre caratteristiche reagendo con una fede instancabile, senza paura e assidua proprio per far emergere la Buddità e la forza vitale di cui parlavo prima per me per Sergio.

SERGIO: Io penso che in questo periodo di vent'anni di pratica, io dal mio lato mia moglie dal suo e noi due assieme, abbiamo costruito dentro di noi un modo di vedere le cose in cui i princìpi del Buddismo sono al centro. Crediamo che insomma che recitando emerga da noi una saggezza che ci faccia scegliere nei momenti difficili la strada giusta.

ELENA: Mentre scrivevo questa puntata mi sono imbattuta in una frase di Daisaku Ikeda che credo descriva molto bene l’atteggiamento di Sergio e Mirella. “Pensare al Buddismo come a un insegnamento placido, esposto in un ambiente bucolico, sotto l’ombra di un albero, significa farsene un’immagine sbagliata. Il Buddismo è pratico, non cerca l’evasione”. Ed è proprio così: è seguita subito un’azione con la forte determinazione di trovare il medico migliore. Nel Buddismo si parla spesso di Shoten Zenjin, ovvero funzioni protettrici, che si manifestano nel nostro ambiente come risposta a una nostra trasformazione interiore. Nel loro caso si tratta di un’amica che, per pura coincidenza, qualche giorno prima aveva conosciuto il medico più qualificato per effettuare quella operazione.

MIRELLA: In due parole, 10 minuti dopo avevo un messaggio del medico sul mio cellulare che mi diceva di inviargli tutte le foto di tutti i referti e di andare il giorno dopo da lui alle 06:30 di mattina. E quando siamo arrivati il giorno dopo da lui è stato preso in carico nell'ospedale di questo professore ed è lui personalmente che l'ha operato.

SERGIO: Io penso che sia stato quello il momento decisivo in cui assieme io e mia moglie abbiamo deciso "no, dobbiamo aprire una strada nuova, ci deve essere una strada nuova" e la strada nuova si è aperta giorno dopo.

ELENA: Il medico propone di effettuare un ciclo di chemioterapia che però non va a buon fine e Sergio viene quindi sottoposto a una difficile operazione di quattordici ore durante la quale viene rianimato due volte. Gli vengono asportati sei organi e viene dimesso dall’ospedale senza metastasi.

SERGIO: La malattia per me era quasi come fosse una la sconfitta, la fine di un sogno, questo secondo tumore era sicuramente la fine di un modo di vivere perché, bene che fossero andate le cose, non avrei sicuramente potuto più vivere come avevo vissuto prima quindi intanto cambiare questo modo di vedere la malattia per me è stato un passo importante.
In quel periodo una delle cose che ho fatto è stato quella di approfondire molto la visione buddista della malattia. Soprattutto i testi del presidente Ikeda mi hanno aiutato a usare la malattia per veramente cambiare profondamente. Qualunque fosse stato il mio successivo periodo di vita, avevo deciso che avrei voluto cambiare. Per me è stata anche una scelta. Guardarmi dentro e finire anche il percorso psicologico, aprire delle pagine della mia vita, della mia famiglia del mio passato e pulire, aprire questi cassetti e tirar fuori tutto lo sporco tutta la polvere, fare ordine.

ELENA: Abbiamo già detto che la malattia rappresenta una grande sfida anche per chi sostiene una persona malata. In concreto però voglio capire che indicazioni la pratica buddista fornisce per portare avanti questa lotta insieme.

MIRELLA: Eliminare l'idea che il malato è debole. Cioè il malato è un Budda che in questo momento manifesta una malattia ed ha la forza della Buddità dentro la sua vita. Il mio obiettivo era avere sempre chiaro questo cioè Sergio poteva essere debole in quel momento lì perché stava comunque affrontando una lotta importante.  Però la sua vita dentro era forte. Ecco, questo è un altro aspetto di fede per me.
Poi l'altro è stato eliminare un altro pregiudizio cioè che il malato attribuisce tutto alla malattia, per esempio Sergio mi diceva sono stanco perché sono malato. In realtà da un punto di vista del Buddismo non è proprio così cioè uno può essere molto stanco anche quando non è malato. Quindi ho dovuto anche eliminare un po’ quest'idea che lo dovevo sempre proteggere. Considerarlo sempre come un Budda che ha tutte le possibilità dentro di sé di guarire la vita. Poi come finisce la malattia non lo potevamo sapere, ma che lui aveva questa possibilità di attivare questo potere infinito nella sua vita.

ELENA: Proprio su questo punto voglio avere un po’ di chiarezza perché quando qualcuno mi dice che è possibile guarire grazie alla fede io storco sempre il naso, come se fosse un’affermazione un po’ come dire esagerata. Negli anni ho letto e riletto un Gosho che si chiama “Il prolungamento della vita” dove Nichiren Daishonin esorta una giovane donna ad affidarsi alle cure di un bravo medico e a mantenere salda la fede in Nam-myoho-renge-kyo per poter guarire. Ma esattamente che cosa vuol dire?

MIRELLA: Recitare fa emergere la natura di Budda che è inerente alla nostra vita. Questo permette una trasformazione del karma e la guarigione può essere la conseguenza di questa trasformazione. Un cambiamento nel nostro ichinen, che vuol dire nella nostra disposizione interiore, nella nostra determinazione attraverso la fede nella legge mistica, ci permette di trasformare la nostra vita e di conseguenza, per il principio di unicità tra la vita e il nostro ambiente, anche il nostro ambiente. Qua sto parlando di disposizione interiore. Non sto parlando di forza di volontà. È un cambiamento di disposizione interiore che si fa con la recitazione

ELENA: Mirella mi legge un estratto del Gosho “Il conseguimento della Buddità in questa esistenza” dove Nichiren Daishonin scrive che “La vita in ogni singolo istante permea l’intero regno dei fenomeni e si manifesta in ognuno di essi”. Quindi se ho capito bene, fondamentalmente il Buddismo vede gli aspetti fisici e spirituali come manifestazioni della forza vitale inerente all’universo stesso.

Dopo qualche mese, però, il tumore però si ripresenta, e si diffonde in altre parti del corpo fino a bloccare completamente l’alimentazione. Purtroppo, la malattia va avanti e sia medici che infermieri ritengono che ormai non ci sia più nulla da fare. Sergio viene allora trasferito a un hospice per essere accompagnato alla morte. Per i medici è questione di ore e danno per scontato che non supererà la notte.

SERGIO: Quando lì mi hanno detto: «qui non possiamo fare niente» è stato difficile. Forse lì in quel momento ricordo bene che nel letto dell'ospedale ho cominciato come dire a seriamente a valutare il fatto che sarei morto da lì a poco. E allora ho pensato boh adesso io mi devo preparare a morire e allora mi sono veramente aggrappato alla pratica buddista che, ripeto, ho deciso essere il mio modo di vivere, e ho cominciato a recitare per essere felice dopo la morte.

Quindi pregare per una morte serena. Dall'altro lato, però, mi ricordo l'incoraggiamento di un compagno di fede che se le cose che devo fare ancora in questa vita non sono terminate allora devo portarle a termine. Ho coltivato questa piccola fiammella di speranza piccola tenendola che non si spegnesse. E ho continuato a recitare con questa decisione: la mia missione, se vogliamo chiamarla così, le cose che devo fare in questa mia vita devo ancora finirle prima di morire poi quando muoio.. va beh, morirò.

MIRELLA: Quando si dice di leggere le parole del Buddismo, per esempio le lettere che Nichiren Daishonin scriveva ai discepoli, che noi chiamiamo Gosho; quando mi dicevano leggile, approfondiscile, all'inizio le sentivo anche un po’ pesantucce, sinceramente. Poi dopo, crescendo, ho iniziato ad approfondirlo finché ho proprio iniziato a guardare al Gosho come se quelle parole lì sono scritte così, hanno un senso così, è inutile che le interpreti. Le metto in pratica così come le leggo.

ELENA: Mirella approfondisce lo scritto di Nichiren Daishonin, intitolato “Il prolungamento della vita”, dove in un passaggio recita: “Un giorno di vita è molto più prezioso di tutti i tesori del sistema maggiore di mondi”. Quella notte mette a letto il figlio, e si addormenta sul divano accanto al telefono aspettando che dall’ hospice qualcuno la chiami.

MIRELLA: Mi sono addormentata sul divano mezza storta e il giorno dopo mi alzo di corsa, proprio di soprassalto. Il telefono non era suonato, quindi mi lavo, mi vesto velocemente, arrivo in ospedale e lui è vivo ed è rimasto Vivo. Questa cosa è successa praticamente per tre settimane e in quelle tre settimane nessuno ha mai capito perché lui fosse vivo. Perché era inspiegabile a livello fisico, aveva di nuovo i livelli di emoglobina bassissimi, aveva sempre le sue metastasi, non era spiegabile però in quelle tre settimane quello che è successo è che un ospedale mi ha contattato per spiegarmi che loro avevano una cura sperimentale che era efficace solo nel 2% dei casi, ma che era sperimentale, cioè ancora in laboratorio non era mai stata provata e che se per favore potevo parlare con Sergio, se lui poteva donare quello che gli rimaneva da vivere per tirare fuori questa cura dalla sperimentazione. E Sergio ricordo che mi ha detto sì. Subito. Mi ha detto offro quello che ho in questo momento ho solo questo.

Anche la medicina tradizionale sta esplorando sempre di più la relazione tra mente e corpo e molti medici sostengono che uno stato vitale basso come quello dovuto a depressione o disperazione compromette la resistenza dell’organismo, rendendoci più vulnerabili.

ELENA: Il terzo presidente della Soka Gakkai Daisaku Ikeda insiste sul ricercare una positiva determinazione a superare la malattia per “guidare” i nostri organi e persino le singole cellule verso la guarigione.

«Quando la nostra determinazione cambia – scrive– tutto comincerà a muoversi nella direzione che desideriamo. Nel momento in cui decidiamo di essere vittoriosi, ogni nervo e fibra del nostro essere si dirigerà immediatamente verso il nostro successo. Se invece pensiamo che “non ce la faremo mai” allora in quell’istante, ogni nostra cellula sarà come svuotata e soccomberà».

ELENA: Sergio racconta che per tutto quel tempo non aveva smesso mai di recitare Daimoku, di studiare il Gosho e sforzarsi di incoraggiare gli altri a praticare, anche dalla rianimazione.
E che quello che gli dava forza era questo pensiero costante: “Se la Legge mistica governa il cielo e la terra, e tutte le cose, allora governa anche le cellule del mio corpo”. 

SERGIO: Quest’immagine dei pianeti che governano io me la ricordo perché mi serviva per ricordare a me stesso di quanto i principi su cui io mi baso siano potenti. Se ci guardiamo attorno con occhi liberi vediamo quante cose ci sono nel mondo, nel cielo e tutto questo è governato, non girano a caso. Allora anche le mie cellule non girano a caso, anche le medicine non devono andare a caso, devono andare dove servono. Questa era non so come dire l'intenzione che io creavo nel cuore. Io cercavo di costruire come una convinzione profonda, mettere insieme tutti questi anni di pratica, approfondimenti, studi, come se tutte le cose che avessi fatto prima arrivavano al punto finale. Questa è la battaglia più importante della mia vita, non il colloquio, non la morosa, non il mutuo. Tutto il resto è polvere. E qui io devo concentrare tutte le mie forze, ma non fisiche perché a quel punto non ne avevo, ma le forze del cuore. Quindi in quel momento dire: «la Legge governa tutto quindi io ci credo punto». Questo era il mio pensiero costante in quel momento lì.

ELENA: La procedura per la sperimentazione della nuova cura prevede che a Sergio vengano somministrate tre dosi, entro le quali deve mostrare segni di miglioramento, in caso contrario la sperimentazione verrà chiusa.

SERGIO: Ho fatto questa prima dose, poi dopo due settimane una seconda. Quelle tre settimane lì sono state veramente intense perché io sentivo che qualcosa stava succedendo però non sapevo se veramente fosse una mia sensazione.

MIRELLA: Una dopo l'altra le metastasi prima sono si sono ridotte del 25%, poi del 40, poi del 60, finché Sergio è riuscito a tornare a casa.  E questo nel 2019, 2020, 2021, praticamente nel 2022 La sua TAC c'era scritto “nessuna evidenza di malattia”. Quindi lui ad oggi è ancora sotto immunoterapia perché, essendo il paziente zero, la continua. Nel senso che non si sa bene come funziona, di fatto è già la seconda tac che dice che non c'è più malattia. Quindi lui è stato mandato a casa inoperabile con 300, 400, non sapevano più contare le metastasi e una alla volta queste metastasi sono regredite fino a sparire.

SERGIO: Mi sono sentito come scrive il presidente Ikeda in un testo che dice la malattia viene per farvi chiudere dei capitoli del passato e farvi ripartire più leggeri e su nuove basi e questa malattia per me è stata veramente chiudere dei capitoli e ripartire in maniera completamente diversa.

ELENA: Il Buddismo insegna il principio mistico della “causa originale” (honnin-myo), ovvero lo spirito di ricominciare sempre di nuovo e di andare avanti da questo momento in poi. In effetti il "myo” di Nam-myoho-renge-kyo ha diversi significati in giapponese tra cui aprire e rivitalizzare. Per questo, mi spiega Sergio, la pratica buddista è stata fondamentale per infondere coraggio e vitalità anche quando si trovava a un punto morto.

SERGIO: Ma la cosa che mi ha aiutato molto era questa capacità di ripartire dopo la delusione precedente. Ci sono stati tanti step e tutto questo sì è allungato in un periodo di due anni e mezzo in cui ho avuto anche mesi e mesi di alimentazione endovenosa quindi anche di debolezza. La pratica mi ha allenato a ripartire, ripartire, ripartire fino all’ultimo giorno, all’ultima goccia.

Quasi mi vien da dire che nel letto di ospedale avevo più forza vitale che prima di ammalarmi. Nella fase prima, dopo le sconfitte diciamo professionali, mi ero prosciugato non riuscivo più a tirarne fuori. La pratica per me ha avuto la funzione di aprire di far emergere non so come dire da dentro di me un’energia che io stesso io non credo di avere. Ancora mi stupisco da solo da dove escano queste questa energia, è una cosa che per me è impagabile.

ELENA: C’è un aspetto però che ancora mi sfugge. Nel Buddismo si parla molto del karma, ovvero del bagaglio di cause che abbiamo messo nelle nostre vite precedenti e che influenzano la nostra esistenza attuale. Ma, se attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo possiamo trasformare solo il nostro personale karma… che senso ha allora praticare per la guarigione di qualcun altro?

MIRELLA: Io posso recitare per trasformare il mio karma. Nella trasformazione del mio karma con la mia vita influenzo il mio ambiente. Quindi io recitavo per essere felice e ovviamente non ero felice con Sergio che stava morendo. Ma ho continuato a mantenere proprio questa determinazione che volevo trasformare il karma di rimanere vedova giovane con un bambino piccolo. Questo a un certo momento è stato proprio il mio obiettivo principale perché ovviamente io recitavo Nam-myoho-renge-kyo per la guarigione di Sergio però io devo partire da me. Quella è stata anche la trasformazione nel senso che quando ho messo veramente davanti al Gohonzon tutta me stessa, tutta la mia vita ho potuto anche risvegliare in qualche modo Sergio che mettesse davanti al Gohonzon tutto sé stesso e tutta la sua vita. Perché non dimentichiamoci che in questo caso noi eravamo in due. Sergio, nonostante stesse in rianimazione, non ha mai smesso di recitare, non riusciva a dirlo con la bocca, ma continuava a farlo nella testa. Quindi ha sempre recitato, lui ha cambiato il suo karma e io ho cambiato insieme a lui il mio e quello di soffrire, di perderlo.

ELENA: L’esperienza di Mirella e Sergio è davvero molto incoraggiante e tra i tanti aspetti di questa vicenda ce n’è uno che è ancora più sorprendente. Il secondo tumore di Sergio è stato diagnosticato con sei mesi di ritardo perché il medico di base gli aveva fatto perdere tempo prescrivendo degli esami inutili. Ebbene, qualche tempo dopo Sergio capisce che anche questo ha contribuito alla sua guarigione.

SERGIO: Ho avuto la possibilità di testare il farmaco solo perché ero in ospedale in fin di vita in quel momento lì non sei mesi prima, non sei mesi dopo perché le finestre della sperimentazione non sono aperte per molto tempo. Quindi questo mi ha ridato la prova concreta che anche un ritardo si può trasformare in una cosa positiva. Oggi ogni mattina mi dico “qualunque cosa mi succederà può trasformarsi in qualcosa di positivo.”

ELENA: Durante la loro battaglia Sergio e Mirella hanno parlato del Buddismo a moltissime persone. Alcune sono rimaste colpite dalla loro tenacia e dal loro stato vitale tanto da abbracciare questi insegnamenti e ricevere il Gohonzon. Sergio è stato il primo paziente di questa cura, che ora è standard e disponibile per chi ne ha bisogno. Ripenso alla parola “missione”, che in giapponese è formata da due caratteri che insieme significano “usare la vita”. Questo credo sia stato il motore che gli ha permesso di portare avanti la loro lotta.

MIRELLA: Qua devo introdurre un altro concetto importante che è quello del voto. Il voto per noi è più di una promessa. Lo dice la parola stessa. Cioè è determinare ardentemente. Di utilizzare la propria vita proprio per realizzare quello che dicevo prima cioè la trasformazione del karma dell'umanità intera. Il voto comune è stato fondamentale per rompere l'oscurità fondamentale per rompere questa coltre di morte, non so come dire, proprio per spazzare via, per poter vedere la luce quindi se mi permetti ti leggo una frase che avevo sempre con me che è tratta da uno scritto di Nichiren Daishonin la frase dal Gosho  “Sulle preghiere”.

Il Gosho dice: «Non accadrà mai che la preghiera di un praticante del Sutra del Loto rimanga senza risposta».

Io leggevo rileggevo quella frase. Ovviamente la mia preghiera era Sergio non deve morire, quindi se non rimane senza risposta lui non morirà, ma io questa cosa non potevo saperla. E quindi lì, menomale che è venuto Sensei in aiuto con le sue parole e dice:  «La preghiera basata sulla legge mistica è un voto, è una forza che scaturisce da uno spirito incrollabile. Nel momento in cui preghiamo con tutto il cuore, non c'è alcuno spazio per la codardia, la rassegnazione o la lamentela, la preghiera, la convinzione che possiamo assolutamente realizzare i nostri obiettivi è la certezza che non avremo mai sconfitti. È il coraggio supremo in grado di dissipare la nostra mancanza di fiducia, che ci porta a credere di non essere capaci. Ed è la convinzione di decidere che lotteremo con coraggio e che vinceremo.»

Questa è la frase che poi mi ha permesso di arrivare a percepire nella mia vita che qualsiasi roba fosse successa io con quel tipo di preghiera avevo non ero sconfitta avrei vinto comunque.

ELENA: Sergio è guarito, ha recuperato la salute fisica. Ma vincere sulla malattia nel Buddismo significa qualcosa di più profondo.

SERGIO: Vincere sulla malattia ha significato riuscire a trasformare alcuni aspetti della mia vita in maniera profonda. Poi il fatto di aver condiviso la mia malattia con mia moglie e i compagni di fede è stata anche una prova di tante persone. è importante che questa mia battaglia sia stata fatta non in solitudine. In alcuni momenti i compagni di fede sono stati una famiglia anche più forte di quella di  origine insomma.

MIRELLA: Per me ha voluto dire liberarmi da questi pensieri che stavamo dicendo adesso, cioè sciogliere questi dubbi e liberarmi dai pensieri che se moriva avevamo perso e che se invece viveva avevamo vinto e se moriva male avevamo perso, perso. Era proprio liberarmi da tutta questa cosa. Sergio era lì ed è un Budda e come tale avrebbe vinto comunque.  E quando ho percepito che mi sono liberata queste cose qua ho potuto parlare molto serenamente anche con lui dell'eventuale spostamento all’ hospice, della morte con nostro figlio. Gliel'ho dovuto spiegare che papà stava morendo due volte. E poi dopo spiegargli che non era morto. Per me ha voluto dire approfondire e dare un significato completamente diverso alla vita stessa.

ELENA: Una cosa che mi ha colpito molto di Mirella è lo spirito di gratitudine con cui ha sostenuto suo marito. Non avevo mai riflettuto su questo punto perché quando una persona si ammala, l’ultima cosa che pensiamo di fare è di ringraziarla.

MIRELLA: Tutto è partito da sempre da una frase del nostro maestro dove diceva: «Quando ci impegniamo per la felicità di una persona dovremmo sempre provare gratitudine nei suoi confronti». In certi momenti riuscivo a provarla nei momenti di stanchezza assoluta, dico la verità, sentivo pesantezza anch'io no, come essere umano, però anche qua mi sono sempre voluta fidare. Lui va avanti e dice: «Gli sforzi che ho fatto per sostenerla - stava parlando di una persona che stava male - mi hanno reso più forte. Le sono grato. Più ci sforziamo per kosen-rufu, per la pace nel mondo attraverso la propagazione della Legge mistica maggiore è la buona fortuna e la saggezza che accumuliamo.

ELENA: A questo punto però è doveroso sollevare un’obiezione. Molte persone, anche tra coloro che praticano il Buddismo, si ammalano e muoiono. Se, nonostante la pratica, non sono riusciti a guarire, vuol dire allora che sono stati sconfitti?

MIRELLA: No, non è una sconfitta. È la manifestazione del karma di ognuno di noi e noi non possiamo giudicare qual è il karma e la missione di quella persona lì. Se quella persona lì ha assunto in questa vita, questo karma e l'ha manifestato in quel modo e ha lottato strenuamente sulla base della legge mistica, in qualsiasi modo finisca la sua vita ha vinto. Questo è quello che ho pensato quella notte famosa del passaggio di Sergio all’ hospice. Non si può dire che Sergio aveva perso se fosse morto, lui aveva vinto perché lui ha manifestato per due anni la forza di un leone all'attacco anche dalla rianimazione. Quindi ha tirato fuori la forza del Budda, punto. E questo è un po’ il discorso di prima, non dobbiamo giudicare la manifestazione del karma delle persone.

ELENA: Questo concetto, almeno per me lo ammetto, è davvero difficile da capire, anche perché è proprio contrario al modo di pensare comune. Il terzo presidente della Soka Gakkai, Daisaku Ikeda, lo spiega ancora meglio quando dice che “La cosa fondamentale è quanto riusciamo a migliorare la qualità della nostra esistenza mentre siamo in vita. Longevità non significa semplicemente vivere a lungo. La cosa fondamentale è vivere ogni giorno al massimo, senza rimpianti, avanzando sul cammino di kosen-rufu. Non conta quanti anni abbiamo, ciò che importa è continuare a far risplendere luminoso nei nostri cuori lo scopo per cui viviamo.”

Per Sergio e Mirella è iniziata una nuova fase della loro vita. Durante questi anni di battaglie, Mirella ha conseguito una specializzazione in psicoterapia. Sergio, invece, ha ancora una volta sfidato i suoi limiti e si è lanciato in una nuova professione.

SERGIO: Son ripartito e ho trovato una nuova strada che non avevo mai considerato che è la strada dell’insegnamento e che invece mi riempie di gioia ogni giorno. Sono professore in una scuola vicino a casa con tutta la forza, l’esperienza e la passione. Tutto quello che ho fatto in tutti i tortuosi percorsi sia professionali che di salute mi sembra che tutti i giorni fronte a sti ragazzi mi tornano utile. Il mio lavoro è incoraggiare questi ragazzi a fare il meglio che possono.

MIRELLA: Io, nel frattempo, mi sono anche poi specializzata ho aperto il mio studio, cioè la mia vita non si è fermata è questo che è strano. Non è un periodo che rinnego, che non vivrei. È una parte della mia vita troppo importante, nella quale vado a cercare dei ricordi delle sensazioni spesso.

ELENA: Ascoltando Mirella e Sergio capisco che la pratica buddista fa cambiare le lenti con cui si guardano le cose. Se ci fermiamo a una visione superficiale della vita, influenzata probabilmente dal tipo di società in cui viviamo, orientata verso il successo, la performance e il risultato, la malattia e quindi anche la morte sono una sconfitta. Sono gli ostacoli che ci fanno scendere dal treno dei fortunati - dove pensiamo poter di viaggiare per tutta la nostra esistenza - e che ci lasciano a piedi sul ciglio della strada.

E invece, sentendo la loro esperienza, mi vien da dire che Sergio e Mirella sono effettivamente scesi da quel treno, ma che grazie allo stato vitale della Buddità che è emerso dalla profondità delle loro vite, adesso viaggiano su un aereo super sonico. Volano alti, veloci e di quel treno non si ricordano neanche più che aspetto avesse.

“La fragranza interna otterrà protezione esterna”, questo principio buddista afferma che quando la nostra natura di Budda emerge dall’interno, attiva anche la natura di Budda nella vita degli altri. Trasformando il nostro cuore possiamo trasformare qualsiasi aspetto della nostra vita e creare valore a partire dalla situazione che stiamo vivendo. 

Io sono Elena Cavallone e vi do appuntamento alla prossima puntata di “Fragranze”, un podcast a cura della redazione di Nuovo Rinascimento. Per non perdere gli episodi di questo podcast iscrivetevi al canale di Nuovo Rinascimento su Spotify, Apple Podcast e Soundcloud.

A presto e fate sentire la vostra fragranza!

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