Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai

Buddismo per la pace, la cultura e l’educazione

2 febbraio 2023 Ore 11:47

Il mio incontro con Josei Toda

Per celebrare il 75° anniversario del primo incontro tra Daisaku Ikeda e Josei Toda, presentiamo un saggio inedito del 1969 in cui Sensei rievoca quell’incontro, ciò che più lo colpì della figura di Josei Toda e il significato profondo della relazione maestro discepolo per la sua vita

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Per celebrare il 75° anniversario del primo incontro tra Daisaku Ikeda e Josei Toda, presentiamo un saggio inedito del 1969 in cui Sensei rievoca quell’incontro, ciò che più lo colpì della figura di Josei Toda e il significato profondo della relazione maestro discepolo per la sua vita

Se non fosse stato per il mio maestro Josei Toda, non avrei realizzato nulla nella vita. Ci è voluto molto tempo per rendermene conto perché, mentre Toda Sensei era ancora vivo, ero completamente preso dalla lotta per la mia sopravvivenza e nei dieci anni successivi alla sua morte ho dedicato ogni mia energia a portare avanti e a sviluppare ciò che egli aveva iniziato. Oggi, se ripenso a ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni e osservo spassionatamente ciò che ho realizzato finora, mi rendo conto che tutto si è svolto esattamente secondo le previsioni espresse da Toda Sensei nelle varie occasioni in cui ci parlò del nostro futuro. Quando rifletto sulla mia vita, non posso fare a meno di ricordare la figura inflessibile del mio maestro, con profonda meraviglia e ammirazione.

«Un giorno un’amica mi invitò a una riunione a casa sua che aveva per tema “la filosofia della vita”. Fu allora che udii per la prima volta il nome di Josei Toda»

Il mio primo incontro con lui ebbe luogo in una calda sera d’estate del 1947, quando avevo diciannove anni. Tokyo, come il resto del Giappone, era sotto il controllo delle forze di occupazione. A quel tempo tutta la zona a sud del palazzo imperiale non era altro che una distesa bruciata. Solo qui e là nella notte desolata si intravedeva qualche luce fioca nelle baracche improvvisate costruite tra le rovine o nei rifugi antiaerei che per molte persone fungevano da abitazione.
La mia famiglia viveva in quella zona e ci guadagnavamo da vivere coltivando un’alga commestibile chiamata nori.
In qualche modo eravamo riusciti a mandare avanti l’attività durante la guerra e negli anni seguenti, anche se su scala molto ridotta. Dei miei quattro fratelli, il maggiore era stato dichiarato morto in un’azione militare e gli altri non erano ancora stati rimpatriati. La società giapponese, stretta nella morsa della povertà e del bisogno, stava profondamente cambiando. A ogni angolo di strada le persone chiedevano a gran voce la democrazia e le vecchie figure di potere stavano crollando una dopo l’altra.
Per i giovani della mia generazione, ai quali era stata inculcata l’idea del nazionalismo e dell’obbedienza assoluta all’imperatore, era come se improvvisamente tutto ciò in cui avevamo creduto non avesse più senso. Non avevamo più niente in cui credere o in cui riporre la nostra fiducia. Non c’era da sorprendersi che fossimo continuamente tormentati, nel corpo e nella mente, da un senso di impazienza e di apprensione.
Fu in queste circostanze che, spinti da una sorta di impulso, alcuni di noi iniziarono a riunirsi per scambiarsi dei libri. Volevamo qualcosa da leggere, ogni volume scampato all’incenerimento nei raid aerei era un tesoro prezioso sul quale ci tuffavamo avidamente. Romanzi, testi di filosofia, biografie di grandi personaggi, libri scientifici; tutto ciò che ci passava tra le mani veniva divorato per poi scambiarci le nostre impressioni. Tuttavia, nonostante le discussioni interminabili sul significato di ciò che avevamo letto, quando ci si trovava faccia a faccia con la dura realtà della vita quotidiana, il sostegno spirituale e la fiducia che credevamo di aver acquisito svanivano istantaneamente.
Oltre a questo gruppo avevo un’altra amica, sin dai tempi delle scuole elementari, che di tanto in tanto veniva a trovarmi. Un giorno mi invitò a una riunione che si teneva a casa sua, una riunione, mi disse, che aveva per tema “la filosofia della vita”. Fu allora che udii per la prima volta il nome di Josei Toda.
Spinto dalla semplice curiosità decisi di andarci e portai con me alcuni amici del gruppo di lettura.

«Sembrava suggerire che i semplici e normali fatti della vita quotidiana fossero di per sé capaci di racchiudere verità più elevate»

Venimmo accolti da un uomo sulla quarantina dalla voce un po’ rauca e i modi affabili. I suoi occhiali spessi riflettevano la luce e ricordo che fui particolarmente colpito dalla fronte ampia. Dapprima non capii nulla di ciò che stava dicendo, anche se mi sembrò che avesse a che fare con la dottrina buddista. Inoltre notai che il suo discorso conteneva anche acute osservazioni sulla situazione politica e su altri aspetti della vita quotidiana.
Ma proprio mentre iniziavo a seguire ciò che stava dicendo, all’improvviso venivano fuori termini buddisti dal suono difficile. Nel complesso, la mia impressione è stata quella di una filosofia molto strana e poco familiare.
Eppure le sue osservazioni non erano il solito sermone di un leader religioso, e nemmeno avrei detto che si trattasse di una normale lezione di filosofia. Mi sembrava che formulasse osservazioni molto appropriate e concrete, senza dilungarsi con idee e concetti astratti, e allo stesso tempo sembrava suggerire che i semplici e normali fatti della vita quotidiana fossero di per sé capaci di racchiudere verità più elevate.
La stanza era stracolma di uomini di mezza età, casalinghe, ragazze e giovanotti robusti.
Tutti tenevano gli occhi fissi su Toda Sensei e ascoltavano con la massima attenzione. Anche se indossavano abiti logori, mi rendevo conto che erano persone oneste da cui emanava un’indefinibile aura di vitalità.

«Andava dritto al cuore di ogni domanda, senza fare discorsi complicati o evasivi. Percepii per la prima volta che dopotutto la verità si trovava a portata di mano»

Josei Toda non mi sembrava corrispondere ad alcun tipo di personalità a me familiare. Aveva una maniera di parlare piuttosto brusca, ma trasmetteva anche un senso di immenso calore. Mentre lo fissavo intensamente, ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano. In quei momenti abbassavo gli occhi imbarazzato, ma quando poco dopo li rialzavo avevo l’impressione che il suo sguardo fosse sempre puntato su di me.
Può sembrare strano, ma mentre lo ascoltavo cominciai ad avere l’impressione di conoscerlo da molto tempo.
Alla fine della riunione, la mia amica ci presentò e lui disse: «Bene, bene»; i suoi occhi brillavano dietro le lenti spesse mentre per un momento mi guardava dritto in faccia. Poi, come se avesse capito qualcosa, il suo volto si aprì in un caldo sorriso.
«Quanti anni hai?» mi chiese.
Sempre con quella sensazione di averlo già conosciuto, risposi senza esitazione: «Diciannove».
«Diciannove anni, hai detto?». Sembrava ricordasse qualcosa.
«Avevo diciannove anni quando venni a Tokyo. Io vengo dall’Hokkaido, ero un ragazzo di campagna alla mia prima visita nella grande città».
Ricordo che masticava una pasticca di jintan, una sorta di piccola caramella al mentolo, e allo stesso tempo fumava una sigaretta. Provai l’impulso di cogliere quell’opportunità per rivolgergli alcune delle domande che mi assillavano riguardo alla vita e alla società.
Qual è il modo giusto di vivere? Cosa significa vero patriottismo? Che cosa pensa del sistema imperiale? Di che cosa tratta veramente il Buddismo?
Le sue risposte erano dirette e prive di ambiguità. Sembrava rispondere senza la minima difficoltà ma in realtà era semplicemente un segno della rapidità con cui lavorava la sua mente. Andava dritto al cuore di ogni domanda, senza discorsi complicati o evasivi. Io rimasi completamente soddisfatto delle sue risposte e percepii per la prima volta che dopotutto la verità si trovava a portata di mano.

«Per anni, ricevetti lezioni private da Toda Sensei la mattina presto, a casa sua o in ufficio»

Il 24 agosto, solo dieci giorni dopo quella serata con Toda Sensei, diventai membro della Soka Gakkai. Poco a poco iniziai a comprendere il vero valore della filosofia buddista e ad apprezzare quanto rara fosse la personalità di Josei Toda. Nel frattempo continuavo a lavorare di giorno e a frequentare le scuole serali, ma avevo già iniziato a nutrire dubbi su quel tipo di vita e, circa un anno dopo, seguendo quello che mi sembrava il naturale corso degli eventi, lasciai il mio impiego e andai a lavorare per la casa editrice diretta da Josei Toda.
Era gennaio del 1949.
Il lavoro era molto duro. L’economia giapponese del dopoguerra, che stava appena iniziando a riprendersi dagli effetti della sconfitta, era come una barca sballottata dalle onde dell’inflazione.
Inutile dire che, in quel difficile clima economico, un’impresa piccola come quella di Toda non poteva evitare di essere duramente colpita.
Dalla fine del 1949 fino all’estate del 1951 si combatteva ogni giorno per rimanere a galla. Uno a uno gli impiegati dell’azienda se ne andarono e alla fine rimasi solo io a dover trattare con i creditori.
I miei problemi di salute e il senso di insoddisfazione che provavo in generale verso la vita stavano giungendo a un punto critico, eppure non avevo la minima intenzione di lasciare il maestro Toda. Anzi, a un certo punto decisi che sarei rimasto al suo fianco qualsiasi cosa fosse accaduta, anche se ciò avesse comportato seguirlo all’inferno. Credevo in lui, credevo nella correttezza degli insegnamenti buddisti di Nichiren Daishonin ed ero deciso a continuare a praticare e a portare avanti la battaglia il più a lungo possibile.
«Ho fallito negli affari, ma non ho fallito nella vita e nella mia pratica buddista!»: con queste parole Toda Sensei mi dimostrò di essere pienamente consapevole della propria missione.
Lo avvertii in maniera molto intensa e capii che, da quel momento in poi, si trattava solo di ricostruire.
Per aiutare il signor Toda a rimettere in piedi i suoi affari e la Soka Gakkai, fu necessario che lasciassi la scuola. Sensei era dispiaciuto che, come suo unico discepolo, dovessi compiere quel passo: «D’ora in avanti – disse – ti insegnerò tutto io!».
Da quel momento, per vari anni, ricevetti lezioni private da Toda Sensei la mattina presto, a casa sua o in ufficio. Mi insegnò con la massima accuratezza ogni possibile materia: giurisprudenza, scienze politiche, economia, chimica, astronomia, cinese classico… tutto, eccetto le lingue straniere. Sembrava che avesse deciso di trasmettermi ogni grammo della sua conoscenza.
Aveva acquisito quella vasta cultura in gran parte grazie ai suoi sforzi personali.
Dopo aver finito le scuole elementari in Hokkaido, Toda era diventato apprendista di un commerciante e allo stesso tempo aveva studiato per conto proprio fino a diplomarsi come maestro elementare di sostegno. Poi aveva iniziato a insegnare nella regione mineraria di Yubari e in breve tempo era diventato maestro di ruolo.
A diciannove anni venne a Tokyo dove conobbe Tsunesaburo Makiguchi, l’uomo che sarebbe stato la sua guida e il suo maestro per il resto della vita. Di sera frequentava il liceo e alla fine passò gli esami che certificavano che aveva completato l’equivalente di quattro anni di studi superiori. In seguito studiò all’Università Chuo.
In larga misura Toda fu quindi un autodidatta. Le scuole gli servivano non tanto per acquisire conoscenze, quanto per certificare ciò che già sapeva. Era particolarmente portato per la matematica e, per un certo periodo, gestì con grande successo una scuola privata che si chiamava Jishu Gakkan. Inoltre, col nome di Jogai Toda, scrisse un testo dal titolo Guida all’aritmetica, molto usato dagli studenti per prepararsi agli esami, che vendette più di un milione di copie, divenendo uno dei best-seller dell’epoca. Credo che molti di coloro che in quei giorni erano studenti ricordino quel libro con affetto.

«La gioia più grande della mia vita è stata averlo incontrato ed essere diventato suo discepolo»

Oltre alle varie materie che ho citato, Toda Sensei mi insegnò con grande intensità e passione la filosofia piena di forza vitale del Buddismo. E mentre mi impartiva le sue spiegazioni dettagliate degli insegnamenti buddisti e degli scritti di Nichiren Daishonin, attirava la mia attenzione sulle relazioni esistenti tra quegli insegnamenti e le varie teorie e sistemi di pensiero moderni.
In seguito mi sono reso conto che, oltre a questo tipo di formazione, anche tutti gli sforzi che profondeva nella ricostruzione della Soka Gakkai e in ogni aspetto della sua vita quotidiana erano di fatto una forma di insegnamento trasmesso in maniera sincera e spontanea, colmo di inestimabile valore.
In cambio, cercavo a mia volta di rispondere a questa formazione intensa e impegnativa dando il meglio di me stesso in termini di diligenza e perseveranza. Cercavo di assorbire tutto ciò che voleva trasmettermi. Ciononostante, spesso non ero all’altezza delle sue aspettative e, quasi fino al giorno della sua morte, sono stato frequentemente rimproverato da lui.

Se rifletto sulla mia vita provo un senso di meraviglia e di stupore e timore reverenziale considerando ciò che l’esistenza del maestro Toda ha significato per me.
Che un uomo modesto come me sia potuto succedere a Toda Sensei alla guida della Soka Gakkai e contribuire all’impresa senza precedenti di kosen-rufu e alla propagazione dello spirito e degli insegnamenti del Buddismo del Daishonin, è dovuto unicamente al fatto che mai, nemmeno per un istante, l’immagine di quel grande leader ha lasciato la mia mente e il mio cuore. La gioia più grande della mia vita è stata averlo potuto incontrare ed essere diventato suo discepolo e successore, e di aver potuto mantenere questa relazione tra insegnante e studente fino all’ultimo istante della sua vita.